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Il rilancio del processo di pace: speranze diplomatiche e realtà

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Dopo molte incertezze, i proximity talks sono iniziati. L’annuncio ufficiale da parte del capo negoziatore palestinese Saeb Erekat è arrivato il 9 maggio, al termine di un’intensa settimana di colloqui. I negoziati indiretti sono programmati per un periodo di quattro mesi, e investiranno il tema della sicurezza e la definizione dei confini del futuro stato palestinese.
 
Sembra dunque premiata l’iniziativa di Washington, che negli ultimi mesi ha intensificato gli sforzi per la ripresa dei negoziati e ha definito esplicitamente il protrarsi del conflitto come un danno per la sicurezza nazionale e per gli interessi statunitensi in Medio Oriente.  

In realtà le aspettative rimangono basse. Mentre, infatti, gli Israeliani rimandano ogni accordo sulle questioni centrali ad un negoziato di tipo diretto, i Palestinesi hanno già dichiarato che non  siederanno allo stesso tavolo senza il previo congelamento degli insediamenti. Dal canto suo, Netanyahu, che rimane ostaggio degli hardliner, ha ordinato un rallentamento delle costruzioni nella West Bank ma non a Gerusalemme Est, ponendo così una seria pregiudiziale sull’andamento dei negoziati. Sul fronte opposto, neanche la stagione politica palestinese è tra le migliori: la divisione tra Hamas e Fatah allontana progressivamente Gaza dai confini della West Bank. Ecco allora che i negoziati indiretti fanno comodo a tutti, americani compresi. Secondi alcuni, infatti, il fallimento dei proximity talks sarebbe in qualche maniera più tollerabile rispetto a un fallimento di alto profilo (viene in mente Camp David e tutto quello che ne seguì). La fase attuale del processo di pace sembra dunque orientata alla gestione della crisi piuttosto che alla ricerca di una soluzione.
 
Ma nulla toglie che la crisi peggiori. Dalla fine dell’operazione Cast Lead (lanciata nel dicembre 2008), infatti, le attività militari lungo il confine della Striscia di Gaza non sono mai del tutto cessate. Nonostante il tentativo dei vertici di Hamas di mantenere le operazioni sotto una soglia tale da non provocare la ripresa delle ostilità su larga scala, la situazione rimane fortemente instabile. Sembra infatti che negli ultimi mesi il dibattito interno al movimento islamista abbia investito il ruolo delle Brigate al-Qassam nella West Bank, valutato non esclusivamente in chiave militare ma anche politica. I successi militari dovrebbero, in questo senso, incoraggiare l’espansione politica di Hamas al di fuori della Striscia. Ma i maggiori oppositori del progetto sarebbero proprio i leader di Hamas nella West Bank, che hanno invece lamentato un ridimensionamento del movimento in seguito al confronto diretto con l’Autorità Palestinese. Si può inoltre immaginare che, nel caso di un’escalation militare, la risposta israeliana non tarderebbe ad arrivare infliggendo ai Palestinesi una nuova pesante sconfitta. Ciò si tradurrebbe inevitabilmente in una grave crisi di legittimità – se non addirittura in una perdita del potere – da parte di Hamas perfino nella roccaforte di Gaza.

La tensione ha raggiunto livelli particolarmente alti lo scorso 26 marzo, quando nei pressi di Khan Yunis una pattuglia della Brigata Golani delle Israel Defense Forces è penetrata in territorio palestinese per neutralizzare un gruppo di militanti sorpresi ad installare dispositivi esplosivi vicino al confine. Il conseguente conflitto a fuoco ha lasciato sul terreno due vittime israeliane e due palestinesi. Se questo è certamente l’episodio più grave dopo la fine di Cast Lead, le circostanze in cui si è verificato non sono assolutamente anomale. Il piazzamento di cariche esplosive da parte dei Palestinesi, così come il pattugliamento oltre il confine da parte dell’IDF, sono attività di routine. E non desta meraviglia neanche il fatto che i Palestinesi coinvolti siano riconducibili ad una sigla jihadista Salafita.

Tali gruppi supportano la jihad globale e appoggiano l’ideologia di al Qaeda, sebbene non siano mai stati provati né un’affiliazione formale né un legame operativo con l’organizzazione di Bin Laden. L’autonomia operativa acquisita dai Salafiti ha già creato seri problemi ad Hamas, che non ha esitato a condurre contro di essi una severa repressione: nell’estate del 2009, dopo la proclamazione dell’Emirato Islamico di Gaza da parte dello sceicco Abdel Latif Moussa, i vertici di Hamas hanno deciso di infliggere un duro colpo all’organizzazione che ha provocato l’uccisione di 24 dei suoi membri, tra cui lo stesso Moussa.

É importante sottolineare che il confronto tra Salafiti e Hamas non si consuma sul piano strettamente politico ma piuttosto su quello religioso. I Salafiti, che considerano la jihad militante come un obbligo religioso al pari degli altri pilastri dell’Islam, contesterebbero la mancata instaurazione della Sharia ma non rivendicherebbero la leadership politica. Riferimenti di carattere religioso si trovano anche nella recente intervista di Abu Abdullah al-Ghazi, capo del gruppo Jaish al-Umma (Esercito della Nazione). Pur chiarendo che la lotta ha come obiettivo Israele, al-Ghazi ha definito nemici sia Fatah che Hezbollah, accusando il primo di secolarismo e il secondo di voler diffondere la Shia, versione sciita dell’Islam. 

Sembra difficile che la radicalizzazione religiosa possa intaccare la matrice nazionalista del conflitto. Tuttavia la situazione si è ormai caricata di un elemento nuovo e potenzialmente esplosivo. Ed è certo che la forza politica e militare di Hamas sarebbe la prima a soffrire gli effetti negativi di una simile evoluzione. Basti pensare che uno dei gruppi salafiti più numerosi, Jaljalat, è formato in prevalenza da dissidenti di Hamas già membri delle Brigate al-Qassam.

Sul versante economico la situazione non è più confortante. Secondo l’UNRWA, l’agenzia ONU che fornisce assistenza ai rifugiati palestinesi, il blocco di Gaza imposto da Israele a partire dal 2007 ha cancellato ogni forma di commercio – se si esclude quello illegale della “tunnel economy” – e ha reso l’85% della popolazione dipendente dagli aiuti umanitari.
 
Ma anche la pace economica della West Bank non sembra aver dato risultati migliori. Ramallah, spesso citata a modello, rappresenta un’eccezione rispetto ai villaggi agricoli della Cisgiordania. Le immagini dei locali notturni pieni di gente vestita all’occidentale stridono fortemente con quelle del resto della West Bank, dove la qualità della vita rimane bassa e il flusso di denaro, proveniente dalle donazioni internazionali, arriva assai ridotto.

Sempre secondo l’UNRWA, poi, le restrizioni alla circolazione dei beni e delle persone, causate dalla Barriera di 723 Km che si snoda lungo il confine, hanno un impatto devastante sull’economia. Il muro, che per l’80% del suo tracciato corre oltre la linea dell’armistizio del 1949 (Green Line), provoca la frammentazione dei territori palestinesi e la divisione di intere comunità. I distretti più colpiti sono quelli di Qalqiliya e Salfit, nel nord, in cui si è registrata una forte contrazione del commercio e il passaggio ad attività che richiedono investimenti inferiori di capitale. Secondo la Camera di Commercio di Qalqiliya City, negli ultimi tre anni, circa il 15% delle attività commerciali sono state chiuse.

Va inoltre ricordato che la zona tra la Barriera e la Green Line è stata posta sotto controllo militare a partire dal 2007. La tortuosità del tracciato e la distribuzione irregolare dei checkpoint grava sui tanti Palestinesi costretti ad attraversare il Muro per recarsi sul luogo di lavoro e che vedono moltiplicarsi i tempi di percorrenza. Tale “regime dei permessi” colpisce fortemente le comunità agricole, come Jayyus, in cui spesso i contadini sono divisi dalle loro terre.

Pare ragionevole concludere che, al di là degli sforzi diplomatici, la situazione sul campo non lasci intravedere miglioramenti nel breve termine. A ciò si aggiunga un contesto regionale in cui pesano fortemente le incognite di Iran e Siria. Il futuro di Gerusalemme Est, gli insediamenti israeliani e il problema dei rifugiati palestinesi costituiranno ancora a lungo le core issue del processo di pace. Allo stato attuale, ogni formula alternativa che tenti di scomporre o diluire nel tempo i negoziati sembra al contrario destinata a fallire. La strada intrapresa da Obama é quasi obbligata: tentare comunque, sapendo che le possibilità di successo sono molto ridotte.