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La prevedibile svolta nazionalista della Polonia

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La Polonia è un paese in crescita economica continua dal 1992. Tra i 28 paesi dell’UE è l’unico che non ha subito la recente recessione. Il PIL è salito nel 2014 del 3,3%, e le stime prevedono +3,5% quest’anno e +3,7% il prossimo. Anche i salari sono aumentati, mentre la disoccupazione si è attestata al 9%; quella giovanile nel 2014 era al 23,9%. La scolarizzazione è tra le più alte d’Europa e la qualità della vita è in progressivo aumento. Perché dunque gli elettori hanno punito così duramente il partito di governo, in favore dell’opposizione nazional-populista, tradizionalista e anti europea?

La risposta è nella qualità della crescita economica, che non ha riguardato – o in maniera insufficiente rispetto alle aspettative – l’intera popolazione. Le disuguaglianze sono aumentate nel paese, e sono in molti a percepire di essere rimasti ai margini del boom: si pensi ad esempio che il 28% dei contratti di lavoro è a termine, fattore che genera incertezza e alimenta le divisioni all’interno della popolazione attiva. L’emigrazione, molto forte negli anni Novanta e nei primi 2000, non è ancora diventata un fenomeno marginale, perché i salari sono sì aumentati ma non abbastanza per recuperare il gap con i paesi dell’Europa centro-occidentale. Intanto il governo, che nel frattempo ha deciso di innalzare l’età pensionabile a 67 anni, ha perso popolarità soprattutto presso pensionati, operai, disoccupati e giovani. È proprio tra questi settori della società che le formazioni politiche avverse alle attuali élite politiche, economiche e culturali trovano maggiore consenso.

Ecco allora il contesto in cui le elezioni politiche del 25 ottobre, che confermano l’orientamento emerso dalle già sorprendenti elezioni presidenziali di maggio, portano alla guida della Polonia il partito Diritto e Giustizia (PIS), conservatore, tradizionalista e nazionalista.

Le conseguenze varcheranno certamente i confini nazionali, condizionando anche gli equilibri politici dell’Unione Europea: ne beneficerà il fronte, guidato dalla vicina Ungheria di Viktor Orbán e dalla Gran Bretagna di David Cameron, dei difensori della sovranità nazionale contro la ripresa del processo di integrazione.

La Polonia è stata governata negli ultimi otto anni da una coalizione guidata da Piattaforma Civica (PO). Questa formazione liberale di centro-destra nel 2011 aveva raccolto il 39% dei consensi, ma che si è trovata negli ultimi mesi a gestire una serie si sfide: il cambio di leadership dovuto alla nomina di Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo; l’inaspettata sconfitta alle elezioni presidenziali di maggio che hanno visto la vittoria del candidato di Diritto e Giustizia, Andrzej Duda, sul presidente uscente Bronislaw Komorowski; e una crisi interna dovuta allo scandalo del 2014 che ha portato, in estate, alle dimissioni di tre ministri. La nuova leader, Ewa Kopacz, ha puntato su una campagna elettorale che risvegliasse gli entusiasmi, girando il paese con il “Kolej na Ewe” (il treno di Eva). Ma la risposta della cittadinanza e della base storica del partito, composta prevalentemente dalla popolazione urbanizzata, istruita e giovane, è stata fredda: la crescente insofferenza di questa fascia sociale è stata sottostimata nella corsa presidenziale.

Piattaforma Civica ha cercato di presentarsi come il partito della stabilità, europeista, sostenitore della libertà individuale e difensore ultimo della democrazia liberale in contrapposizione a Diritto e Giustizia, accusato di derive autoritarie, di voler condizionare ogni aspetto della vita dei cittadini e di voler portare il paese sull’orlo del baratro con l’incremento della spesa sociale e le sue politiche nazionaliste. Principale terreno di scontro tra le due forze maggioritarie è stato l’Europa: l’opposizione ha accusato Piattaforma Civica di voler introdurre l’euro, e portare così il paese in una crisi finanziaria paragonabile a quella greca. Ma altrettanto ha pesato l’emergenza profughi, grazie a una campagna di terrore contro “l’invasione islamica” avallata dal governo che ha accettato le quote di accoglienza negoziate a livello comunitario. E nell’ambito della politica sociale e fiscale, Diritto e Giustizia ha promesso l’abbassamento dell’età pensionabile e l’aumento della tassazione sulle banche e le imprese straniere per finanziare nuova spesa sociale a sostegno di politiche per la famiglia e per i lavoratori. Beata Szydło, ammiratrice delle politiche di Orbán (tanto da coniare lo slogan elettorale “portiamo Budapest a Varsavia”), candidata premier e dunque prossimo primo ministro per Diritto e Giustizia, ha dunque caratterizzato la sua campagna proponendosi come difensore delle fasce povere della popolazione contro le ingiustizie sociali. Ha poi coniugato questa narrazione populista con la necessità di custodire i valori tradizionali del cattolicesimo, a difesa della famiglia e della patria, contro le ingerenze di Bruxelles.

In questo quadro politico, nonostante il consolidamento dell’economia e della crescita, si è sviluppata negli ampi strati della popolazione che di questo “miracolo economico” non si sono sentiti parte una crescente disaffezione per le forze politiche di governo. Ciò ha non solo avvantaggiato l’opposizione, ma anche fornito terreno florido per la nascita di formazioni anti-sistema come quella guidata da Pawel Kukiz. L’ex cantante rock che si era presentato già alle presidenziali ottenendo numerosi consensi, confermati dal risultato di queste politiche, che lo accreditano per un’eventuale coalizione di governo con il PIS.

Come spesso in passato, anche questa consultazione ha visto la sostanziale marginalità delle formazioni di sinistra. L’Alleanza Democratica (SLD), principale formazione socialdemocratica ed erede del vecchio partito comunista, dopo il tracollo registrato nel 2005 è rimasta relegata ai margini della vita politica polacca. In occasione del voto ha costruito un’alleanza elettorale denominata Sinistra Unita (Zjednoczona Lewica – ZL) con la speranza (vana, secondo gli exit poll) di ottenere almeno l’8% dei consensi, necessario per entrare alla Camera Bassa, Sejm: la soglia di sbarramento per le liste che si presentano da sole è pari al 5%. Se ne restasse esclusa, sarebbe la prima volta dal 1989.

Secondo i primi exit poll, con un’affluenza che si è attestata al 51,6%, la formazione politica il cui leader indiscusso rimane Jaroslaw Kaczynski ha ottenuto il 39,1% dei consensi, dato che potrebbe consentire Diritto e Giustizia di formare un governo senza ricorrere ad alleanze (sarebbe la prima volta dopo il 1989). Piattaforma Civica (PO) potrebbe aver avuto il 23,4% dei voti, terzo partito è quello nazionalista anti-sistema del cantante rock tradizionalista Kukiz col 9%. Seguono il nuovo partito liberal (Nowoczesna) col 7,1%, e il Partito dei Contadini (PSL), ex-alleati di governo di Piattaforma Civica, col 5,2%.

Piattaforma Civica esce sconfitta da questa doppia tornata elettorale perché non è stata capace di capitalizzare e consolidare i successi economici di questi anni, né di adottare le misure redistributive richieste dalle fasce deboli della popolazione. Allo stesso tempo, non ha saputo cogliere l’ampiezza del malessere per queste mancate riforme, inimicandosi anzi l’elettorato con una riforma del welfare basata sui principi dell’austerità.

Diritto e Giustizia – forte di un importante alleato come l’episcopato polacco – è stato, invece, capace di intercettare tutto lo scontento diffuso nel paese, soprattutto tra chi non ha beneficiato direttamente della crescita economica. Ha catalizzato la delusione verso la classe politica di governo, interpretando il bisogno di cambiamento, risvegliando nostalgie nazionaliste e affermandosi così come forza largamente maggioritaria nel paese.