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Il tassello birmano nel “Pivot to Asia” di Washington

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Con la storica visita del presidente Thein Sein a Washington lo scorso 20 maggio, il Myanmar fa allo stesso tempo un passo di avvicinamento verso l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, e uno di allontanamento dalla Cina. L’ultima visita di questo tipo risale a 47 anni fa, quando nel 1966 Lyndon B. Johnson ha ospitato il leader birmano. Il presidente Barack Obama ha accolto il suo omonimo birmano con evidente soddisfazione: “Apprezziamo molto gli sforzi della vostra leadership mirati a guidare la Birmania in una nuova direzione e vogliamo che sappiate che gli Stati Uniti faranno il possibile per aiutarvi su questa lunga e a volte difficile, ma in definitiva giusta strada”.

Obama fa riferimento al cambiamento avvenuto in Myanmar nel 2011, quando il regime ha passato il controllo del paese a un governo civile, ancora guidato però da una maggioranza di militari. Centinaia di prigionieri politici sono stati liberati, il livello di libertà di stampa e di espressione è aumentato, e al leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace 1991, è stato consentito di sedere in Parlamento dopo aver vinto un seggio alle elezioni parlamentari nel 2012. Le perplessità sul processo democratico del Myanmar non mancano – ci sono ancora centinaia di prigionieri politici, tensioni etniche e problemi politici – ma il paese ha fatto diversi passi avanti, anche dal punto di vista economico.

Negli anni Cinquanta il Myanmar era una delle economie più forti del Sudest asiatico, ma dopo la presa del potere da parte dei militari e l’inizio della “via birmana al socialismo” l’economia è crollata e nel 1987 il paese è stato dichiarato dalle Nazioni Unite sottosviluppato, sopravvivendo solo grazie all’unico alleato rimastogli: la Cina. Ora però la situazione comincia a cambiare. Per premiare le aperture economiche e democratiche realizzate dal governo di Thein Sein, gli Stati Uniti, oltre a convincere l’Unione Europea (il 22 aprile del 2013) a togliere tutte le sanzioni alla Birmania, hanno stretto accordi commerciali permettendo alle aziende di tornare a investire in Myanmar. Così il 4 giugno scorso è partito un investimento quinquennale della Coca-Cola da 200 milioni di dollari per imbottigliare la bevanda in Birmania. L’accordo, che creerà 22mila posti di lavoro, è stato raggiunto 60 anni dopo la chiusura dell’ultimo stabilimento della Coca-Cola nel paese. Dell’apertura agli investimenti esteri hanno già approfittato anche Ford Motor Co, PepsiCo, GE, Caterpillar e Carlsberg. Ma gli USA si sono spinti oltre l’economia, invitando per la prima volta a febbraio osservatori del Myanmar alle esercitazioni militari congiunte tra USA e Thailandia.

Ad aiutare gli Stati Uniti nell’operazione di allontanamento del Myanmar dalla Cina è intervenuto anche il Giappone. Lo scorso 24 maggio il primo ministro giapponese Shinzo Abe si è recato nella capitale birmana, in quella che è la prima visita ufficiale di un leader nipponico nel paese da 36 anni, e ha firmato un accordo per un prestito a tasso ridotto da 504 milioni di dollari. Inoltre, ha cancellato il debito di 1,74 miliardi di dollari che Naypyidaw aveva verso Tokyo, dopo che nel gennaio scorso aveva già condonato 3,58 miliardi di dollari.

Le ultime mosse di Washington hanno infastidito la Cina, sia dal punto di vista economico che politico. Il Myanmar infatti è una terra potenzialmente molto ricca e gode di ampi margini di crescita. Secondo un rapporto del McKinsey Global Institute, l’economia del paese, del valore di 45 miliardi nel 2010, potrebbe crescere fino a 200 miliardi nel 2030. Il punto forte del Myanmar, oltre alle risorse naturali, alle miniere di rame e pietre preziose e ai giacimenti di gas e petrolio, già ampiamente sfruttati dalla Cina, è rappresentato dal settore manifatturiero, che per il basso costo della manodopera potrebbe presto attirare le aziende oggi delocalizzate da tutto il mondo soprattutto in Cina e Vietnam. Pechino ha già avuto un assaggio di cosa possa significare perdere la Birmania come alleato: il 30 settembre del 2011 il governo ha improvvisamente bloccato i lavori di costruzione della diga Myitsone nel nord del paese. L’enorme costruzione, da oltre 3,7 miliardi di dollari, faceva gola appunto alla Cina, che avrebbe comprato almeno il 90% della prevista produzione energetica. Inoltre, il progetto di costruzione di una ferrovia che va dalla costa occidentale del Myanmar a Kunming, nel sud della Cina, è stato sospeso così come le operazioni di estrazione in una miniera di rame birmana.

La Cina è sempre stato il primo partner commerciale del Myanmar, e per ora continua ad esserlo visto che a marzo la Birmania ha importato l’equivalente di 175 milioni di dollari in beni cinesi, un terzo del suo import totale. Ma le cose stanno cambiando: le compagnie cinesi secondo il Wall Street Journal, dall’inizio dell’anno fiscale fino al 31 marzo, hanno investito in Myanmar 407 milioni di dollari, rispetto ai 4,35 miliardi del 2012 e agli 8,27 miliardi del 2011. Il calo è confermato dai dati sugli investimenti esteri nel paese nell’ultimo anno fiscale diffusi dal governo: 1,42 miliardi di dollari rispetto ai 4,64 miliardi e ai 20 miliardi rispettivamente dei due anni precedenti. Secondo il China Daily “non ci sono motivi per credere che i futuri rapporti tra Cina e Myanmar non saranno ottimi”. Ma che ci sia preoccupazione è invece confermato dalle mosse politiche e diplomatiche di Pechino: per la prima volta nella sua storia, a marzo ha nominato un carismatico ed esperto diplomatico, l’ex viceministro degli Esteri Wang Yingfan, inviato speciale per gli Affari asiatici, con l’esplicito compito di concentrarsi sulle relazioni con il Myanmar. Inoltre, da metà marzo c’è un nuovo ambasciatore cinese in Birmania: Yang Houlan viene da importanti esperienze in Indonesia, Malaysia, Corea del Sud e Afghanistan.

Questi tentativi potrebbero però rivelarsi inutili se – come ha scritto Bertil Lintner, autore di diversi libri sulla Birmania e profondo conoscitore dell’ex colonia inglese – uno dei motivi che avrebbero condotto la giunta militare a permettere riforme economiche e maggiori libertà è proprio il tentativo di avvicinarsi a Washington per distanziarsi da Pechino. Alcuni documenti riservati del governo, di cui l’autore è entrato in possesso nel 2011, parlano addirittura di “emergenza Cina” e del “rischio del nostro paese di perdere la sua indipendenza”. L’influenza di Pechino, infatti, non è soltanto economica ma anche politica: esattamente la situazione che i recenti sforzi americani stanno cambiando, in quello che rappresenta finora il risultato più tangibile del “pivot to Asia”.