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Il voto americano visto dalla Francia

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Se le elezioni americane si decidessero in Francia, la campagna elettorale potrebbe chiudersi già ora: l’89% dei francesi, potendo scegliere, riconfermerebbe Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti; lo sfidante Mitt Romney sarebbe premiato dal 2% dell’elettorato. L’inchiesta di giugno di Transatlantic trends indica la Francia come il paese occidentale più obamiano di tutti.

Questo consenso plebiscitario non è smentito dagli orientamenti dei media, della politica e della società; e non si tratta certo di un appoggio male informato, istintivo e pregiudiziale. I principali giornali francesi dedicano uno spazio considerevole alla politica di oltre oceano, in parallelo ai temi che agitano le capitali del vecchio continente, giudicando con attenzione e a volte con severità il primo mandato del presidente uscente, a cominciare dalla stampa di sinistra.

L’unico dibattito che abbia senso in Europa, dice Libération, è quello sulla quantità e qualità dell’intervento dello stato in economia. Gli osservatori transalpini, preoccupati dal lento e costante peggioramento della congiuntura in patria, sono colpiti soprattutto da un dato sull’economia americana: il peggior livello di disoccupazione dagli anni Trenta. Sono numeri che danno i brividi, anche nell’ottica di un traino americano alla ripresa mondiale. In un paese europeo tra i più gelosi della propria autonomia, tra le critiche più frequentemente mosse all’amministrazione Obama c’è proprio quella di non aver ancora intrapreso un vero New Deal, cioè di non aver compiuto gli sforzi sufficienti dal punto di vista degli investimenti pubblici per tirare fuori il paese – e il resto del mondo – dalla crisi.

La constatazione della difficile situazione americana non spinge però i media e l’opinione pubblica francese a preferire il candidato repubblicano: lo spettro di George W. Bush sta lì a impedirlo. Le scelte dell’uomo che guidò gli Stati Uniti dal 2000 al 2008 sono state davvero impopolari in Francia, e hanno sancito un raffreddamento epocale delle relazioni tra i due paesi. L’opposizione praticamente universale all’intervento armato in Iraq, condivisa in modo assai esplicito anche dall’ex presidente Jacques Chirac, ha condizionato il giudizio generale sull’amministrazione repubblicana, non solo dal punto di vista della politica estera ma anche di quella economica e sociale – considerata iniqua e inefficace.

Il profilo di Romney è percepito come troppo simile a quello di Bush. Secondo le inchieste, nel 2012 più di otto francesi su dieci hanno condiviso la gestione politica internazionale di Obama, mentre quattro anni prima il consenso sulla leadership mondiale degli USA era sceso ai minimi storici. Oggi, in Francia, con uno scarto inferiore solo a quello inglese e olandese, gli Stati Uniti suscitano molta più simpatia dell’Unione Europea.

Neanche gli ambienti vicini ai partiti conservatori o agli industriali mostrano apprezzamenti particolari per lo sfidante alla Casa Bianca. Le associazioni imprenditoriali francesi, molto vicine all’ex presidente Nicolas Sarkozy, hanno condiviso con lui una visione della crisi economica che ne individuava tutte le responsabilità nei difetti del capitalismo di Wall Street. Il nostro tessuto industriale è sano, il nostro bilancio pubblico è sano, si diceva, e dunque: colpa dell’amministrazione Bush – che era così screditata da poter essere indicata facilmente come fucina di tutti i mali del mondo  Lo stesso Sarkozy si era dichiarato più volte a favore di una maggiore regolazione economica a livello internazionale e di una tassa sulle transazioni finanziarie. In questi circoli, dunque, da un lato si preferisce non accusare eccessivamente Obama di colpe di cui altri sono stati scagionati; dall’altro, non ci si fida troppo del modello neoliberista riproposto da Romney. Non è un caso che i politici di destra si tengano accuratamente al di fuori della campagna elettorale americana, e in fondo lo stesso ex presidente francese, per rimarcare la vicinanza politica agli USA, si compiaceva di definire Obama “un amico intimo” e sottolineava la comune storia familiare di immigrazione e integrazione.

Non è questo l’unico motivo per cui il candidato repubblicano riesce indigesto. Il giornale conservatore Le Figaro sottolinea l’eccessiva foga con cui Romney tenta di portare “dio” dalla sua parte – un fatto incomprensibile, anche se spiegato come una delle bizzarrie della politica americana, in un paese che fa della separazione tra stato e religione il proprio simbolo. Si critica così sarcasticamente la scelta di accettare il sostegno di un famoso telepredicatore, Pat Robertson, già giudicato dall’ex candidato John McCain “agente di intolleranza”. Anche i commentatori meno schierati mettono poi in risalto la difficoltà dello sfidante di conquistare gli elettori di centro liberandosi dell’immagine caricaturale del repubblicano americano.

Le gaffe di Romney sono state infine un vero spartiacque nell’atteggiamento dei media nei suoi confronti. Il quotidiano economico Les Echos enumera con sconcerto i passi falsi che stanno rovinando l’immagine di “super professionista” su cui lo sfidante poteva contare grazie alla sua esperienza alla testa di Bain Capital, impresa di investimenti finanziari da lui co-fondata nel 1984. Anche i media meno “obamiani” sembrano insomma aver smesso di credere nella possibilità di un testa a testa nel risultato elettorale, benchè manchino ancora al voto i tre dibattiti televisivi.

L’opinione pubblica progressista, anche se inorridita dall’ipotesi di una vittoria di Romney, non nasconde una certa delusione per il mandato di Obama. “L’America sta meglio di quattro anni fa?”, si chiede retoricamente Le Monde, citando la domanda ossessiva, ripetuta migliaia di volte da Ronald Reagan in campagna elettorale contro Jimmy Carter a fine anni Settanta: la risposta è oggi negativa. Le preoccupazioni per la disoccupazione eclissano la soddisfazione per la riforma sanitaria. Naturalmente, questo segmento sociale la condivide; il provvedimento viene però considerato normale, quasi scontato, mentre la difficoltà di portarlo a termine nello scenario politico americano non viene valutata appieno.

È vero, il change non c’è stato. E di hope se ne vede poca. Ma i media di sinistra, che ancora indossano l’elmetto della campagna presidenziale francese (che li ha visti uniti nel sostenere l’alternativa a Sarkozy) concordano nell’idea di concedere a Obama un’altra possibilità: la colpa delle mancate riforme è da attribuire prima di tutto alla crisi. I possibili motivi di frizione in politica estera tra Francia e Stati Uniti – in Siria, Sahel, Iran – sono per ora in secondo piano.

D’altronde, il presidente americano in carica è stato uno degli avversari più decisi del rigore economico voluto dal duopolio Merkel-Sarkozy: nell’ultimo anno, non si sono contati i richiami a un ammorbidimento delle politiche di bilancio europee. La sintonia con le proposte generali di François Hollande è evidente; la necessità per gli Stati Uniti che l’Europa torni a crescere, anche: i francesi sono più consapevoli che mai dell’interdipendenza dei due giganti economici. Tutti però, dai fan più sfegatati ai critici più severi, sanno ormai che, su entrambe le sponde dell’Atlantico, tra il dire e il fare c’è di mezzo una montagna di debiti.