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La classe media frustrata e la macchina elettorale

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Le paure della classe media americana sono state al centro del dibattito elettorale di quest’anno. Eppure, mentre i politici sono impegnati ad assecondarne desideri e bisogni, gli elettori della classe media appaiono sempre meno convinti dell’equità del sistema e sempre più insoddisfatti delle scelte a loro disposizione.

Si sentono sotto assedio, stretti tra i poveri ritenuti “immeritevoli” e i ricchi avidi. Poco importa che queste angosce abbiano un solido fondamento o che siano semplicemente una questione di percezione. Per adesso, stanno tenendo viva la corsa alla nomination del Partito Repubblicano (come fecero durante le primarie democratiche del 2008 tra Barack Obama e Hillary Clinton), e impediscono a Mitt Romney di portare a casa quella che, sin dall’inizio di questo ciclo elettorale, pareva una vittoria inevitabile.

Nemmeno l’atteso voto del Super Tuesday (il 6 marzo), in cui dieci stati sono andati alle urne, è riuscito a risolvere l’impasse. Romney si è imposto in Virginia, Vermont, Massachusetts, Idaho e Alaska e ha portato a casa una vittoria risicata in Ohio; Rick Santorum ha vinto in Tennessee, Oklahoma e North Dakota; infine, Newt Gingrich ha conquistato il proprio stato natio della Georgia, un risultato probabilmente sufficiente a far sì che rimanga in gara.

“Non sono preoccupato per i molto poveri”, ha dichiarato Romney recentemente. “Abbiamo una rete di sicurezza sociale per loro […] E non sono preoccupato per i molto ricchi, che se la passano bene. Sono preoccupato per il cuore dell’America, quel 90-95% di americani che fa fatica”.   Questo genere di messaggio piace nel Midwest americano. L’Ohio, emblema dell’America post-industriale, impoverita e stanca (e il premio più ambito del Super Tuesday), non fa eccezione.

“La gente che sta al top non paga tasse, così come quelli che stanno in fondo”, dice Debbie Hysell di Pomeroy, nel sudest dell’Ohio. “È sempre la gente in mezzo che finisce per pagare per tutti”. La cinquantaduenne Hysell non si ritiene particolarmente interessata alla politica ma si definisce democratica. È proprietaria di Makin Memories, un negozio di gadget per lo scrapbooking su Main Street, sulle sponde del fiume Ohio (lo scrapbooking è un passatempo tipicamente americano che consiste, in sintesi, nel creare elaborati album di fotografie e ricordi). Questa cittadina di meno di duemila abitanti è il capoluogo della contea Meigs, tra le più povere dello stato e tra quelle che sono state più duramente colpite dal declino dell’industria dell’estrazione del carbone. Secondo dati raccolti nel censimento 2010, il 20,8% dei residenti di Meigs si trova sotto la soglia di povertà. Al dicembre 2011, il tasso di disoccupazione era dell’11,8%.

Mentre l’antipatia verso le tasse non è certo cosa nuova, quello che sorprende è la forza del risentimento che emerge da conversazioni con elettori della classe media, almeno in questa parte dello stato, sia verso i poveri sia verso i ricchi e, in generale, verso i politici nazionali.  “Ci sono un mucchio di persone in questa comunità che si approfittano del sistema mentre noi altri lavoriamo come matti”, dice Greta Nease, la barista quarantatreenne di Gloeckner’s Café, un buio, fumoso bar sul lungo-fiume di Pomeroy. “Si organizzano in modo da lavorare e guadagnare il minimo, che gli permetta comunque di ricevere sussidi pubblici”. Il marito di Nease è un operaio edile ed è spesso via da casa, alla ricerca di impiego in giro per il paese.

“Faremmo meglio a eliminare tutti quelli che si presentano abbigliati in un completo tre pezzi”, dice Max Drenner inserendosi nella conversazione. Drenner ha cinquantanove anni, vota solitamente democratico e lavora in un ospedale in zona. “Vogliono solo fare più soldi, non gliene frega niente del resto”.

Più a nord lungo le rive del fiume Ohio, nel desolato centro città di Steubenville, Froehlich’s Classic Corner è uno dei pochissimi esercizi commerciali aperti di sabato pomeriggio. “I politici sono troppo distanti da realtà come la nostra”, dice Greg Froehlich, cinquantottenne proprietario del ristorante. Froehlich è un repubblicano in una città che è tradizionalmente una roccaforte democratica. A fine febbraio, ha ospitato nel proprio ristorante un raduno elettorale di Rick Santorum.

Steubenville ha visto precipitare la propria economia assieme all’industria dell’acciaio a partire dagli anni ottanta. Nel 2010, la sua popolazione di meno di 18.000 abitanti era appena più della metà di quanto era stata negli anni quaranta. I redditi sono calati e l’età media dei residenti è cresciuta. “Si tratta di un processo di continua regressione”, dice Froehlich. “Il 2008 è stato l’ultimo anno buono per il ristorante. Dopo di che abbiamo visto un calo del 20-30%”.

Le ragioni di questo disincanto sono, almeno in parte, reali. Il professor Emmanuel Saez dell’Università di California ha pubblicato uno studio che mostra come, nel 2010, il reddito della famiglia mediana, aggiustato all’inflazione, sia calato del 2,3% rispetto al 2009, scendendo a un livello che non si vedeva dal 1996. E’ vero che la recessione ha colpito sia i ricchi sia la classe media (tra il 2007 e il 2009, la fetta di reddito nazionale nelle mani dell’1% di americani più ricchi è scesa dal 23,5% al 18,1%). Ma nel 2010, il primo anno della ripresa, il 93% della crescita è andato all’1% che si trova al top: questo gruppo ha visto il proprio reddito aumentare dell’11,6%, mentre l’altro 99% ha registrato un incremento di appena lo 0,2%.

Allo stesso tempo, la crisi economica ha spinto molti nuovi americani sotto la soglia della povertà. Volenti o nolenti, costoro sono andati a infittire le file di persone che ricevono aiuti governativi: secondo il censimento nazionale, 2,6 milioni di nuove persone sono diventate povere nel corso del solo 2010. Il dato totale di 46,2 milioni di americani che vivono in povertà è il più alto dei cinquantadue anni durante i quali il governo ha monitorato questo trend.

Non tutti concordano sul fatto che per la classe media la situazione sia così difficile. Scott Winship della Brookings Institution ha analizzato alcuni studi sui trend di reddito di lungo periodo, concludendo che, se si guarda agli ultimi trent’anni, il reddito della famiglia mediana è cresciuto tra il 35% e il 55%. “Mentre la velocità della crescita è rallentata rispetto alla metà del secolo scorso, quando si avevano incrementi straordinari per tutti, le cose non sono peggiorate e, in realtà, sono abbastanza migliorate”, dice Winship.

Quale che sia la condizione della classe media rispetto ai poveri e ai ricchi, questi due gruppi attraggono, per ragioni completamente opposte, molta attenzione pubblica.  Non certo per loro scelta, i poveri, soprattutto a causa della loro dipendenza dal governo, sono molto visibili per via di come il sistema di sicurezza sociale è strutturato in America. “Più un programma governativo avvantaggia gli americani benestanti, meno è appariscente”, scrive il giornalista Ezra Klein. “Strutturiamo politiche per i poveri in maniera che rende pressoché impossibile non sapere che il governo sta dando una mano”. Quindi, ad esempio, per ricevere i food stamp un americano deve fisicamente recarsi presso un ufficio governativo. Altri programmi mirati alla classe media, invece, sono invisibili, sepolti nei dettagli del codice fiscale.

Per quanto riguarda i ricchi, la progressiva liberalizzazione del regime che regola i finanziamenti delle campagne elettorali ha causato un aumento sproporzionato delle donazioni effettuate da individui con molto denaro: ad esempio, George Soros è un finanziatore di cause democratiche da anni, e quest’anno Sheldon Adelson, Foster Friess e Julian Robertson hanno contribuito generosamente alle campagne di Newt Gingrich, Rick Santorum e Mitt Romney. Il risultato è che un numero crescente di elettori che appartengono alla classe media sta perdendo fiducia nella democrazia americana. Un sondaggio condotto recentemente da Democracy Corps e dal Public Campaign Action Found ha rilevato che il 60% di americani è convinto che “la classe media non potrà tirare il fiato in questa economia fino a che non sarà ridotta l’influenza delle lobby, delle grandi banche, e dei ricchi finanziatori di campagne”.

Questi sentimenti così diffusi possono spiegare manifestazioni popolari di frustrazione della classe media quali il Tea Party, che inveisce contro la spesa governativa, e Occupy Wall Street, che si sdegna per gli enormi privilegi dell’1%.

Il fatto che sempre meno politici di livello nazionale appartengono alla classe media non aiuta. Dei quattro contendenti alla nomination del GOP ancora in corsa, tutti hanno almeno un titolo di studio post-laurea; tutti sono milionari (Romney ha una fortuna calcolata in oltre 200 milioni di dollari); e tutti fanno parte ormai da decenni dell’elite politica ed economica. In questo senso, l’unico che si avvicina a un passato da working class è proprio il Presidente Barack Obama; ma il fatto di essere african-American e la sua particolare infanzia itinerante (con periodi passati in Indonesia e alle Hawaii) lo rendono esotico agli occhi dell’elettore bianco e parte della working class del Midwest. Nel 2008, Obama ha perso questo gruppo di elettori malamente, prima a favore di Hillary Clinton e poi di John McCain.

A ciò si aggiunge una altro dato: il 47% dei membri dell’attuale Congresso sono milionari; non proprio una fotografia accurata della composizione economica degli Stati Uniti. Non deve sorprendere quindi l’incapacità’ di molti elettori della classe media di riconoscersi nei propri rappresentati eletti.

“Il centro geografico del paese è quello che permette a questo paese di operare”, dice Robert Schafer, cinquantaseienne proprietario di quinta generazione del negozio Schafer Leather, che vende abbigliamento e stivali in stile “wild west” nel piccolo centro storico di Marietta, Ohio – cittadina che fu, nel 1788, il primo insediamento nel Territorio del NordOvest. “Se non fosse per i colletti blu che producono le cose di cui i colletti bianchi hanno bisogno, questi ultimi non potrebbero mantenere  lo stile di vita desiderato”.

Come Obama con Clinton nel 2008, Romney si sta battendo soprattutto con Santorum per i voti dei lavoratori bianchi, e sta perdendo. In Ohio, come in tutti gli stati che lo hanno preceduto in queste primarie repubblicane, l’ex governatore del Massachusetts ha fatto fatica con gli elettori che guadagnano meno di centomila dollari l’anno e con gli elettori che non sono mai andati all’università.

Quelli che scelgono comunque di sostenerlo, lo fanno perché sono convinti che, alla fine dei conti, Romney abbia maggiori probabilità di battere in novembre il Presidente Obama rispetto ai suoi rivali repubblicani,. Questo almeno è quello che pensa Robert Schafer di Marietta. “A livello personale, preferisco Santorum” dice, ma vota Romney per via della questione dell’eleggibilità.

Si pensa infatti, da queste parti, che il candidato ideale di estrazione lavoratrice non può comunque emergere. “I comuni mortali non hanno i soldi per candidarsi alla presidenza”, dice Patrick Gonzales, lo chef cinquantenne del Wild Horse Cafè di Pomeroy, uno dei pochissimi residenti ispanici in paese e un democratico che dice di preferire Ron Paul a Obama.

Dovendo scegliere tra candidati con cui non si identificano, gli elettori della classe media faticano a prendere una decisione. E le primarie si allungano.