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Israele-Palestina: molti rischi, ma non una terza Intifada

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Gerusalemme negli ultimi giorni è tornata ad incendiarsi, e soprattutto a incendiare le testate dei maggiori giornali internazionali. Gli eventi e le violenze che si sono succedute nella Spianata delle Moschee ed in altre città palestinesi come Hebron e Nablus sembrano richiamare alla mente le dinamiche a spirale a cui abbiamo assistito con la Seconda Intifada. Tutto ciò sembrerebbe contraddire le ipotesi di “pace economica”, alternative ad un negoziato di pace “classico” messe in campo dal governo Netanyahu, e fino a poco tempo fa sostanzialmente accettate dalla comunità internazionale. Non è così, e i toni veicolati dai media sono fin troppo enfatici, beneficiando probabilmente alcuni interessi a scapito di altri.

Nonostante il clima politico in Israele e Palestina non sia certo disteso, un movimento apparentemente spontaneo, ma in effetti organizzato e di massa, come fu la Seconda Intifada, non sembra alle porte per tre motivi sostanziali. Il primo è che non esiste una leadership politica che possa “spingere” la nuova ondata di violenza incanalandola in una strategia palestinese a medio o lungo termine. In altre parole, nonostante siano attivi alcuni piccoli gruppi armati, non esistono grandi sponsor per una nuova sollevazione di massa. Anche il sostegno retorico di Hamas si può considerare di tipo ideologico ma non pratico.

Il secondo elemento è che i Palestinesi sono più divisi che mai: il principale problema sia per Fatah che per Hamas è il rapporto reciproco, e il loro antagonismo ha condotto l’ANP allo stallo elettorale e programmatico. Ciò a discredito della concezione stessa di istituzioni autonome palestinesi.

Il terzo elemento è proprio il relativo successo della “pace economica” e dei gruppi di interesse che ad essa sono legati, sopratutto in campo palestinese. Il primo ministro Fayyad ha investito molto nel rilancio della West Bank, i cui progressi verrebbero di fatto annullati nell’eventualità di una nuova Intifada, tornando a una sorta di “anno zero”.  Vi è inoltre una larga porzione di società civile palestinese che ha tratto economicamente vantaggio dallo status quo corrente e non mostra nessuna intenzione militante, temendo soprattutto una nuova stagione di coprifuoco e incursioni notturne delle forze israeliane nelle proprie città.

Ciò non significa che nel quadro attuale non ci siano elementi contradditori. Soprattutto, è importante sottolineare come la leadeship di Abu Mazen sia sotto attacco da più parti: quei gruppi armati, come le Brigate dei Martiri di al-Aqsa, che teoricamente fanno capo alla stessa Fatah e hanno dimostrato negli ultimi anni una notevole capacità di self-restraint, hanno ora dichiarato pubblicamente di cercare il consenso di Abu Mazen per una ripresa delle attività militari ai danni di Israele.

A ciò si aggiunge il fatto che l’Anp ha ora le mani legate rispetto ai proximity talks voluti da Washington, dato il tempismo dimostrato da Israele nell’annunciare nuovi progetti di costruzione a Gerusalemme Est. Così facendo, non soltanto si è creato l’incidente diplomatico con l’amministrazione Obama, ma si è anche reso inevitabile un indurimento delle posizioni dell’Anp.

Non va poi dimenticato che un’intera generazione di giovani Palestinesi, come attestano i sondaggi, non crede più nella reale prospettiva di un futuro stato palestinese, data la diffusione degli insediamenti e la loro alta dispersione geografica; ma non è tuttora chiaro con quale strategia politica si possa sostituire l’ipotesi dei “due popoli, due stati”.

Ancora, si è riaccesa la retorica sui Luoghi Sacri (da sempre centrale nel conflitto) dopo la mossa di Nathanyau di stendere una lista dei luoghi “patrimonio della storia” per il popolo ebraico, includendovi alcuni siti da sempre contesi, come la tomba dei Patriachi ad Hebron, ed altri, come la Tomaba di Rachele, che vengono oggi sconnessi dalle aree palestinesi a seguito della costruzione del Muro difensivo. Alla rivendicazione dei Luoghi sacri da parte di Israele si  lega uno degli incubi peggiori dei palestinesi, cioè che gli Israeliani possano un giorno distruggere la Moschea di al-Aqsa per ricostruire sopra alle sue rovine il Terzo Tempio – scenario che, per quanto davvero poco plausibile e irrazionale,si radica nell’ideologia politica di alcune frange  estremiste dei Gush Emunim e del Partito Nazional-religioso oggi nella coalizione di governo.

Il dato più grave in assoluto è però forse un altro: la ripresa dei lanci di razzi Qassam dalla striscia di Gaza verso Israele, che avevano fatto la loro prima vittima dal gennaio del 2009, ovvero dalla fine dell’Operazione Piombo Fuso. Come in passato, c’è il rischio elevatissimo Israele possa reagire in modo decisamente sproporzionato rispetto alla portata della minaccia. In sostanza, a fronte del notevole “auto-controllo” imposto dai negoziati internazionali in corso con l’Iran, e dalla speranza che l’ANP continui a collaborare con le forze israeliane nella West Bank, è possibile che la forza d’urto dell’apparato militare si riversi sulla striscia di Gaza contro Hamas. In questo caso, sarebbe difficile non vedere emergere nuove forme di mobilitazione anche in quei gruppi armati della West Bank che attendono solo un pretesto per inaugurare una nuova stagione di violenze.

Siamo insomma di fronte a un paradosso: i problemi sono molti e gravi, ma tra questi il principale non è una terza Intifada.