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Il ritmo inesorabile del cambiamento climatico: i Rapporti IPCC e i prossimi passi

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Repetita juvant, asserivano i Latini. Analoga convinzione pare ispirare l’IPCC (International Panel on Climate Change) dell’ONU, istituito nel 1988, che dal 1990 continua sfornare con sistematica pervicacia i suoi ormai celebri rapporti sul cambiamento climatico. Il succo del messaggio, frutto del lavoro di migliaia di scienziati ed esperti di tutto il mondo, è che il cambiamento climatico è ormai in atto e che il principale responsabile, al 95%, è l’uomo. L’allarme è drammatico e corredato da una mole di dati che, rapporto dopo rapporto, inquadra il crescendo rossiniano della febbre del clima: il rischio che la temperatura salga di 4,8 gradi entro fine secolo, con conseguente innalzamento del livello degli oceani da 26 a 82cm e tragici impatti su biodiversità, ecosistemi e società umana.

Per arginare il pericolo, avvertono i rapporti IPCC, e rimanere entro i due gradi di aumento della temperatura, il “tetto” che potrebbe frenare il disastro incombente, occorre ridurre le emissioni a zero entro il 2100. Lo invoca l’ultimo rapporto pubblicato a novembre 2014, non a caso a ridosso della 20esima Conferenza delle parti che si è tenuta a Lima a dicembre. Il monito, tradotto in crude cifre, significa che, secondo i guru dell’IPCC, non possiamo introdurre più di 1.000 tonnellate di carbonio nell’atmosfera; ma nel 2011 eravamo già a quota 531, quindi ci siamo già giocati la metà di questo budget. Insomma, se vogliamo restare entro i fatidici due gradi, “non più di un terzo delle riserve accertate di combustibili fossili potrà essere consumato prima del 2050”, nelle esplicite parole dell’International Energy Agency.

È una prospettiva che piace assai poco ai governi delle nazioni industrializzate e meno ancora a quelli del Terzo Mondo, impegnati nella rincorsa a un modello di sviluppo che tiene in scarso conto la sostenibilità ambientale e sociale. Infatti l’appuntamento di Lima si è concluso con un documento definito deludente e debole dagli ambientalisti, spacciato come il solito “passo avanti” dai governi. Questi si sono ben guardati dal far tesoro dell’ultimo rapporto IPCC – più o meno ignorato come i precedenti, visto che (dopo il fallimento del vertice di Copenaghen sul Clima della fine 2009) la crisi finanziaria ed economica globale è stata usata come alibi per mettere tra parentesi gli allarmi ambientali.

Certo, vi è stata nel frattempo la storica stretta di mano tra Barack Obama e Xi Jinping al vertice APEC dello scorso novembre: i due paesi, notoriamente riluttanti a piegarsi ai dettami del protocollo di Kyoto e intenti a giocarsi la carta energetica sostanzialmente come arma geopolitica, hanno stretto un accordo sul clima che è stato definito come “epocale”. Infatti lo è dal punto di vista simbolico, ed apre un corridoio di speranza per gli esiti della conferenza di Parigi, ma concretamente è ben lontano dal garantire risultati soddisfacenti. Gli USA si sono impegnati ad un abbattimento della Co2 pari al 26-28% rispetto ai livelli del 2005; dal canto suo, la Cina ha promesso che entro il 2030 raggiungerà il picco delle emissioni, per poi iniziare a ridurle.

“Incoraggiante, ma non abbastanza coraggioso” così lo ha definito Rajendra Pachauri, che dal 2002 guida l’IPCC, riconoscendo la portata storica dell’evento, ma ridimensionandone la ricaduta effettiva.

Scienziati e ambientalisti si augurano comunque che l’accordo sia da sprone per arrivare alla Conferenza di Parigi prevista per fine novembre ad un trattato universale vincolante. È dunque su questo 2015, considerato anno cruciale per la questione climatica, che si concentra l’attenzione. I prossimi passi stabiliti a Lima consistono nella presentazione, da parte di ciascun firmatario, entro marzo di quest’anno, di un piano per le riduzioni che “superi le iniziative attualmente in atto”, piani su cui gli organi dell’ONU si pronunceranno a novembre, prima di lasciare la parola alla conferenza di Parigi, l’ultima chance.

La grande questione di fondo è ancora irrisolta: se il trattato debba fissare impegni vincolanti o lasciare che ciascun paese si fissi volontariamente obiettivi (sulla falsariga dell’accordo USA-Cina). L’Europa, che nei decenni scorsi aveva avuto un ruolo di punta nella lotta al cambiamento climatico, ha nel frattempo appannato il suo protagonismo. Le lodevoli dichiarazioni d’intenti non mancano: l’ultima l’11 dicembre scorso, quando al Parlamento Europeo è stato presentato il report del Centro per il futuro sostenibile intitolato “L’ambizione dell’Europa. Verso la Conferenza di Parigi 2015 e l’Unione Energetica Europea” in cui si elencano le urgenti misure da adottare: il completamento del mercato interno dell’energia, l’investimento nelle rinnovabili e nell’efficienza nei mix energetici e nell’ambito delle capacità produttive, delle trasformazioni urbane, dei servizi, la costruzione di un’Unione Energetica indicata come “interesse sovrano” dell’Europa.

Nei fatti, tuttavia, l’Europa tentenna e non sembra capace, come le chiedono i Verdi Europei, di una “visione dell’energia per il 21simo secolo, una Unione Energetica Verde”. Secondo gli ambientalisti, è necessario varare una politica comune basata su energie rinnovabili ed efficienza energetica, che potrebbe garantire agli Stati membri il 100% di energia sostenibile entro il 2050, la creazione di milioni di posti di lavoro “verdi” e la riduzione della bolletta energetica di ben 350 miliardi di euro l’anno entro il 2050.

Ma non basta: la scommessa di fondo, secondo ambientalisti e molti scienziati (nonché un drappello, per ora scarno, di economisti controcorrente) è la riconversione ecologica dell’economia e della società, senza la quale – qualunque siano gli esiti di Parigi – la battaglia sul clima non potrà essere vinta.

“L’economia umana dipende alla natura”- sintetizza Andrea Masullo, Presidente del Comitato Scientifico di Greenaccord, docente di economia sostenibile all’Università di Camerino ed autore di un libro dal titolo indicativo Qualità vs. quantità. Dalla decrescita verso una nuova economia. “Dunque, i valori reali su cui dovrebbe basarsi l’economia sono il capitale umano e quello naturale. Questa trasformazione, però, richiede provvedimenti che producono effetti lentamente; e quale leader, quale governo è disposto ad impegnare risorse per produrre effetti che si vedranno ben oltre la sua durata in carica?”

Parigi ci darà la risposta. Nel frattempo, una spinta alla riconversione potrebbe venire dall’enciclica sul creato che Papa Francesco sta preparando e che vedrà la luce sicuramente prima della Conferenza. Un ”cantico delle creature” in versione Terzo Millennio che inviterà tutti a prendersi la propria responsabilità per la tutela dell’unica casa che abbiamo, Madre Terra.