international analysis and commentary

La “nuova guerra irachena” tra qaedismo, religione e tribalismo

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“Gli attacchi inflitti ad Al-Qaeda in Iraq hanno profondamente segnato l’organizzazione, ma non abbastanza da annientarla”, scriveva lo scorso novembre Brian Fishman, ricercatore in materia di contro-terrorismo presso la New America Foundation, sul 6° volume del CTC Sentinel.

Gli osservatori e gli analisti internazionali hanno focalizzato la loro attenzione, negli ultimi due anni, sulla tragedia siriana, che ha risvolti strategici più insidiosi rispetto a quella irachena. Mentre le battaglie tra regime siriano da una parte e i vari gruppi della cosiddetta “opposizione siriana” dall’altra mietevano migliaia di vittime, gli attacchi pianificati e portati avanti dallo “Stato Islamico in Iraq e nel Levante” (ISIS) – l’attuale nome ufficiale dell’ala irachena di Al-Qaeda – non sono cessati. L’escalation in Siria ha segnato una “maturità jihadista” di questa organizzazione. Ciò si è riflesso anche sulla macchina mediatica del gruppo, che ha creato una nuova sigla, chiamata Al-I’tisam (La Perseveranza), incaricata di produrre e diffondere materiale propagandistico riguardante quello che, per l’organizzazione, viene percepito come un unico fronte di battaglia regionale: la “terra dei due fiumi” (l’Iraq), e lo Sham, (il Levante),  e più propriamente la Siria.

Alla fine dello scorso mese, dopo una protesta a Ramadi, nell’Iraq occidentale, contro la politica di emarginazione dei sunniti da parte del governo di Nouri al-Maliki, violenti scontri hanno avuto luogo tra milizie tribali sunnite e le forze di sicurezza irachene. Gli episodi sono arrivati fino a Fallujah, roccaforte sunnita e città-simbolo per la corrente jihadista globale. Proprio alla luce del valore simbolico ma anche strategico di questa città, e approfittando della situazione, l’ISIS ne ha preso il controllo. Contemporaneamente, l’organizzazione jihadista ha iniziato a perdere alcune postazioni in Siria, entrando in conflitto aperto con il Fronte islamico siriano, che raggruppa diverse formazioni islamiste (compreso il secondo maggiore gruppo jihadista attivo in Siria, il Fronte Al-Nusra), e l’Esercito siriano libero (ESL). Tale scontro si è reso inevitabile per una serie di ragioni: la prima è la forte presenza di elementi stranieri dell’ISIS sul territorio siriano e l’applicazione rigida, e a volte violenta, della shari’a; c’è stato poi il recente messaggio di Ayman al-Zawahiri, leader di Al-Qaeda, in cui sostanzialmente delegittima l’esistenza dell’ISIS, chiedendo all’organizzazione di tornare a operare soltanto in Iraq sotto il nome di “Stato Islamico in Iraq” (dunque con l’esclusione del “Levante”). A ciò bisogna aggiungere i crescenti sospetti di collusione fra ISIS e regime siriano.

Sta di fatto che una delle direttive di Al-Zawahiri è stata applicata, e l’ISIS ha dimostrato un elevato livello operativo, conquistando la città di Fallujah e riprendendo il controllo, in pochi giorni, delle città siriane che aveva perso, (a cominciare dalla sua roccaforte di Raqqa, al confine con la Turchia). In questo modo, l’organizzazione ha delineato un fronte strategico e tattico che parte dalla provincia di Aleppo, passa per Raqqa, e il confine con la Turchia, e arriva fino alla provincia irachena di Al-Anbar, al di là del confine siriano.

In questa “nuova guerra irachena”, bisogna tenere conto di due aspetti fondamentali: quello religioso e quello tribale. Come fa notare lo studioso Theodore Karasik, Direttore del Research and Consultancy at the Institute for Near East and Gulf Military Analysis (INEGMA) a Dubai, in un’analisi pubblicata lo scorso 14 gennaio sul sito di Al-Arabiya [1], quando Al-Qaeda tentò di imporre il suo sistema di valori fondato sulla rigida osservanza della shari’a  alle tribù della provincia di Al-Anbar, Washington, in accordo con Baghdad, implementò il concetto di appartenenza tribale nel processo di formazione del movimento sunnita detto “Sahwa” (Rinascita), guidato appunto da leader tribali contrari ai metodi qaedisti. In questo modo, ottenendo una vittoria contro Al-Qaeda sul piano ideologico e militare, le milizie della Sahwa crearono però un vuoto sul piano religioso. Ed è questo il vuoto, assieme a quello sociale, che ha contribuito a porre le basi per la recente protesta sunnita nella provincia di Al-Anbar, che l’ISIS ha strumentalizzato per riproporsi come guardiano della fede.

Ancora una volta, e come già accaduto inizialmente anche in Siria, è stato applicato il concetto secondo cui “il nemico del mio nemico è mio amico”: le tribù di Al-Anbar hanno mostrato così una certa apertura nei confronti dell’ISIS in chiave di contrasto al governo centrale di Maliki (il quale a sua volta ha risposto schierando le truppe).

In questo scontro che vede l’ISIS da una parte e il governo centrale di Baghdad dall’altra, la storica e capillare rete tribale della provincia di Al-Anbar rappresenta la pedina di maggior valore per entrambi gli schieramenti. L’ISIS, dunque, cercherà di veicolare una narrativa religiosa per accattivarsi le simpatie delle tribù, mentre il governo iracheno tenterà di concedere alle tribù parte di ciò che queste richiedono: maggiore attenzione, minore emarginazione e più servizi. Questa scelta potrebbe ribaltare l’equazione religione-tribù, offrendo anche un possibile esempio per una possibile strategia da applicare anche nella vicina Siria.