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La nuova strategia afgana: “colpire e trattare”

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L’offensiva militare della NATO nella provincia afgana dell’Helmand, iniziata  all’alba del  13 febbraio, fa probabilmente parte di un’unica partita con la cattura di mullah Baradar nel porto pachistano di Karachi, l’8 febbraio. Baradar è considerato il braccio destro di mullah Omar, cioè di fatto il numero due della cupola talebana. E’ una partita che potremmo definire “dai una spallata e tratta”, o “colpisci duro e negozia”. 

La cronologia degli avvenimenti non sembra casuale. Tuttavia, mentre è chiara la strategia messa in campo dai comandi NATO nel Sud del paese, è apparsa confusa l’operazione che ha portato all’arresto di mullah Baradar.

Operation “Moshtarak”: prendere e tenere
“Moshtarak” significa “Insieme” in lingua dari. Non a caso, l’offensiva conta, per la prima volta, su una maggioranza di soldati (e poliziotti) afgani, oltre a 7-8mila militari anglo-americani col supporto di  canadesi, danesi ed estoni.

L’operazione guidata dal generale Stanley McChrystal, comandante in capo delle truppe americane e della NATO/Isaf in Afghanistan, segue un lungo stallo nelle operazioni militari di rilevante portata (costellato di piccole e medie azioni da parte NATO e da parte talebana). Si tratta di un’operazione congiunta in cui l’aviazione ha “ripulito” l’area del distretto di Marjah prima dell’offensiva di terra. Ora stanno agendo anche i mezzi pesanti col compito di conquistare un territorio considerato un caposaldo talebano e della produzione di oppio, tra le principali fonti di sostegno finanziario della guerriglia. Moshtarak  è il tentativo di dare una svolta non solo militare alla campagna afgana basandosi su una miscela di nuove tattiche militari e civili; non più dunque  una mera somma di azioni. La conquista di Marjah si articola su quattro passi che non sono esattamente un novità ma che questa volta sono delineati con precisione: shape (preparazione con bombardamenti preventivi), clear (l’operazione di terra), hold (mantenimento della posizione), build (ricostruzione, o meglio consolidamento della posizione in chiave di sviluppo). L’obiettivo dichiarato è dunque non  solo conquistare, ma controllare il territorio per trasferirvi  il potere dello stato centrale. E non solo in termini di sicurezza, bensì anche potere amministrativo e giudiziario, investimenti per lo sviluppo, costruzione di scuole e strutture sanitarie. Infine McChrystal ha chiarito in partenza un punto qualificante, o che almeno tale vorrebbe essere:  “Il nostro modello non è Falluja”. Un’attenzione chiara al problema delle vittime civili.

L’affaire Baradar
L’arresto di mullah Baradar è apparso come un colpo a sorpresa. L’interpretazione che possiamo definire ufficiale è che finalmente Islamabad ha cambiato strategia: è ora disposta a collaborare seriamente con Washington, e l’operazione congiunta di due servizi segreti (ISI pachistano, CIA americana) è  solo il primo risultato.

Ma accanto alla versione ufficiale, ve n’è un’altra, in due versioni. La prima versione è che l’arresto sia un’operazione per “salvare la faccia” proprio allo stesso mullah Baradar, un uomo dato in quota alle “colombe” nella cupola talebana che governa il conflitto da Quetta (città del Belucistan pachistano). Baradar sarebbe in sostanza già arruolato tra i talebani “buoni” e disponibili a trattare. Qualche indizio in tal senso viene dalla tempistica: arrestato lunedi 8 febbraio, la notizia – resa pubblica il 16 –  viene tenuta nascosta  nonostante il New York Times ne sia al corrente dal giovedì 11.  Si chiede il silenzio stampa non tanto, come dichiarano le fonti ufficiali, per non guastare un’operazione più sofisticata che dovrebbe portare alla cattura di Omar, quanto per attendere che Moshtarak abbia inizio.

Seconda versione della tesi alternativa: il Pakistan ha sì cambiato strategia, ma solo nel suo più stretto interesse. Baradar è una vecchia conoscenza dell’Isi dagli anni Novanta, quando fonda con Omar il movimento dei talebani. Islamabad pensa ora di utilizzarlo come una pedina forte per sedere, attraverso di lui, a un futuro tavolo negoziale. Possibile, ma con molti dubbi, poiché gli anni recenti hanno dimostrato che l’influenza pachistana sui talebani è forte ma più limitata di quanto si pensasse.

In ogni caso, Baradar è una carta importante se è vero quanto si dice di lui, cioè nel 2004 avrebbe autorizzato la prima delegazione di negoziatori che viaggia verso Kabul per trattare con Karzai.  E avrebbe anche rappresentato Omar in tutti i negoziati a seguire (sia con il governo sia con gli americani) che sono stati avviati con la mediazione saudita da due anni a questa parte. Attualmente, Baradar sarebbe lo strumento per sfruttare varie fratture all’interno del movimento guerrigliero, tra falchi e colombe, tra generali della Shura di Quetta e “colonnelli” sul terreno. Dunque, “colpire e trattare”.

Speranze e rischi
A dieci giorni dall’inizio dell’Operazione Moshtarak è presto per un vero bilancio: non è chiaro quanto ancora durerà la fase “clear” né come si articolerà la fase “hold” (anche se un discreto numero di poliziotti afgani ha già preso posizione). Né tanto meno su quale disegno si svilupperà la fase della ricostruzione, che è in effetti la più delicata e complessa.

Gli obiettivi dell’Operazione sono certamente molteplici, e non tutti indirizzati al teatro o al pubblico afgano. Quanto sia importante l’aspetto mediatico-simbolico lo si evince dalla recente crisi di governo che ha appena attraversato l’Olanda:  le opinioni pubbliche occidentali stanche e distratte, quando non apertamente contrarie alla missione, sono un tassello fondamentale del conflitto. E’ tanto più cruciale, allora, che si possa dichiarare un successo militare in tempi piuttosto brevi. Se così sarà, diventerà poi possibile una trasposizione dello schema di Moshtarak anche in altri settori del paese. E sarebbe utilizzabile come una sorta di grimaldello: una minaccia pendente nella fase di avvio dei negoziati politici (vedi alla voce Baradar). I due aspetti sono strettamente connessi, perché siamo anche di fronte al tentativo di far camminare la famosa “transizione”, ossia l’ormai assodata necessità di passare la mano agli afgani.

Resta una grave ombra sull’operazione, e dunque un rischio da cui guardarsi: le vittime civili, il cui numero è comunque alto nonostante le cautele. Ci si deve chiedere se non sarebbe stato opportuno sospendere qualsiasi operazione dall’aria mentre era in corso Moshtarak. Un tale evento è imputabile all’antica malattia del deficit di coordinamento, per cui la mano destra non sa cosa fa la sinistra?  Un altro di questi “errori” e la stessa operazione Moshtarak rischia di veder vanificare parte dei suoi obiettivi.

La strada è in salita su entrambi i fronti – colpire e trattare – ma è una strada ormai tracciata.