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La Corte Suprema e la sanità americana: un ruolo politico

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I tre giorni di audizioni presso la Corte Suprema sulla legge di riforma sanitaria hanno rivelato molte cose, non solo sulla direzione che sta per prendere la campagna elettorale ma anche sul sistema politico americano in quanto tale. In estrema sintesi: i Repubblicani hanno bisogno di cancellare la riforma per sostenere che Obama ha fallito su tutta la linea e che nei 4 anni del suo mandato non ha fatto che peggiorare i problemi del paese. La maggioranza della Corte si presterà ben volentieri a dare una mano al candidato del partito, ormai quasi certamente Mitt Romney, ignorando le conseguenze giuridiche, economiche e sociali della sua decisione.

Per capire la situazione attuale occorre partire da lontano e precisamente dalla mancanza di un sistema sanitario universale e pubblico negli Stati Uniti. Con l’eccezione dei più poveri, assistiti attraverso Medicaid, e degli anziani, che usufruiscono di Medicare, i cittadini americani possono ottenere un’assistenza sanitaria solo attraverso assicurazioni private. Un tempo queste erano fornite dalle aziende e il sistema, pur escludendo molti lavoratori, grosso modo funzionava. Oggi, l’avidità delle compagnie assicurative (ben descritta dal film di Michael Moore Sicko), la precarizzazione dei rapporti di lavoro e l’aumento del costo delle cure hanno fatto sì che cinquanta milioni di americani (ovvero un quinto della popolazione) debbano soltanto sperare di non ammalarsi mai perché non hanno alcuna copertura.

L’amministrazione Obama ha varato nel 2010, dopo una lunghissima battaglia congressuale, il Patient Protection and Affordable Care Act che tenta di  razionalizzare il settore creando l’obbligo per i cittadini di sottoscrivere una polizza sanitaria con la compagnia di loro scelta, offrendo incentivi per farlo ma anche fissando multe per chi non lo fa. La logica è di costringere tutti, anche i giovani in buona salute, a partecipare, creando un sistema privatistico ma universale.

I dettagli sono incredibilmente complicati e il meccanismo farraginoso, ma la sostanza della questione è semplice: si può obbligare qualcuno ad assicurarsi se non vuole? Il buon senso direbbe che esistono circostanze in cui questo è necessario: l’assicurazione obbligatoria per le auto non ha mai suscitato grandi dibattiti filosofici e politici, in America come in Europa. Apparentemente, invece, il caso della sanità ha resuscitato negli Stati Uniti tutte le paure del Moloch governativo che controllerebbe addirittura le decisioni sulla vita o la morte degli anziani ricoverati in ospedale (fu Sarah Palin a inventare la storia).

I tre giorni di dibattito (dal 26 al 28 marzo) presso la Corte Suprema sono stati originati dall’impugnazione della legge come incostituzionale da parte di 26 stati (quelli con governatori repubblicani) e dalle pronunce contraddittorie delle Corti d’appello federali a cui è stato sottoposto il caso. Per non lasciare la legge in un limbo giuridico (applicata, ma sempre a rischio di venire annullata, gettando l’intero settore della sanità nel caos) l’amministrazione Obama ha chiesto di accelerare l’esame del problema e i nove giudici emetteranno la loro sentenza in giugno.

Purtroppo, gli Oral Arguments hanno confermato una volta di più le parole di James Madison riferite ai giudici: “per le modalità stesse con cui sono eletti e per la natura e il carattere di permanenza del loro mandato sono troppo distaccati dal popolo per condividere granché delle sue preoccupazioni ”. Antonin Scalia e Samuel Alito, i più aggressivi tra i membri della Corte, hanno interrogato il Solicitor General Daniel Verilli sul tema dell’obbligo di assicurarsi, facendo capire che a loro parere esso chiaramente eccede i limiti fissati dalla Costituzione al potere del Congresso. Le domande di John Roberts e di Anthony Kennedy andavano nella stessa direzione: il tono scettico nei confronti dei sostenitori della legge rivelava l’intenzione di cancellare quanto meno l’assicurazione sanitaria obbligatoria. Clarence Thomas, com’è sua abitudine, non ha parlato ma il suo voto è sempre simile a quello di Scalia. Sembra quindi che la maggioranza di cinque giudici su nove abbia già deciso di cassare la legge.

La posizione dell’amministrazione è che il sistema creato dal PPACA  rientra nel diritto del Congresso a regolamentare le assicurazioni, un potere che deriva dall’art. II, sezione 8 della Costituzione (la cosiddetta Commerce clause). Tuttavia, la maggioranza della Corte presieduta da John Roberts chiaramente simpatizza per una visione restrittiva del “commercio tra gli Stati”, simile a quella che prevaleva nell’Ottocento e potrebbe giustificare in questo modo la decisione di dichiarare incostituzionale la legge.

Per i cinque giudici conservatori (tutti nominati da presidenti repubblicani) non ha alcuna importanza il fatto che una decisione in questo senso getterebbe l’intero settore (che corrisponde al 17% del Pil degli Stati Uniti) nella confusione e toglierebbe ogni speranza a 50 milioni di americani privi di assistenza: l’unica considerazione valida nella loro mente è cancellare il risultato ottenuto da Obama e aiutare Romney nella sua corsa alla Casa Bianca.

Questo ruolo della Corte non è nuovo: almeno dal 1953 essa ha assunto un ruolo di supplenza del Congresso del tutto imprevisto dai padri fondatori. La Corte è diventata un organo di governo di ultima istanza, una terza camera dove vengono decise questioni politiche e amministrative di ogni tipo: dalla scuola che uno studente delle elementari deve frequentare (busing) ai suoi diritti di essere ammesso all’università, fino a scelte fondamentali nella vita della persona come il diritto o meno di interrompere la gravidanza.

Nel 1954, la Corte Warren diede un colpo di piccone alla segregazione razziale nel Sud con la sentenza Brown v. Board of Education of Topeka. La sentenza, che definiva incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole, fu oggetto di un’accanita resistenza da parte dei politici sudisti, una resistenza culminata in mobilitazioni di massa, violenze contro i militanti per i diritti civili e plateali tentativi di impedire la sua applicazione. Il fatto che, nel merito, Brown fosse sacrosanta ha oscurato il fatto, altrettanto certo, che essa rivelava una profondissima paralisi del sistema politico: i senatori sudisti avevano bloccato con l’ostruzionismo i tentativi del governo federale di proteggere gli elettori afroamericani e garantire i loro diritti civili.

Un altro caso in cui la Corte aveva dovuto svolgere una funzione di supplenza a tutela di un diritto fondamentale, per l’incapacità del Congresso di provvedervi, è quello dell’aborto. L’abolizione delle leggi che criminalizzavano l’interruzione della gravidanza era una rivendicazione delle donne fin dagli anni Sessanta e, in molti Stati, dopo il 1970 l’aborto divenne effettivamente legale. La sentenza della Corte Roe v. Wade, del 1973, “risolse” il problema stabilendo che il diritto della donna alla protezione della privacy della sua sfera intima, e quindi anche alla decisione di un’eventuale interruzione della gravidanza, era costituzionalmente protetto.

Di nuovo, una decisione probabilmente doverosa, e largamente applaudita dalle donne americane, ma una decisione che rivelava come il terreno normale del confronto politico, i parlamenti dei singoli stati e il Congresso, fosse chiuso a questa richiesta dei cittadini.  L’incapacità del Congresso e dei singoli stati a legiferare su questo tema si è rivelata una fonte di debolezza per la riforma: negli ultimi 35 anni, chi ha manifestato nelle piazze impadronendosi della bandiera della democrazia locale è stato il movimento antiabortista, la cui crescita è stata di grande giovamento per le fortune politiche del Partito Repubblicano.

Il carattere pericoloso della supplenza esercitata dai giudici per rimediare a situazioni di ingiustizia era stato individuato, nel 1901, da James Thayer di Harvard, che scriveva: “In un governo popolare, i vantaggi di questo influsso conservatore – il potere dei giudici di annullare leggi incostituzionali – sono grandi, inestimabili; tuttavia, occorre ricordare che l’esercizio di potere, anche quando è inevitabile, porta con sé un grave danno e cioè il fatto che la correzione degli errori legislativi viene dall’esterno e il popolo viene quindi privato dell’esperienza politica, dell’educazione morale e dello stimolo che verrebbe dal battersi in modo normale attorno alla questione”.

La decisione sulla sanità mostrerà per l’ennesima volta che nessuna decisione veramente  risolutiva nella politica americana può venire presa senza l’avallo dei nove giudici. Ma se, in passato, la “scorciatoia” giudiziaria aveva permesso di allargare la sfera di libertà dei cittadini, in particolare degli afroamericani e delle donne, oggi la maggioranza della Corte, conquistata a una visione reazionaria del mondo, usa il potere che le è stato concesso per restringere sempre più la libertà dei cittadini e aggravare la paralisi delle istituzioni democratiche. Per i Democratici, il prezzo di aver compresso, o quanto meno ignorato, la partecipazione popolare al processo politico, come ha fatto Obama smantellando la rete di sostenitori giovani ed entusiasti che ne aveva permesso l’elezione, si rivelerà molto alto.