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Il “ticket out” dall’Afghanistan

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In gergo, a Kabul e a Washington, si chiama già “ticket out”, biglietto d’uscita: è l’ultima declinazione dell’ormai abusato termine “exit strategy”. “L’unica cosa che resta da vedere – spiega algidamente un funzionario dell’ONU nella capitale afgana – è se sarà un biglietto di economica o di prima classe”.

Il ticket out dall’Afghanistan è la somma che i paesi occidentali, a cominciare dagli Stati uniti, saranno disposti a mettere sul piatto dal 1° luglio 2011 quando, formalmente, dovrebbe iniziare il ritiro dei primi soldati americani.

E il prezzo da pagare sarà un forte investimento sul piano civile: la continuazione del programma di addestramento delle forze armate e della polizia afgana; uno sforzo di efficienza sul piano della cooperazione allo sviluppo; e infine un impegno sulla good governance e nella lotta alla corruzione trasversale che attraversa l’intero governo del presidente Hamid Karzai. L’ultimo punto è quello politicamente più complesso, visto che Karzai, da alleato di ferro della comunità internazionale, è diventato forse la sua maggior spina nel fianco.

Il ticket out durerà un lasso di tempo nemmeno troppo variabile: otto mesi, secondo le ipotesi che circolano negli uffici dell’ONU. “Il periodo dell’impegno avrà una finestra brevissima in cui la borsa sarà larga e aperta. Poi – dicono i funzionari di UNAMA – si chiuderanno i rubinetti”. Molto prima che l’ultimo soldato di ISAF – la forza di stabilizzazione della NATO – abbia lasciato il paese.

In realtà, il processo è già iniziato con la decisione ufficiale del primo passaggio di consegne di alcune aree del paese dalla NATO alle mani delle forze di sicurezza afgana. Le zone interessate sono le province di Bamyan, Panshir e Kabul (tranne il distretto di Surobi) e quattro città (Herat nell’ovest, Mazar-e-Sharif nel nord, Lashkar Gah – capoluogo della provincia di Helmand – a sud, e Metherlam – capoluogo della provincia di Laghman – ad est).

La transizione dovrebbe protrarsi sino al 2014, ma probabilmente non oltre: questa data è stata infatti fissata alla conferenza di Kabul dell’anno scorso, nonostante le promesse di restare “fino a che serve” del segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen.

Sebbene gli Stati Uniti non abbiano mai detto che abbandoneranno l’Afghanistan al suo incerto destino, il piano è tracciato, come suggeriscono le notizie – mai confermate ma neppure smentite – sui negoziati diretti con i Talebani che sarebbero in corso da tempo.

Anche i paesi europei negano ufficialmente che si stiano “facendo le valige”. Nella residenza che l’UE ha appena inaugurato, tra giardini ben curati e muraglioni di cemento armato, Vygaudas Ušackas, il rappresentante dell’Unione Europea, non usa perifrasi: “Non lasceremo solo questo paese nei prossimi trenta mesi, ma non lo lasceremo solo neppure nei prossimi trent’anni”. D’altra parte, anche Ušackas sa bene che dalle parole ai fatti ce ne corre.

Resta ad oggi senza risposta la domanda su quanti militari americani partiranno a inizio luglio, e poi con quale ritmo proseguirà il ritiro. Gli equilibri nel paese sono così fragili che il presidente Barack Obama ha dato spesso la sensazione di voler apparire il meno possibile sulla questione afgana.

L’ultima volta che Obama ha preso di petto il problema risale al 9 dicembre 2009, quando a West Point annunciò l’invio di altri 30.000 soldati. E nel più recente discorso sullo Stato dell’Unione, lo scorso gennaio, Obama ha dedicato all’Afghanistan otto menzioni in circa un’ora. Per trovare un suo discorso compiuto e meglio argomentato bisogna risalire al marzo 2009 quando Obama, eletto da circa cinque mesi, delineò per la prima volta la “sua” strategia per il paese asiatico. Da allora ribadisce al massimo qualche punto, soprattutto la decisione del ritiro, e lascia che a parlare siano Hillary Clinton, Joe Biden, Robert Gates, il generale David Petraeus.

Obama ha dunque deciso di tenere il punto sul ritiro di luglio e di dire poco altro, rinviando forse ad allora qualche chiarimento su cosa accadrà dall’estate in poi. In questa decisione di giocare più tra le quinte che sul palco, il presidente è stato aiutato dal dramma giapponese e dalla crisi libica e forse da una generale stanchezza, anche tra i media americani, sul problema Afghanistan. Del resto, i sondaggi parlano chiaro: quello del Washington Post di marzo mostra come due terzi degli americani ritengono che non valga la pena di continuare la guerra in Afghanistan, mentre quasi tre quarti chiedono il rientro di una parte consistente delle truppe entro l’estate.

Tutti, insomma, sembrano volersi lasciare velocemente alle spalle le nevi – o meglio il pantano – dell’Hindukush.