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Il salto nel buio di Morsi: scontro di poteri e vera opposizione

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A neanche ventiquattro ore dal suo primo grande successo diplomatico, con il quale ha fermato l’escalation di violenza tra israeliani e Hamas, il presidente egiziano Mohamed Morsi ha emanato, il 22 novembre, un decreto costituzionale che rende i suoi poteri inappellabili. Almeno fino all’approvazione della costituzione e all’elezione di una nuova assemblea del popolo. Con una mossa lampo, il presidente ha concesso altri due mesi di tempo per approvare la bozza della nuova Carta fondamentale, precisando che la costituente non potrà essere sciolta, anche se continuano le defezioni dei membri non-islamisti dell’assemblea.

Sono bastati i sette articoli del decreto per fare insorgere un’opposizione che si è rivelata molto ampia, con una mobilitazione che ricorda quella contro Mubarak. Le richieste riguardano lo scioglimento del governo, la ristrutturazione delle forze armate e la condanna dei responsabili della morte dei “martiri della rivoluzione”. Si tratta di richieste che precedono gli eventi del 22 novembre: già fino ad allora, infatti, erano stati circa centosessanta i feriti in Piazza Tahrir, dove la polizia ha cercato di sedare i manifestanti, e proprio il 21 era morto un attivista del movimento rivoluzionario del 6 aprile.

Il 23 novembre decine di migliaia di manifestanti hanno raggiunto il centro del Cairo per protestare contro il nuovo decreto. Nella capitale sono stati quindici i feriti negli scontri con la polizia. Tafferugli sono scoppiati anche ad Assiut, Port Said, Giza e Daquiliyya. Ad Alessandria almeno cinquanta persone sono rimaste ferite. Nel mirino dei manifestanti più facinorosi ci sono state le sedi del partito della Fratellanza musulmana: alcune sono state prese a sassate, altre incendiate. A scendere in strada sono stati però anche i sostenitori di Morsi, che al Cairo lo hanno raggiunto nei dintorni dei palazzi presidenziali di Heliopolis per mostrargli il loro sostegno. Questa contrapposizione è sfociata a volte anche in scontri diretti tra fazioni opposte.

A reagire è stata anche l’opposizione politica. Mohamed El Baradei, ex segretario generale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica e dunque personaggio assai noto all’estero, su Twitter ha accusato Morsi di “essersi designato come il nuovo faraone”. Insieme a due dei tre canditati alle scorse presidenziali, El Bardaei ha costituito un fronte, annunciando di non voler trattare con il presidente fino a quando non ritratterà il decreto. Non è ancora chiara la posizione di Abdel Monein Aboul Fothou, l’ex membro della Fratellanza che ha corso come indipendente alle elezioni. Nei mesi precedenti aveva annunciato di non voler trattare con membri del vecchio regime come Amr Moussa, l’ex segretario generale della Lega Araba e ministro degli Esteri nell’epoca di Mubarak, ora nel fronte di El Baradei.

Lo scontro più duro è stato quello tra il presidente e il potere giudiziario, colpito direttamente dalla decisione di Morsi di rimuovere Abdel Maguid Mahmoud, il procuratore generale già in servizio durante il vecchio regime. Un primo braccio di ferro tra i due c’era stato già lo scorso ottobre, quando il presidente aveva cercato di liberarsene in modo meno esplicito, offrendogli il ruolo di ambasciatore al Vaticano. Ora il presidente è passato alle maniere forti, e il procuratore ha chiesto al suo successore di non accettare l’incarico.

Il Consiglio supremo della Magistratura ha criticato soprattutto due punti del decreto: il divieto per i giudici di sciogliere l’Assemblea costituente e la non impugnabilità delle decisioni di Morsi. In un comunicato rilasciato dopo una riunione d’emergenza, la Magistratura ha parlato di “un attacco senza precedenti” all’indipendenza del potere giudiziario e ha indetto uno sciopero immediato di tutti i tribunali e uffici della procura. Ad Alessandria i magistrati hanno deciso di indire uno sciopero a oltranza e la Corte di Cassazione ha minacciato di sospendere i lavori.

In questo clima di scontro istituzionale, Morsi ha sottolineato il carattere transitorio del decreto e ha chiesto al ministro della giustizia Ahmed Mekky di mediare per risolvere lo scontro istituzionale. Facendo un passo indietro, il presidente ha precisato che l’immunità prevista dal decreto si limita alle decisioni relative alle questioni di sovranità nazionale.

A spingere il presidente a cercare una qualche soluzione di compromesso potrebbero essere state le defezioni e le critiche dei suoi stessi collaboratori. Samir Morcos, l’assistente copto di Morsi per la transizione democratica è stato il primo ad annunciare le dimissioni. A descrivere come pericolosa per la coesione nazionale la dichiarazione di Morsi è stato anche Ahmed Fahmi, il Fratello musulmano che presiede la Shura, la Camera alta del parlamento egiziano.

Il secondo intervento del presidente è arrivato dopo la sospensione della seduta della Borsa per un eccesso di ribasso, segnando il terzo record negativo assoluto della sua storia.

La mossa a sorpresa di Morsi non è comunque la prima della sua pur breve presidenza. Sulle pagine del settimanale Egypt Independent, Tamir Wagih ricorda che già ad agosto, dopo gli scontri nel Sinai al confine con Gaza e Israele, il presidente aveva approfittato di una situazione internazionale instabile per sostituire i vertici dell’esercito. Fino ad oggi questi tentativi avevano incontrato soltanto una minima opposizione: ora ad opporsi è invece è un’ampia compagine politica, che va dai rivoluzionari a ciò che resta del vecchio regime.