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La Libia tra rivoluzione e giustizia internazionale

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Sin dai primi atti di sanguinosa repressione armata da parte del regime libico nei confronti della popolazione civile, numerose voci si sono levate chiedendo una risposta da parte delle Nazioni Unite e della giustizia internazionale. Allo stesso tempo, solo pochi giorni fa, anche tra i più esperti osservatori (Antonio Cassese, Se il mondo resta a guardare, la Repubblica, 26 febbraio, p.1) si esprimevano dubbi circa la capacità dell’ONU di adottare efficaci sanzioni e di attivare la Corte Penale Internazionale (CPI). Si poteva giustamente pensare alla riluttanza di membri permanenti del Consiglio di Sicurezza come Cina e Russia alle prese con situazioni interne non risolte, come Tibet e Cecenia. Con riferimento, poi, all’attivazione della CPI da parte del Consiglio di Sicurezza, è nota la mancata partecipazione alla Corte da parte degli USA, oltre che di Cina e Russia. Eppure, il Consiglio ha deciso unanimemente l’embargo sulle armi, il congelamento dei beni e il divieto di espatrio per il dittatore libico, i suoi familiari e ventisei dei suoi più stretti collaboratori. Contemporaneamente, il Consiglio ha conferito potere investigativo al Procuratore della CPI sui fatti in corso dal 15 febbraio scorso. Tutto ciò mentre in queste ore viene valutata la possibilità di un intervento aereo per la creazione di una “no fly zone”.

Ci si è da subito interrogati sull’efficacia o persino su eventuali effetti controproducenti delle misure prese. Circa le sanzioni in questione, va evidenziato il loro carattere “mirato”, diretto a colpire lo stretto entourage del dittatore e le capacità militari di repressione da parte del regime, aggirando le controindicazioni delle misure economiche spesso adottate in passato contro odiosi regimi repressivi a danno esclusivo delle stesse popolazioni.

È certamente realistico domandarsi se facendo terra bruciata attorno al dittatore, e quindi escludendo per lui e i suoi fedelissimi ogni via di fuga, non lo si spinga a restare fino all’ultimo, prolungando ed esacerbando la guerra civile. Rispetto all’apertura di indagini preliminari da parte della Procura della CPI circa gli eventi repressivi in corso, vi è persino chi ha sostenuto che un “processo all’Aja a Gheddafi può trasformarlo in un martire” (Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 28 febbraio).  Di fatto, dopo gli iperbolici discorsi minacciosi della scorsa settimana, nei quali Gheddafi ha persino fatto paventare un ricorso ad armi chimiche, dal giorno successivo all’adozione delle sanzioni il dittatore nega i massacri senza minacciarne di nuovi. Sicuramente, le misure prese non possono assicurare la capitolazione del regime e, tantomeno, scongiurare scenari sudanesi o somali. Se questo esito si dovesse poi verificare, sarebbe difficile considerarlo una conseguenza diretta dell’adozione delle sanzioni ONU. Quanto all’inizio delle indagini preliminari da parte della CPI, si tratta di appurare se siano stati commessi – o siano in corso – crimini contro l’umanità; ciò può costituire un importante deterrente rispetto alla reiterazione di simili atrocità nell’eventualità che la guerra civile dovesse continuare. Ciò varrebbe non solo e non tanto per il dittatore, ma anche e soprattutto per i suoi fedeli e subordinati, considerando che rispetto a simili crimini essi non sarebbero coperti dalla circostanza di eseguire ordini superiori.

Circa la paventata “martirizzazione” di Gheddafi derivante da un processo davanti alla CPI, va sottolineato proprio come quest’ultima escluda la pena di morte, diversamente dalla procedura che portò alla condanna capitale di Saddam Hussein (che peraltro non pare essere mai assurto, comunque, a simbolo di martire). Per questo, alla fine, la consegna del dittatore libico alla CPI potrebbe costituire per lui una via d’uscita, piuttosto che un esito senza via di scampo.  

Al di là della crisi in corso e in termini più generali, l’effetto più positivo che si può rinvenire nella decisione del Consiglio di Sicurezza ONU riguarda il voto del governo cinese: questo passaggio costituisce una delle prime e più importanti indicazioni di avvicinamento della Cina verso standard internazionali di legalità condivisa, indispensabile piattaforma per la gestione multilaterale dei futuri eventi di portata globale.