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Il terrorismo a Beirut: la guerra per procura siriana sconfina

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Un duplice e coordinato attentato suicida ha colpito a pochi metri dall’ambasciata iraniana, che si trova nel quartiere di Janah nella zona sud di Beirut, area a maggioranza sciita e considerata roccaforte del gruppo militante e partito politico Hezbollah. Il primo attacco, in cui l’attentatore suicida a bordo di una moto ha detonato 2kg di esplosivo davanti all’ingresso principale dell’ambasciata, è stato immediatamente seguito da una seconda esplosione, provocata da una vettura parcheggiata a pochi metri dall’edificio e carica di 50kg di esplosivo.

Il bilancio attuale è di 147 feriti e 23 vittime, tra cui un funzionario diplomatico iraniano addetto alla sezione culturale dell’ambasciata.

La natura della rivendicazione e la tempistica dell’attacco confermano le ipotesi secondo cui l’attentato rappresenterebbe un monito diretto all’Iran e all’alleato Hezbollah, e sarebbe dunque strettamente collegato agli sviluppi della guerra civile in Siria, che, a più di due anni dall’inizio del conflitto, ha causato un incremento progressivo delle tensioni settarie nella regione.

Il duplice attentato è stato rivendicato tramite Twitter da Sirajeddin Zuraiqat, esponente religioso affiliato alle brigate Abdullah Azzam, gruppo jihadista che opera nel sud del Libano e che ha forti legami con Al-Qaeda. Nel messaggio il gruppo ha dichiarato che i “due eroi sunniti libanesi” hanno compiuto l’attacco per portare all’interruzione del sostegno di Hezbollah e dell’Iran al presidente siriano Bashar al-Assad, e che tali attacchi continueranno finchè Hezbollah non ritirerà la propria presenza militare dalla Siria.

L’attacco suicida ha avuto luogo all’indomani della presa di Qara – città dalla posizione strategica al confine con il Libano – da parte delle forze governative siriane, proprio con l’aiuto dei combattenti mandati da Hezbollah. La presa di Qara fa parte di un’offensiva dell’esercito di Assad e delle forze alleate volta al controllo dei territori intorno a Damasco e vicino al confine libanese, e consolida le vittorie ottenute negli ultimi mesi contro i ribelli a maggioranza sunnita, sostenuti invece in primis dall’Arabia Saudita ed il Qatar. Entrambi i paesi vengono accusati dal governo siriano di essere responsabili per “tutti gli atti terroristici contro la Siria, il Libano e l’Iraq, che odorano di petrodollari”, e l’attentato di Beirut non fa eccezione. Mahmoud Komati, alto ufficiale di Hezbollah, ha affermato che gli attacchi sono un risultato diretto delle “successive sconfitte subite dagli estremisti in Siria”.

La reazione della leadership iraniana all’attentato è stata invece più calibrata di quella del governo siriano e di Hezbollah. ll ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha infatti definito l’attacco “un allarme per tutti”, sottolineando la crescente difficoltà nel “fermare le tensioni alle frontiere siriane”, indicata come una priorità per la sicurezza regionale. Ali Shamkhani, segretario del Consiglio supremo di Sicurezza nazionale iraniano, insieme all’ambasciatore iraniano a Beirut, Ghazanfar Roknabadi, e alla portavoce del ministero degli Esteri Marzieh Afkham, hanno invece puntato il dito contro Israele, accusando il paese di un “atto disumano e spregevole”. Le dichiarazioni rilasciate sembrano delineare un calcolo politico della leadership iraniana volto ad evitare un’ulteriore aggravamento delle tensioni sul piano settario, sottraendosi, almeno per il momento, dall’indicare apertamente i gruppi sunniti come responsabili degli attacchi e ricorrendo invece alla retorica anti-israeliana di regime.

Ciò è probabilmente motivato dal fatto che l’attentato ha avuto luogo in una fase delicata per Teheran, che nonostante il proprio sostegno per il governo di Assad ha promosso, sin dall’elezione di Hassan Rohani alla presidenza lo scorso giugno, un’immagine più moderata. Obiettivo primario è il miglioramento delle relazioni con i paesi della regione e la comunità internazionale, un elemento particolarmente importante in coincidenza con la ripresa dei negoziati sulla questione nucleare nelle ultime settimane. Un’escalation a seguito dell’attentato di Beirut complicherebbe l’interazione diplomatica con i partner negoziali del “5+1” (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, più  la Germania), riunitisi a Ginevra recentemente già tre volte. Un eventuale deterioramento del clima con l’Occidente avrebbe effetti negativi anche per le prospettive di una possibile partecipazione iraniana alla seconda conferenza di Ginevra sulla Siria, prevista per il mese prossimo (e rimandata ripetutamente da sei mesi).

Consapevoli delle potenziali implicazioni dell’attacco di Beirut sull’andamento dei negoziati nucleari e sul tentativo di rapprochement con l’Iran di Rohani, i capi di Stato di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti non si sono limitati a condannare l’attentato terroristico, ma hanno  sottolineato la loro vicinanza alle autorità iraniane e la necessità di affrontare la comune minaccia del terrorismo e dell’escalation di natura settaria del conflitto siriano. Anche il ministro degli Esteri italiano, Emma Bonino, che si trovava con Zarif in occasione di un incontro bilaterale a Roma quando è giunta la notizia del duplice attentato libanese, ha affermato la solidarietà nei confronti del governo iraniano e rinnovato l’impegno “nel contribuire alla sicurezza e alla stabilità del Libano”.

Non è infatti la prima volta che una roccaforte sciita nel quartiere meridionale della capitale libanese diventa il bersaglio di missioni suicide da parte di gruppi jihadisti sunniti, come dimostrano ad esempio le esplosioni che nell’agosto scorso fecero 21 vittime al sud di Beirut. L’attacco di questa settimana è tuttavia il primo in cui l’Iran, e non Hezbollah, è il bersaglio diretto: è dunque il più grave attacco agli interessi iraniani da quando il paese è emerso come il maggiore alleato del governo siriano. Come affermato dal ministro della Difesa libanese Fayez Ghosn, l’attentato all’ambasciata iraniana potrebbe dunque costituire un tentativo di alimentare l’instabilità regionale, tramite una trasposizione del conflitto per procura che affligge la Siria da più di due anni sul territorio libanese. È certamente una prospettiva poco allettante tanto per i paesi occidentali quanto per l’Iran.