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Innovare nella tradizione e far circolare le idee: la via italiana alla crescita

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Non c’è bisogno di scomodare grandi economisti quali Adam Smith o Joseph Schumpeter per dimostrare che l’innovazione è da sempre una delle principali fonti di aumento della produttività e uno dei maggiori motori di crescita economica. L’Italia ha necessità urgente di tornare a crescere e l’innovazione può giocare un ruolo molto importante. A condizione che si sfatino due luoghi comuni abbastanza diffusi nel nostro paese: 1) che la creatività, qualità che agli italiani non manca, sia da sola sufficiente per innovare; 2) che la capacità d’innovazione di un paese sia determinata dal numero di start-up, in particolare di quelle nei settori ad alta tecnologia.

La percezione che innovazione sia sinonimo di creatività è tanto diffusa quanto errata. L’espressione inglese think outside the box è comunemente utilizzata per indicare come, per essere innovativi, si debba pensare fuori dagli schemi (letteralmente “fuori dalla scatola”), superando la rigidità della struttura di pensiero tradizionale. Questa espressione è in parte fuorviante perché sembra associare l’innovazione alla creatività, alla capacità di andare contro corrente, in un certo senso anche di non rispettare le regole.

Spesso la creatività ha effettivamente un ruolo importante nell’innovazione e in certe occasioni per innovare occorre andare, se non contro, almeno oltre regole e consuetudini. Ma tutto ciò non è sufficiente. Pensare outside the box presuppone l’esistenza di una scatola. La struttura del pensiero, la disciplina e la pianificazione sono – insieme alla creatività – ingredienti importanti dell’innovazione.

Oltre a ciò occorrono altri elementi per essere innovativi. È importante operare in un ambiente concorrenziale, che stimoli la ricerca di continuo miglioramento. È inoltre importante un buon framework esterno, cioè una cornice amministrativo-regolamentare che sia chiara e stabile nel tempo. Infine è fondamentale la circolazione delle idee. Nelle economie avanzate le idee fanno la differenza: la generazione di idee è importante ma ancor più lo è la loro virtuosa circolazione. Lo scambio di idee favorisce l’innovazione, nella ricerca scientifica come nell’impresa. Campioni d’innovazione quali Microsoft e Google hanno rivoluzionato gli spazi fisici di lavoro, disegnandoli per favorire il confronto e la comunicazione tra i dipendenti.

La circolazione delle idee può costituire una strada per colmare il gap dimensionale e cognitivo delle piccole e medie imprese – spina dorsale dell’economa italiana – per le quali innovare è vitale ma spesso difficile per mancanza di massa critica e di investimenti. La strada può essere quella della condivisione delle idee all’interno di un distretto, cioè lo scambio di conoscenza tra imprese, università e centri di ricerca locali, per facilitare la creazione di veri e propri knowledge network in un territorio.

Per innovare non basta quindi la creatività. Occorrono anche struttura di pensiero e pianificazione, vera concorrenza, spirito di sopravvivenza, framework con regole semplici e stabili, e soprattutto circolazione delle idee.

Il secondo luogo comune, largamente diffuso, è che il modo migliore per stimolare l’innovazione in un territorio o in un paese sia favorire l’aumento del numero di start-up, in particolare di quelle che operano in settori ad alta tecnologia. In breve, il segreto sarebbe replicare Silicon Valley. Per questo in Italia si moltiplicano gli annunci di misure e iniziative per favorire la nascita di start-up: incentivi fiscali e semplificazioni burocratiche, incubatori e parchi scientifici. Il numero di nuove imprese costituisce certamente un buon indicatore di vitalità e dinamismo di un’economia e generalmente implica occupazione per molti giovani. Entrambi questi dati sono positivi in una situazione come quella italiana, caratterizzata da staticità e alta disoccupazione giovanile.

Tuttavia, al di là della difficoltà oggettiva di replicare il modello californiano, risulta essere debole l’evidenza empirica che un paese con un elevato numero di start-up cresca più rapidamente degli altri. La variabile importante ai fini della crescita non è il numero delle start-up bensì il numero dei cosiddetti winners, cioè di società come Google, Amazon, Apple, che sopravvivendo e crescendo, hanno un impatto importante sull’economia. Inoltre il legame tra start-up da un lato e produttività e crescita dall’altro è meno forte di quanto si possa intuitivamente pensare. Le aziende “esistenti” sono in aggregato più produttive di quelle “nuove”, caratterizzate da un alto tasso di mortalità. È peraltro dimostrato che in media la produttività delle imprese cresce all’aumentare della loro lunghezza di vita. Ciò significa che, mediamente, le “nuove” imprese utilizzano le risorse in modo meno efficiente rispetto alle imprese “esistenti”.

In Italia l’innovazione nei settori tradizionali, addirittura in quelli considerati maturi, può essere la più efficace ai fini della crescita. Con la globalizzazione le migliori idee e talenti in settori hi-tech quali il digitale, la biomedicina, la bioingegneria, tendono infatti a emigrare in luoghi come Silicon Valley e San Diego in California, Route 128 in Massachusetts, Cambridgeshire in Gran Bretagna, Silicon Wadi in Israele. Altri sono invece i settori nei quali l’Italia può agire da catalizzatore. Pensiamo, in particolare, ad agroalimentare, moda e tessile, abbigliamento e calzatura, mobile, illuminazione e arredamento-casa, meccanica e impiantistica avanzata, architettura e costruzioni. In questi settori l’Italia ha elevata credibilità, consolidata tradizione, migliaia di aziende e scuole professionali, infrastrutture e know-how.

L’innovazione – non solo tecnologica ma anche di logistica, distribuzione, design, organizzazione, governance – nelle imprese esistenti e nei settori tradizionali costituisce la più credibile sfida italiana alla crescita. Numerosi sono gli esempi di successo. Luxottica ha innovato materiali e design in un settore tradizionale quale l’occhialeria; lo stesso si può dire per il gruppo Della Valle nel settore della calzatura; con Eataly, Oscar Farinetti ha innovato la distribuzione nell’agroalimentare; Permasteelisa è leader nella costruzione di facciate e rivestimenti per grattacieli, stadi, aeroporti, grazie a innovazione di materiali e di progettazione; Loropiana ha affiancato l’innovazione alla qualità e design di prodotti classici, Alessi ed Elica hanno rivoluzionato il design rispettivamente degli utensili e delle cappe per cucina; DeLonghi ha fatto lo stesso per la funzionalità dei piccoli elettrodomestici; Barilla e Illy investono massicciamente in ricerca e tecnologia per prodotti tradizionali quali pasta e caffè. L’elenco dei casi di successo è lunghissimo.

La sola creatività e il tentativo di replicare Silicon Valley non rappresentano, per l’Italia, una scorciatoia all’innovazione. Più efficace può essere percorrere la strada tradizionale, riscoprendo disciplina e pianificazione, aumentando la concorrenza, semplificando il quadro regolamentare, e promuovendo la circolazione delle idee, all’interno dell’impresa e nei territori. Ma è importante anche concentrare energie e risorse per innovare imprese esistenti e settori tradizionali, nei quali il paese gode già di elevata credibilità. Seguendo questa ricetta antica – o “ibrida”, sintetizzando tradizione e continuo aggiornamento – l’Italia potrà rendere più efficace lo sforzo d’innovazione e aumentare le proprie prospettive di crescita. E guardare al futuro con maggiore ottimismo.