international analysis and commentary

La seconda era nucleare e il caso nordcoreano

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Siamo – alla fine di questo primo decennio del XXI secolo – a un vero e proprio “Cassandra Crossing”, a un incrocio pericoloso. Per ragioni di sicurezza, dovremmo cercare di limitare drasticamente, visti i rischi post 11 settembre, la proliferazione nucleare e di armi di distruzione di massa; per ragioni energetiche e per ragioni ambientali, dobbiamo invece favorire un revival del nucleare. Sono due aspirazioni contraddittorie. Il confine fra nucleare militare e civile è diventato, con gli sviluppi tecnologici dell’ultimo decennio, meno ostico da varcare. E questo complica tutto: la nostra capacità di governare il lungo braccio di ferro che si è aperto con l’Iran e con la Corea del Nord; l’effettiva utilità del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), la cui revisione avverrà nel 2010; la diffusione di energia nucleare civile, di cui pure abbiamo vitale bisogno per un equilibrio energetico che sia più “sostenibile”, ossia meno schiacciato sulla dipendenza dal petrolio e dal gas.

La seconda era nucleare è cominciata da tempo; conviene averne chiari i contorni. Il sistema internazionale che abbiamo ereditato dal secolo scorso si basava sull’esistenza di 5 potenze nucleari, le stesse che siedono nel Consiglio di Sicurezza con un potere di veto (e che, riforma o non riforma dell’ONU, saranno le sole a mantenere il veto anche in futuro): USA, Russia, Cina, Francia e UK. A queste potenze nucleari legali – identificate come tali, cioè, dal TNP del 1968 – si sono aggiunte nel tempo 3 potenze nucleari non dichiarate (India, Pakistan e Israele) e paesi considerati di “soglia” (Corea del Nord, Iran). D’altra parte, alcuni paesi hanno rinunciato all’opzione nucleare (Brasile, Argentina e Sud Africa), mentre Stati Uniti e Russia hanno ridotto drasticamente le proprie testate rispetto all’epoca della guerra fredda. E stanno ormai discutendo come ridurle in modo ulteriore, nell’ambito di un accordo post-Start.

La seconda era nucleare, quindi, è  per definizione un’epoca di espansione. Orizzontale, prima che verticale. Espansione del numero degli Stati che hanno varcato la soglia; di quelli che vorrebbero farlo; degli attori non statuali – terroristi e commercianti illegali di materiali nucleari – interessati a mettere le mani su qualcosa che assomigli a una testata atomica o a una bomba “sporca”; e, infine, della nostra confusione mentale in merito.

Le verità da cui partire, per provare ad affrontare il problema in modo più razionale, sono quattro. Prima verità: le armi nucleari non sono tutte uguali, dal punto di vista dei paesi occidentali. L’importante è chi le detiene. Quel che preoccupa realmente, quindi, non è la proliferazione in sé, ma piuttosto che varchino la soglia regimi avversari, pronti a violare le regole, ed eventualmente capaci di appoggiare gruppi terroristi. Israele nucleare preoccupa meno di un Iran che lo diventi, passo considerato inaccettabile da Washington e dagli europei (in modo esplicito) ma anche da Pechino e da Mosca (in modo implicito). Per definizione, la politica contro la proliferazione è fondata sulla discriminazione politica. Ciò era già vero per il Trattato del 1968, con le sue due categorie di Stati; ma lo diventa in modo più evidente e diffuso adesso.

Seconda verità: quando un paese ha già varcato la soglia, diventa tardi, probabilmente troppo, per colpirlo. Questo dato di fatto crea due tipi di incentivi contraddittori: l’incentivo all’uso preventivo della forza – come parte di una politica coercitiva per impedire
la proliferazione (è quanto chiede Israele di fronte al rischio iraniano); l’incentivo a passare effettivamente la soglia – come modo più certo per garantirsi un’immunità (è a questo, e a uno status di grande potenza, che aspira l’Iran) . I meccanismi di azione/reazione fra il primo istinto e il secondo, caratterizzano, con molte ambiguità, il gioco diplomatico della seconda era nucleare. Se il caso della Corea del Nord insegna qualcosa è che, dal punto di vista occidentale, costituisce davvero un pessimo precedente. Si tratta di un regime fra i più chiusi e meno prevedibili al mondo: che, dopo essersi ritirato dal TNP, e dopo avere condotto due test nucleari, si ritiene in condizioni migliori per negoziare.

Terza verità: la deterrenza – regola aurea della prima era nucleare – ha un valore parziale, rispetto alle minacce di oggi. Nella logica della deterrenza, le armi nucleari erano utili proprio perché non venivano usate. Questa regola continua a valere nei grandi rapporti
strategici (le dinamiche fra potenze nucleari stabilizzate: USA, Russia, Cina) e si spera che valga fra due attori regionali in competizione (il rapporto India/Pakistan); ma è per definizione “inutile” di fronte ai rischi asimmetrici della seconda era nucleare. E’ quanto ha voluto in realtà dire Obama, parlando a Praga di un mondo senza armi nucleari (che non ci sarà). Rispetto al possibile intreccio fra armi nucleari e gruppi terroristi, il caso di scuola – negli scenari peggiori – è ormai una implosione del Pakistan (paese all’origine del famoso circuito illegale di Kahn, il padre della bomba atomica pakistana). Ancora prima che un Iran con la bomba.

Quarta verità: il TNP ha probabilmente funzionato meglio di tanti altri trattati internazionali (all’inizio degli anni Sessanta, si prevedeva che gli Stati nucleari sarebbero diventati, nell’arco di un paio di decenni, tra 15 e 25); ma ha subito nel tempo una vera e
propria erosione. Il TNP è ormai a rischio: continuerà ad avere una funzione solo se verrà integrato (ispezioni intrusive, controlli internazionali, sanzioni) e rafforzato. La riduzione delle armi nucleari di USA e Federazione Russa è un modo per farlo (rispettando l’articolo VI del Trattato).  Il nodo Iran è un incentivo concreto a muoversi in questo senso. Dimostra infatti che lo scambio alla
base del TNP – accesso a tecnologie nucleari pacifiche, in cambio della rinuncia alle armi atomiche – lascia troppi spazi grigi: è sempre possibile che un paese sviluppi tecnologie nucleari pacifiche all’ombra del TNP e si ritiri dal Trattato nel momento
del passaggio al militare. Come è avvenuto, appunto, nel caso della Corea del Nord. Prevenire una sequenza del genere diventa allora decisivo.  Anche per evitare il rischio successivo, ossia una “proliferazione a cascata”: una corsa al nucleare in una serie di paesi, dal Medio Oriente all’Asia orientale. Sul tavolo del G-8 italiano il problema ci sarà, insieme a una serie di proposte (tese appunto a ridurre, con controlli e consorzi internazionali, quell’area grigia fra nucleare civile e militare).

Si tratta, prese nel loro insieme, di quattro  verità abbastanza scomode per entrambi i lati dell’Atlantico.

Le implicazioni che ne derivano, in termini operativi, non sono infatti semplici da gestire. Per Washington, si tratta di sfuggire a troppo facili illusioni sulle strategie di controproliferazione: per dissuadere l’Iran,  gli USA non hanno certo facili opzioni  a disposizione. Di per sé, l’apertura sulla carta di Obama è rimasta sulla carta. Si vedrà dopo le elezioni iraniane di giugno quanto un mix di dialogo, sanzioni e uso eventuale della forza come last resort possa funzionare. E se non funzionerà? 

Per l’Europa, si tratta di accettare che qualunque sforzo negoziale, per dare i risultati sperati, deve contemplare (con una sorta di escalation controllata) anche un caso peggiore e non solo il migliore. L’Iran sarà il test di questo reciproco adattamento, e quindi delle possibilità effettive di cooperazione nell’era di Obama su uno dei temi cruciali della sicurezza globale. Sul fronte coreano, ciò che davvero conterà sarà invece il rapporto fra Stati Uniti e la Cina. Le condanne e sanzioni internazionali non serviranno mai a niente senza un appoggio più convinto da parte di Pechino, che ha fino ad oggi permesso al regime nord-coreano di avere un qualche tipo di sponda.

L’Europa deve infine scrollarsi di dosso un vero e proprio tabù: quello che riguarda le proprie armi nucleari, ossia i deterrenti nazionali di Francia e Gran Bretagna. Inutile nascondersi che le due principali potenze militari del vecchio continente non hanno alcuna intenzione di privarsi del loro strumento di ultimo ricorso, e neanche di europeizzarlo, almeno in tempi prevedibili. Ma è un velo da alzare: il discorso sulla difesa comune dell’UE sarà sempre carente fino a quando non si avrà il coraggio di affrontarlo.

 

Further reading:
La Corea e l’esame di maturità cinese” di Marta Dassù, Corriere della Sera, 29 maggio 2009
L’epicentro coreano della crisi nucleare” di Ralph A. Cossa, Aspenia n. 27
Danger on the Korean peninsula” by Ralph A. Cossa, Aspenia n. 27-28