international analysis and commentary

La fine del papato di Benedetto XVI: le reazioni europee

319

Il gesto di rinuncia compiuto da Benedetto XVI ha destato ovunque stupore e dibattito. Il papato di Joseph Ratzinger è stato giudicato in Europa con parole molto diverse da quelle spese al momento della sua elezione. Se però, in un bilancio generale, il giudizio dei commentatori oscilla tra valutazioni prudentemente positive e altre più decisamente negative, c’è invece un aspetto su cui le diverse osservazioni convergono: uno dei principali obiettivi del Papa era quella di “riportare l’Europa a Dio”: ebbene, l’Europa non ha risposto.

Il papato ha cercato di ricucire, almeno dal punto di vista diplomatico, dei rapporti considerati incrinati o trascurati con quasi tutte le capitali europee – impegnate, secondo il punto di vista vaticano, in una legittimazione anche legislativa del relativismo ormai dominante. Tra i principali obiettivi di questa strategia di riconquista è stata senz’altro la più grande monarchia cattolica del continente: la Spagna. I rapporti tra Madrid e la Roma vaticana erano scesi ai minimi termini durante il primo mandato del governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero, soprattutto grazie ad alcune leggi particolarmente malviste oltretevere (matrimonio gay, alternative all’ora di religione, aborto).

La maggior parte del clero spagnolo, politicamente caratterizzato a destra e guidato dal cardinale e arcivescovo di Madrid Antonio María Rouco Varela, le aveva duramente avversate attraverso imponenti manifestazioni di piazza (insieme all’opposizione del Partito Popolare e col pieno appoggio del Vaticano), senza successo. Con il secondo e più debole mandato di Zapatero, ma soprattutto col ritorno al potere dei popolari, le relazioni sono migliorate; tuttavia, solo alcune leggi sono state corrette, e il programma “laicista” non è stato certo smantellato. Benedetto XVI ha visitato la Spagna tre volte: più di ogni altro paese – eccettuata la Germania.

Non è strano dunque che l’opinione pubblica spagnola rifletta una tale polarizzazione politica. Il più diffuso quotidiano conservatore, El Mundo, giudica il pontificato di Ratzinger come un successo, pur nei limiti della problematica situazione romana. Ne sarebbe prova la gestione dei Legionari di Cristo, congregazione cattolica molto presente nel mondo ispanico che Ratzinger ha deciso di “commissariare” nel 2006 dopo la “scoperta” degli abusi sessuali commessi dal fondatore Marcial Maciel Degollado. El barrendero de Dios (lo spazzino di Dio, così il foglio madrileno definisce Benedetto XVI per la volontà di fare pulizia nella chiesa) scelse di non processare Maciel, ma di confinarlo comunque in un monastero, mentre negli anni precedenti le denunce erano state ignorate.

Al contrario, il giornale progressista El País ritrae un pontefice sopraffatto dagli intrighi di palazzo, incapace sia di soddisfare le spinte più oltranziste, ma nemmeno di scrollarsi di dosso l’immagine di uomo del passato: uomo travolto da continui scandali e oppresso dall’ombra di Karol Wojtyla. In quest’ottica, la decisione di “scendere dalla croce” appare dunque degna di rispetto, ma tutt’altro che coraggiosa.

Di altro tenore le reazioni suscitate in Francia dalle dimissioni di Ratzinger. Benché secondo le statistiche nel paese transalpino la pratica cattolica sia osservata regolarmente da meno del 10% della popolazione, Benedetto XVI aveva dedicato a Parigi e Lourdes uno dei suoi ventiquattro viaggi all’estero, e aveva ricevuto a Roma l’ex presidente Nicolas Sarkozy. Questi passi di avvicinamento, che avevano fatto parlare la pubblicazione cattolica La Croix di “uscita dal purgatorio” della Francia, sono stati però interrotti dall’elezione a capo dello Stato di François Hollande, strenuo difensore del principio di laicità.

A pochissime ore dall’approvazione parlamentare della legge sul matrimonio omosessuale, osteggiata dalla chiesa transalpina, il presidente socialista commentava così quanto accadeva a Roma: “la Repubblica saluta positivamente la decisione del pontefice, ma non spetta ad essa commentare su ciò che appartiene soprattutto alla Chiesa”. La stoccata indiretta di Hollande sarà certamente piaciuta alla gauche francese: il quotidiano della sinistra radicale parigina, Libération, titolava a tutta pagina “Papus interruptus” – e non si è trattato dell’unico commento sarcastico.

Analisi più serie, tuttavia, si sono soffermate sulla portata politica delle “dimissioni” di Benedetto XVI. Un gesto “liberatorio, che rompe un tabù” – nelle parole dell’arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois – che dà un colpo molto forte alla concezione monarchica e assolutistica del papato; un gesto che si proietta sul futuro, secondo Le Monde, dato che il papa ha nominato personalmente più della metà dei membri del futuro conclave, e che peserà su tutti i successori. D’altronde, i cattolici francesi sono concordi nel giudicare che la forte personalità dimostrata dal pontefice in questa occasione smentisce l’idea – che aveva accompagnato l’elezione di Ratzinger – di un papato di transizione.

I commentatori di oltralpe sottolineano poi il ruolo mai così marginale della Francia nella scelta di un papa, penalizzata dall’italo-centrismo delle nomine di Benedetto XVI e dall’obiettiva perdita di importanza dell’Europa nella gerarchia mondiale della Chiesa. Non possono mancare di notarlo anche i cattolici inglesi: Inghilterra e Galles non avranno nemmeno un elettore tra i 117 votanti del conclave, mentre il Nord America è presente in folta truppa. Viene rimproverata al clero locale l’impreparazione alla decisione del pontefice, pur in presenza di vari segni premonitori. È il Times a enumerarli, a partire dal commosso pellegrinaggio di qualche mese fa sulla tomba di Celestino V.

Anche nella piccola comunità cattolica inglese si nota un fenomeno presente nel resto dei paesi d’Europa: il papato di Ratzinger è soprattutto apprezzato dai credenti più praticanti, mentre non è particolarmente amato da quelli meno assidui. Si tratta di un punto decisivo a sfavore della difficile operazione di ri-secolarizzazione del continente. E così anche il Catholic Herald – interprete di questa prima categoria – traccia un bilancio positivo del pontificato che si avvia a conclusione, elencando tra “i dieci motivi per cui ringraziarlo” la capacità di modificare con il tempo l’iniziale immagine negativa.

Su questo aspetto, infatti, i commentatori inglesi sono d’accordo: quello che a Londra era definito il God’s rottweiler si è invece dimostrato un politico accorto e ragionevole. Il suo viaggio nel Regno Unito ha provocato impressioni positive, in un paese spesso critico nei confronti della Chiesa di Roma, e che si appresta a discutere la legalizzazione del matrimonio omosessuale in parlamento con l’assenso del premier conservatore. Nonostante ciò, il giudizio globale sul pontificato di Ratzinger resta negativo. La Chiesa cattolica, conclude il Guardian, non è mai stata così divisa: grazie alle nomine papali arriverà al conclave spaccata in piccoli blocchi che difficilmente permetteranno la vittoria del necessario uomo “forte”. Al pontefice uscente “non rimarrà che assistere alla confusione che lui stesso ha creato”.

Il papato di Benedetto XVI non è stato dunque giudicato troppo teneramente in Europa. Inoltre, l’ombra di Karol Wojtyla si è rivelata più lunga e opprimente del previsto: proprio dalla cattolica Polonia, paese con cui i rapporti vaticani si sono mantenuti nel complesso decisamente buoni – e che ha salutato la decisione di Ratzinger con rispetto e deferenza – è giunto in realtà il colpo più duro.

L’ex segretario personale di Giovanni Paolo II e ora cardinale di Cracovia Stanislaw Dziwisz ha rimarcato il valore della testimonianza del precedente pontefice, rimasto durante lunghi anni di agonia fisica e mentale al suo posto perché “giustamente convinto che dalla croce non si scende”. Non sarà dunque solo l’addio di Benedetto XVI a costituire un vincolo morale sulle scelte dei prossimi successori al soglio di Pietro.