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Indignati e arrabbiati: analisi del contagio spagnolo

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“Indignados”:  il termine si è rapidamente diffuso ben al di là dei confini della Spagna (dove si preferisce usare la sigla 15-M a ricordare la data della prima protesta, il 15 marzo scorso). Serve a descrivere una situazione di disagio e protesta generalizzati, soprattutto ma non solo a livello giovanile.

A dire la verità il copyright del termine non appartiene alla Spagna, ma piuttosto a Stephane Hessel, l’ultranovantenne ex diplomatico francese e al suo breve ma impattante bestseller del 2010: Indignez-vous.

Ma da  dove viene e dove va questo fenomeno magmatico, in fondo nemmeno un vero movimento? Forse il modo migliore di definirlo è in negativo, chiarendo cioè quello che esso non è:

In primo luogo, non è una riedizione del 1968. Anzi, si può dire che ne sia l’esatto opposto. I giovani “sessantottini” erano mossi dal rifiuto di una società borghese, consumista, produttivista, austera, di cui denunciavano lo sfruttamento degli individui e la negazione del loro diritto alla felicità. Oggi il problema è piuttosto l’esclusione: dal  lavoro, dal consumo, dalla casa, e persino dalla possibilità di farsi una famiglia – un’istituzione che nel 68 veniva spesso rifiutata come “borghese” e repressiva. Allora si pensava di andare oltre il benessere alla ricerca di valori alternativi  Oggi si protesta per l’erosione degli standard di consumo, per l’espulsione da quei livelli di benessere che erano stati in precedenza ampiamente raggiunti. Allora i figli disprezzavano il benessere conquistato dai padri (e i relativi sacrifici in termini di libertà individuale e repressione sessuale); oggi si rendono conto del fatto che quei livelli per loro non sono più raggiungibili.

In secondo luogo, il fenomeno-Indignados non è la ricerca di una diversa politica, come quella che nel mondo arabo ha portato a rivolte focalizzate anzitutto sul rigetto di regimi non democratici.  In Tunisia ed Egitto la rivolta ha visto liberali e islamisti provvisoriamente uniti contro dittatori cleptocratici e, pur profondamente diversi ideologicamente, entrambi convinti della necessità di un profondo cambiamento politico. In Europa prevale invece una sfiducia nella politica in quanto tale, e più concretamente in una democrazia rappresentativa (proprio quella per cui le moltitudini arabe sono scese in piazza) considerata una specie di truffa, una copertura della tutela degli interessi dei potenti contro quelli della maggioranza dei comuni cittadini.

Vi è quindi nella protesta araba, rispetto a quella degli “indignati” europei , un maggiore contenuto di speranza, pur in presenza di straordinarie difficoltà e pericoli di regressione.  Gli indignati europei sono molto più desolati, disorientati, direi disperati. Non sono portatori di visioni ideologiche, di progetti politici alternativi, né rivoluzionari né riformisti, dato che il XX secolo e l’inizio del XXI sono stati caratterizzati dalle sconfitte sia delle ipotesi rivoluzionarie che di quelle riformiste.

Siamo dunque di fronte a un disagio che è basato sulla realtà, non su ideologie, utopie, militanze politiche. Un disagio che ormai viene esplicitamente riconosciuto come fondato e legittimo anche da rappresentanti dell’establishment; a partire da Barack Obama. Il presidente ha infatti riconosciuto le ragioni di chi negli Stati Uniti protesta contro Wall Street, responsabile della crisi di Main Street (che colpisce dunque i cittadini comuni) ma esentata – proprio grazie all’intervento del tanto vituperato governo federale – dal  pagarne le conseguenze.

Il consenso, da Obama al neo-presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, è sempre più vasto : non possiamo non dirci indignati.

Un altro aspetto della protesta degli indignados spagnoli che ha profondamente colpito è la non-violenza. Pochissimi sono stati gli scontri con la polizia, pochissimi gli arresti, nessun vandalismo.

La popolazione ha reagito positivamente e con una notevole solidarietà di fondo, limitandosi a lamentare i disagi alla circolazione nelle zone urbane prodottisi nei giorni caldi della protesta.

Gli scontri del 15 Settembre a Roma, i vandalismi, la violenza, hanno quindi particolarmente sorpreso, spaventato e anche, legittimamente, preoccupato. Si impone quindi una riflessione sul perché di questa anomalia italiana – un’altra fra le tante. Perché solo a Roma, delle 85 città del mondo dove quel giorno hanno avuto luogo proteste di “indignati” la protesta è diventata violenta?  Perché la differenza dalla Spagna?

Certo la differenza non si spiega con il livello di disagio: la disoccupazione in generale, e quella giovanile in particolare, è in Spagna circa il doppio di quella italiana. Le ragioni sono altre, e possiamo provare a decifrarle.

In primo luogo, vale la pena di tracciare una differenza fra “indignati” e “arrabbiati”. L’indignato – e qui il pamphlet di Hessel è estremamente chiaro – protesta perché vede violata una norma, sia essa legale o morale. Una norma generale, una norma chiamata a regolare la società nel suo complesso e che viene invece infranta o elusa da individui avidi, eticamente sordi quando non apertamente criminali.

L’arrabbiato (per non usare un’espressione più volgare ormai di uso più che corrente in Italia) protesta invece perché un suo interesse particolare viene danneggiato, o addirittura perché un suo privilegio viene abolito mentre quello di altri viene mantenuto. L’indignato è un cittadino frustrato; l’arrabbiato è un individuo furioso. L’indignato è di regola non violento; l’arrabbiato è invece sempre a un passo dalla violenza, praticata o quanto meno giustificata quando praticata da altri.

Il 15 Settembre nelle strade di Roma vi erano certo moltissimi indignati, pacifici cittadini che vorrebbero una società migliore e  più giusta, più rispettosa delle regole – ma vi erano anche troppi arrabbiati, evidentemente in numero maggiore che in altri paesi.  La sfiducia nella cosa pubblica, nello Stato, è infatti in Italia notoriamente più elevata che in altri Paesi europei, in particolare la Spagna. E lo scetticismo sulle regole è da noi tale da escludere un movimento di massa in favore del loro rispetto. Come scrivono Giuseppe De Rita e Antonio Galdo nel libro L’eclissi della borghesia, “L’85 % degli italiani, con un picco fino al 91% nelle grandi città, ritiene che la coscienza debba essere l’unico arbitro dei propri comportamenti e che – 67,6 % – le regole non debbano soffocare la realtà personale.”

Nello stesso tempo, cosa che anche influisce sulla natura della protesta, in Italia esiste ancora, come residuo di una precedente fase  di radicamento dei partiti (che abbiamo forse eccessivamente deplorata, se pensiamo a quello che è venuto dopo), una proliferazione di gruppetti, di bandiere, di sigle: ciò stravolge il senso di una protesta che dovrebbe invece essere di cittadini in quanto tali, al di là dell’appartenenza a fazioni.

Gli indignati spagnoli sono senza bandiere, e nella protesta spagnola i raggruppamenti politici alternativi non hanno avuto né presenza visibile né ruolo di organizzazione militante.

Al di là delle differenze, comunque, indignati spagnoli e arrabbiati italiani si scontrano con lo stesso limite, che è quello di tutta la società civile, ovunque: la società civile deve alimentare  la politica di sensibilità, esigenze, inquietudini, ma non può illudersi di sostituirla. In Spagna e altrove gli indignados rifiutano la democrazia parlamentare, ma non sono in grado di proporre un’alternativa. La democrazia diretta può e deve funzionare a livello locale o di assemblea (come quelle che hanno animato anche intelligentemente la protesta a Puerta del Sol, a Madrid, e nelle altre città spagnole) ma certo non può essere in grado di gestire le grandi questioni sociali e le esigenze collettive, dall’economia alla sicurezza alla cultura.

Il punto non è quello di promuovere la “antipolitica” – un’ illusione quando non una truffa demagogica – ma di animare e svecchiare la politica, sovvertendone le incrostazioni di casta e introducendo persone e idee nuove.  Vasto programma, diranno gli scettici, ma non impossibile. Va detto però che la responsabilità non può essere solo degli indignati, da cui sarebbe ingiusto e ingeneroso pretendere precise strategie politiche, quanto piuttosto della politica stessa. I politici, in modo tanto insoddisfacente quando non apertamente disonesto, si sono rivelati incapaci di gestire l’attuale situazione di crisi globale (crisi non solo economica, ma politica e morale);  hanno loro la responsabilità di ascoltare quelle sacrosante ragioni di indignazione e recepire la pressante domanda di cambiamento, di legalità, di cittadinanza. Quella domanda viene da moltitudini che sono disorientate e spaventate, prima ancora di essere indignate. Non farlo significherebbe rischiare di scivolare sul piano inclinato di una protesta senza orizzonti, e proprio in quanto tale potenzialmente sempre più violenta. L’alternativa non è oggi quella tra cambiamento e status quo, ma tra cambiamento e caos. Se non si ascoltano gli indignati, ci si deve preparare a far fronte a una crescente rabbia anche violenta, la cui gestione sul solo piano della repressione risulterebbe ben difficilmente compatibile con la democrazia.