international analysis and commentary

La clausola euro-francese di Hollande

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Da uno shock come quello di Parigi l’Unione Europea può uscire più unita o più divisa, più vulnerabile di quanto già non sia o meno vulnerabile. Da questo punto di vista, la decisione presa a Bruxelles dai ministri della Difesa – attivare per la prima volta, su richiesta francese, la clausola di “difesa reciproca” contenuta nei Trattati (Articolo 42.7) – è una decisione politicamente importante. È un simbolo: gli europei riconoscono che “l’aggressione armata” al territorio di uno dei loro paesi (questo l’innesco di un articolo che ricorda, nelle ambizioni, l’Articolo 5 della NATO) è un attacco all’Europa nel suo insieme. Che obbliga gli altri Stati membri dell’UE a dare al paese colpito aiuto ed assistenza “con tutti i mezzi a loro disposizione”.

Dalla Francia – il cui parlamento mandò a monte, più di mezzo secolo fa, la nascita della Comunità europea di difesa – viene quindi una richiesta esistenziale. Se Parigi è in “guerra”, lo è tecnicamente da ieri anche l’UE, al di là delle cautele verbali diffuse.

L’Europa ha espresso la propria solidarietà alla Francia ma l’UE non ha certo l’organizzazione militare integrata della NATO: conseguenze militari cogenti per gli Stati membri non seguiranno le decisioni di ieri. Se il presidente Hollande ha preferito fare ricorso all’Articolo 42 del Trattato di Lisbona, invece che all’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, è perché desidera, assieme alla solidarietà, una legittimazione europea, politica e legale. Sul terreno, preferisce tenersi le mani libere e agire con le coalizioni variabili che già in costruzione con Stati Uniti, Russia e potenze regionali. L’intensificazione in queste ore dei bombardamenti in Siria lo dimostra.

Questo doppio binario – unilaterale ed europeo – è abbastanza tipico della politica di Parigi, che ottiene così l’appoggio dei partner senza troppi condizionamenti sulle scelte internazionali della Francia. Definendo di “atto di guerra” la tragedia che ha colpito Parigi, Hollande ha d’altra parte precluso il ricorso all’altra clausola di solidarietà prevista dal Trattato (Art. 222) proprio in caso di attentati terroristici. L’attacco a Parigi è diventato così – non solo per i cuori e le menti dei cittadini ma per i suoi ministri della Difesa – un attacco all’Europa nel suo insieme. Cosa che, se non resterà puramente simbolica, potrebbe segnare un passo verso un continente pronto ad unirsi, invece che a rischiare di disgregarsi, di fronte a una minaccia comune.

Questo richiede però tre condizioni. La prima – ovvia ma non per questo meno necessaria – è un aumento ulteriore dello scambio di intelligence e della cooperazione di polizia. In questi ultimi dieci anni, in particolare dopo gli attentati di Londra e Madrid, si sono fatti progressi importanti; ma certo non sufficienti, come purtroppo confermano le “falle” fra le polizie di Bruxelles e Parigi.

Seconda condizione: uno sforzo congiunto molto più consistente per il controllo delle frontiere europee. Nessun attore politico coerente è mai riuscito a sopravvivere a confini labili. Anche qui: la velocità dell’aumento dei rischi è sempre doppia o tripla, come dimostra la politica migratoria, rispetto alla velocità delle risposte europee. Solo un vero rafforzamento dei confini esterni impedirà di ricreare muri interni all’Unione Europea. Dopo Parigi peraltro, la discussione su Schengen comincia ad assomigliare ad un feticcio. È possibile, e io non vi trovo nulla di così scandaloso, che una delle conseguenze dello stato di emergenza – ormai condiviso dalle capitali europee – sia la sospensione temporanea degli accordi di libera circolazione delle persone. Il problema vero è di non alimentare il mito illusorio di barriere protettive solo nazionali. Resta che la generazione Erasmus – dopo avere beneficiato della libertà di circolazione – ha bisogno di sicurezza: è la generazione che rischia di più nella guerra asimmetrica in casa.

Terza condizione: un ripensamento radicale della politica europea nel Mediterraneo, che era stata concepita – con le illusioni sulle virtù del “vicinato” amico – solo per il bel tempo. Sono parecchie le tesi che sostengono che ISIS stia colpendo più di prima all’esterno a causa delle perdite che sta subendo nel suo preteso Califfato del “Siraq”. La guerra è anzitutto fra musulmani: una sorta di guerra dei trent’anni nel Medio Oriente post-Pax Americana, fatta di scontri fra sciiti e sunniti e di competizione fra potenze regionali (Turchia, Iran, Egitto, Arabia Saudita e altri paesi del Golfo). Guerra civile interna al mondo musulmano e guerre per procura, dallo Yemen alla Siria. Averlo chiaro è essenziale, ma sapendo anche che il fronte europeo-occidentale è un fronte collegato: sconfiggere lo Stato Islamico in Medio Oriente resta una condizione necessaria, anche se certo non sufficiente, per battere il terrorismo islamista in Europa.

La politica estera dell’UE deve insomma uscire da una fase “infantile” per occuparsi finalmente di hard policy, in cui rientrano scelte politiche difficili, fra cui la fine delle ambiguità sui propri presunti alleati (con flussi illegali di denaro verso i movimenti jihadisti). Lo stesso vale per la scelta degli avversari e per i necessari compromessi (leggasi la sorte di Assad in discussione con Mosca, per restare alla Siria).

In breve: è ora che gli europei considerino la sicurezza come una scelta concreta, costosa e terribilmente seria. Per più di mezzo secolo, le circostanze storiche ci hanno abituato a spendere poco per la difesa e a delegare altrove – in gran parte agli americani – la protezione dei cittadini europei. È ormai chiaro, in modo drammatico, quanto ciò non sia più possibile, né per la Francia, né per quell’Europa che si è impegnata a sostenerla nel momento più tragico.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata su La Stampa il 18 novembre 2015.