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Il voto presidenziale di ottobre: molta confusione sotto il cielo brasiliano

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Il Brasile ha smesso di crescere: per il secondo trimestre consecutivo l’economia conosce il segno meno (-0,6% è il dato fornito dall’IBGE, l’istituto brasiliano di statistica). Cifre che seguono quelle, già riviste al ribasso, del primo trimestre 2014: da +0,2% a -0,2%. Su base annua si parla di -0,9%. Quando l’attività economica di un Paese si contrae per due trimestri consecutivi gli economisti parlano di “recessione tecnica”. In Brasile non accadeva dall’inizio della crisi globale, nel periodo 2008-2009; ma a ben vedere è un dato che fa tornare alla mente altri tempi, quelli della stagnazione economica dei primi anni Novanta, sotto la breve presidenza di Fernando Collor de Melo, e la recessione dei primi anni Duemila, ovvero gli ultimi della presidenza di Fernando Henrique Cardoso. Come a suggerire che in Brasile la recessione sanziona la fine di una fase politica e l’apertura di una nuova.

Più ancora che i dati non buoni sull’economia nazionale, a incidere sul risultato finale delle imminenti elezioni presidenziali e legislative brasiliane, potrebbe essere un fattore totalmente imponderabile: la morte in un incidente aereo di uno dei candidati alle presidenziali, il socialista Eduardo Campos (già governatore del Pernambuco), accreditato dai sondaggi al terzo posto.

Passata la costernazione, infatti, gli istituti demoscopici hanno cominciato a sondare il gradimento della candidata vicepresidente che ha sostituito Campos nella corsa al palazzo del Planalto, il Quirinale brasiliano, ovvero la senatrice Marina Silva. Era già stata candidata alle scorse presidenziali con il PV (Partito verde) quando con il 20% dei consensi tolse a Dilma Rousseff il gusto di essere eletta al primo turno. Tuttora popolarissima, con una biografia da romanzo, Marina Silva è schizzata nei sondaggi surclassando il candidato del PSDB Aecio Neves (per due volte governatore di Minas Gerais), fino ad allora stabilmente secondo, e insidiando a un dipresso la presidente uscente tuttora forte di un 35% dei consensi. Ma con l’inizio dei confronti televisivi il margine potrebbe restringersi: Marina Silva infatti appare molto determinata e preparata, mentre la presidente costantemente sulla difensiva.

Diventa allora decisivo il legame tra economia e contesto politico: inflazione e disoccupazione tornano ad alzarsi, seppur lievemente, mentre si registra il calo degli investimenti, che è la causa principale della discesa del PIL nel primo semestre; ma soprattutto quello che pesa sulla presidente uscente è la situazione politica confusa, e la sensazione ormai maggioritaria di un sistema politico privo di credibilità. Il punto centrale è proprio la diffusa percezione che il sistema sia addirittura  irriformabile, almeno dalle élite che sono state al potere finora.

Con i suoi 39 ministri, il governo della Rousseff è il secondo al mondo per numero di membri (preceduto solo da quello del Gabon). Con i suoi 30 partiti e altrettanti gruppi parlamentari, il Parlamento brasiliano è uno dei più frammentati e ingestibili tra le democrazie occidentali. E nulla fa pensare ad oggi a un’inversione di tendenza. Basti pensare alle coalizioni che sostengono i candidati alla presidenza: con Dilma ci sono otto partiti, con Aecio Neves addirittura nove, mentre con Marina Silva “solo” sei. A ciò vanno aggiunti altri sette candidati alla presidenza con relativi partiti, per un totale quindi di 30 liste.

Sarebbero anzi stati 31, se fosse stato ammesso – non lo fu per mancanza di firme sufficienti – anche il partito fondato dalla stessa Silva nel 2011 (Rede Sustentabilidade): va infatti ricordato che oggi Marina Silva concorre alla presidenza della Repubblica non in alleanza bensì in competizione con il partito per cui correva quattro anni fa, i Verdi. E guida una coalizione che non ha creato ma che ha trovato, e che non ha le stesse priorità e le stesse idee programmatiche dei Verdi. Del resto, come in molti altri paesi democratici, in campagna elettorale il carisma conta più della coerenza programmatica.

E dove si vede il carisma della candidata “socialista” è anzitutto nei dibattiti televisivi: con molta intelligenza la Silva, per cinque anni ministro del governo Lula accanto alla Rousseff (una all’ambiente l’altra all’energia), interpreta una narrazione originale e inclusiva degli ultimi 20 anni di democrazia brasiliana, ma allo stesso tempo si intesta, credibilmente, il testimone del cambiamento.

Proprio in uno degli ultimi confronti televisivi Marina Silva ha infatti riconosciuto come conquiste fondamentali per il Brasile sia la stabilità monetaria ottenuta grazie al PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira) e a Fernando Henrique Cardoso, sia i progressi nell’eguaglianza sociale dovuti al PT (Partido dos Trabalhadores) di Lula. Ma ha denunciato con toni appassionati la grave carenza delle politiche di questi anni, cioè la mancata riforma del sistema politico rappresentativo e amministrativo – tema che è ormai nell’agenda politica brasiliana da oltre 10 anni sotto il nome generico di reforma politica. Sarà questo il suo fondamentale punto di attacco alle attuali classi dirigenti.

E non è passato inosservato l’intervento di Roberto Setùbal, presidente di una delle più importanti banche brasiliane (Itaù), che in occasione dei 90 anni della fondazione della banca ha parlato della necessità di un “nuovo ciclo” per il Brasile, quasi riecheggiando le parole della Silva: un Paese “nel quale i brasiliani possano aspirare a servizi pubblici di migliore qualità, una pubblica amministrazione di migliore qualità, più salute ed educazione, insomma un miglioramento di tutto ciò che è sotto la responsabilità dello Stato”. Come per dire: dopo le conquiste sul piano finanziario di Cardoso, dopo le conquiste sociali del PT del duo Lula-Rousseff, è ora necessaria una nuova fase, una “terza fase”, di riforma dell’amministrazione e, inevitabilmente, anche della politica.

C’è da dire però che al momento non esiste alcuna articolazione concreta o declinazione precisa di come debba essere questa “riforma politica” . La Rousseff, scottata dai tentativi di riforme per via parlamentare falliti dal PT, parla di referendum ma non dice su cosa i cittadini si dovrebbero pronunciare. Aecio Neves, più che della necessità di riformare il sistema, sembra preoccupato di fermare la concentrazione di potere del PT e propone una riforma costituzionale che impedisca il doppio mandato presidenziale: un salto indietro di decenni.

Marina Silva, a parte la sua credibilità di ambientalista integerrima e incorruttibile, non sembra avere molte frecce nell’arco, soprattutto in termini di politiche coerenti e affidabili: basta osservare che il “suo” partito di oggi, il PSB, appoggia nello stato di San Paolo il candidato governatore del PSDB contro quello del PT, mentre appoggia nello stato di Rio de Janeiro il candidato del PT contro quello del PSDB. E Rio e San Paolo non sono certo stati marginali della federazione brasiliana.

Guardando a queste elezioni sorge spontaneo un’analogia con la nazionale brasiliana agli ultimi mondiali contro la Germania: una seleçao poco credibile come la presidente uscente, senza guizzi e per certi versi antica come Aecio Neves, senza coerenza di gioco come Marina Silva. Già, perché se è vero che a quest’ultima il carisma e una certa credibilità personale non mancano, è pur vero che è davvero curioso che a riformare la politica sia una persona che ha cambiato quattro partiti in sei anni; a maggior ragione se si pensa che il troca troca, come i brasiliani chiamano il cambio di casacca politico-parlamentare, è forse il principale malcostume da espungere dalla vita politica brasiliana.