international analysis and commentary

La revisione del pacifismo giapponese a 70 anni dalla Guerra del Pacifico

94

Il timone della politica estera giapponese non è guidato dal pacifismo dettato dalla Costituzione del 1947, bensì dalla rafforzata centralità dell’alleanza con gli USA. Non potrà essere che questo il messaggio che il Premier Abe Shinzo trasmetterà commemorando, il prossimo agosto, il 70° anniversario della fine della “Guerra del Pacifico”.

Ne consegue che si preannuncia un momento di svolta per il Giappone. Non solo infatti riaffiora un nazionalismo che richiede autonoma assertività anche nella determinazione delle alleanze e si consolida fino a trasformarsi in un concreto programma politico. Si profila anche un cambiamento di uno dei principali fattori identitari del Giappone postbellico: il pacifismo nato dalla metabolizzazione delle sofferenze provocate e patite negli anni di guerra. Il passaggio non è privo di incognite per Abe, che deve in primo luogo confrontarsi con l’opinione pubblica interna in un contesto politico che non gli concede una maggioranza blindata e lo costringe a snervanti trattative col junior partner di governo, il Komeito (partito di ispirazione buddhista). Pertanto il Premier non smantella il pacifismo, inteso come principio di fondo, e si limita a eroderlo dall’interno propugnando la strategia del proactive contribution to peace; rivendica così il diritto a fare del Giappone un Paese “normale”, cui è permesso curare i propri interessi come a tutti i membri della comunità internazionale. Un’operazione fattibile solo superando complessi di colpa e di dipendenza, dichiarando chiusa la fase storica del dopoguerra e avviandone un’altra che per necessità risulta “revisionista”.

Questo obiettivo viene presentato da Abe non come una sua scelta ideologica, bensì come la conseguenza del mutato contesto in cui il Giappone opera. Gli Stati Uniti non sono più gli onnipotenti protettori di un tempo, tanto è vero che sollecitano al Giappone un maggiore impegno, anche militare, nella salvaguardia della stabilità regionale. E proprio questa perdita di potenza americana impone di mettere in primo piano un rapporto bilaterale che non si configura più come sudditanza ma come una vera alleanza tra Stati sovrani. La Cina inoltre non è più un Paese in via di sviluppo cui concedere un benevolo aiuto, ma una minacciosa grande potenza. Ecco perché, malgrado l’allargamento delle maglie del “pacifismo assoluto” risalga alla prima guerra del Golfo (partecipazione giapponese all’UNPKO), solo ora sembrano concorrere due condizioni essenziali per modificare i più profondi sentimenti della maggioranza dei giapponesi: pressioni provenienti dall’esterno e crescente presa della componente domestica favorevole al cambiamento.

Ciò non significa che Abe abbia già vinto la sua battaglia. La “capacità di resilienza” del pacifismo in Giappone è ancora tutta da verificare, anche perché dipende in larga misura da fattori non direttamente collegati al pacifismo in quanto tale. Ad esempio è inversamente proporzionale al successo dell’Abenomics, su cui si basa, più che sulla politica estera, la popolarità del Premier. Dipende poi dall’atteggiamento che di fronte all’approccio revisionista assumeranno gli attori esterni. Inoltre va considerato che i sentimenti identitari sono figli delle emozioni più che del ragionamento. Il pacifismo si è radicato così profondamente nel Giappone del dopoguerra perché enorme è stato lo shock provocato dalla disfatta e dalle sofferenze ad essa collegate. Le emozioni che Abe può suscitare oggi sono ben poca cosa al confronto.

Il Premier ha però due ottime armi da sfruttare: l’altro pilastro identitario del Giappone – l’orgoglio per gli straordinari risultati ottenuti nel dopoguerra a livello di sviluppo economico e di welfare – e il modo in cui cinesi e coreani hanno impostato la ricostruzione dei rispettivi patriottismi, ovvero tenendo vivo il risentimento antigiapponese. Giustificato o meno che sia, questo atteggiamento ha una ricaduta ben precisa. Coreani e cinesi ostentano sfiducia nei confronti degli antichi oppressori; negano loro il riconoscimento di avere maturato una irreversibile coscienza antimilitarista (come invece i popoli europei, ebrei compresi, hanno fatto coi tedeschi) e richiedono alla conversione dei giapponesi al pacifismo continue verifiche. È proprio questa pervicace negazione – come nota ad esempio un recente studio dell’Istituto Svedese di Affari Internazionali – a fare traballare l’identità pacifista dei giapponesi. Quanto alla percezione di essere una superpotenza economica, questa ha sempre sorretto il pacifismo. La stessa solenne dichiarazione del 1995 dell’allora Premier Murayama  Tomiichi controbilanciava il “profondo rimorso” e le “sincere scuse” per le sofferenze inflitte negli anni Trenta e Quaranta ai popoli dell’Asia con l’ammirazione rivolta agli instancabili sforzi di tutti i cittadini per costruire una società prospera.

È con questi presupposti che Abe va impostando la “revisione” del pacifismo. Quello che conta – ha affermato più volte – è che negli ultimi 70 anni i giapponesi non abbiano sparato un solo colpo di fucile (cosa che non possono invece dire coreani o cinesi). Nello stesso periodo hanno costruito il benessere loro e in certa misura dei popoli vicini. Non per nulla il Giappone detiene il record mondiale degli aiuti all’estero. Dunque non serve fare risalire il pacifismo a errori lontani, peraltro da inquadrare in una fase storica in cui le grandi potenze ritenevano legittimo colonizzare e dominare. Occorre – dice Abe – passare oltre e concentrarsi sul futuro. Per questo il Premier, come ha sottolineato nei discorsi pronunciati il 21 aprile a Giakarta e il 29 a Washington, non intende andare oltre la formula del “profondo rimorso” per gli avvenimenti passati. Niente scuse, perché non ci sono più conti aperti con la storia: e, se anche ci fossero, è opportuna una preventiva disamina critica che faccia giustizia della verità imposta dai vincitori. Il termine “aggressione” va discusso e contestualizzato. Delle comfort women coreane si riconosce che furono vittime di “trafficanti di essere umani”, ma si sottolineano che mancano documenti certi per darne la responsabilità allo Stato maggiore nipponico. Nel contempo si rilancia la “educazione patriottica”, imponendo precise linee guida sui testi scolastici: il massacro di Nanchino viene derubricato a pur tragico incidente; i suicidi di massa a Okinawa sono presentati come frutto della disperazione e non di criminali scelte imposte dall’alto.

Per questa via Abe conta di cancellare la percezione di sé dei giapponesi come “carnefici”, trasformandoli semmai in “vittime”. Nel quadro del “nuovo pacifismo”, aggressivi e arroganti sono gli “altri”, le vittime di un tempo ora dipinte come irragionevoli, antidemocratiche, irrispettose delle norme internazionali, mentre il Giappone è costretto a difendersi da concrete minacce. Il “nuovo pacifismo” viene così associato alla democrazia, di cui il Giappone si propone come portabandiera nel continente. Nessuna lezione può essere accolta, in particolare, da chi non ha istituzioni democratiche. 

La trasformazione del pacifismo identitario vecchia maniera, col proactive contribution to peace e il riferimento alla democrazia come principale contenuto della Costituzione, sono elementi sufficientemente rassicuranti per Washington. Uniti all’enfasi posta sulla centralità dell’alleanza Giappone-USA e alle numerose concrete dimostrazioni di fedeltà e volontà di cooperare (difesa collettiva, basi a Okinawa, installazione sul territorio giapponese di sistemi antimissile, comune impegno sulle “guerre spaziali”) garantiscono comprensione da parte dell’amministrazione Obama nei confronti del revisionismo. Non mancano oltre-Oceano gli accenti critici, ma in realtà la moderazione che viene chiesta ad Abe è funzionale solo all’obiettivo di tenere sotto controllo la reciproca avversione tra Tokyo e Seul in modo che quest’ultima non venga risucchiata nell’orbita cinese né siano pregiudicati gli attuali equilibri in Asia.

Difficile da inquadrare è la posizione dei cinesi, che più dell’eredità del passato si preoccupano delle conseguenze future della rafforzata alleanza tra Tokyo e Washington. Per questo Pechino, se corteggia Seul anche per alimentare la rivalità tra Corea del Sud e Giappone, nondimeno si fa promotrice di un appeasement focalizzato sulla creazione di un’ampia area di libero scambio fra i tre maggiori Paesi dell’Asia orientale. Continua ad alimentare nella propria opinione pubblica sentimenti antigiapponesi e a ritenere inaccettabile il rifiuto di Abe di ripetere le formali scuse ai popoli asiatici pronunciate da Murayama nel 1995 e da Koizumi Junichiro nel 2005. Ma nelle ultime settimane si sono moltiplicati i segnali di un allentamento della tensione con Tokyo, e il Presidente Xi Jinping, incontrando a Giakarta Abe in un’atmosfera definita rilassata, si è limitato ad augurarsi che Tokyo “tenga in considerazione le preoccupazioni dei vicini”. I due leader si sono poi trovati d’accordo nel rilevare che i rapporti bilaterali vanno migliorando e Xi Jinping ha invitato ufficialmente Abe alle celebrazioni per la fine della guerra a Pechino, promettendo di non criticare il Giappone di oggi.

Nuvole sempre più fitte, invece, sui rapporti tra Tokyo e Seul. La Presidente Park Geun-hye sembra inchiodata su posizioni antinipponiche. Sulle comfort women non vuole arretrare e non si è accontentata del riferimento fatto da Abe, incontrando Obama alla Casa Bianca, alla “dichiarazione Kono” del 1993.

Insomma fatta della alleanza con gli Stati Uniti un “modello di rappacificazione”, a

70 anni dalla fine della Guerra del Pacifico, per il Giappone le maggiori preoccupazioni vengono da un quadro asiatico che da un lato è in rapida evoluzione, dall’altro resta incollato agli antagonismi di un secolo fa.