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Il Regno Unito tra imperativo europeo e ruolo nazionale

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Margaret Thatcher continua ad essere, ancora oggi, elemento di divisione nel dibattito pubblico britannico: da molti è considerata una rivoluzionaria liberista dell’epoca post-industriale, mentre da altri è indicata come la demolitrice dello stato sociale. Perfino l’uscita di un film – “The Iron Lady” – basta a suscitare, attraverso la sua figura, un rinnovato interesse sul ruolo della Gran Bretagna nella scena politica europea degli ultimi anni. È probabilmente un segno della difficoltà con cui il Regno Unito cerca una sua specifica collocazione, stretta com’è tra il voler essere “ponte” tra le due rive dell’Atlantico, e attore di primo piano sulla scena europea.

L’ultimo veto del Primo Ministro, David Cameron, sembra proprio confermare questa linea ondivaga: il rifiuto di applicare i nuovi parametri di rigore finanziario fissati dall’Unione, e dunque di oneri aggiuntivi alle transazioni finanziarie – il che significa lasciare inalterate le plusvalenze dei banchieri della City, cui si deve una parte importante del PIL britannico, ma anche una crescente diseguaglianza economica. La decisione pone un’ipoteca molto seria sulla politica europea di Londra, visto che ogni “opt-out” implica la perdita di un certo grado di influenza politica.

Tuttavia, Cameron potrebbe in futuro riconsiderare la sua scelta, stretto com’è tra una crisi interna particolarmente pesante – si ricordino i disordini della scorsa estate – e un sostanziale “neglect” da parte di Washington, dove Obama non pone particolare enfasi sul Regno Unito come un tassello essenziale del sistema di alleanze americano.

La sensazione diffusa è che la Gran Bretagna abbia in realtà perso, da almeno un decennio, la capacità di imporre la propria visione del mondo in seno al consesso internazionale. Molta parte dell’opinione pubblica attribuisce questo declino proprio al nettissimo cambio di paradigma impresso dalla Thatcher nel corso del suo governo decennale; questa visione rischia però di essere parziale e ingenerosa: bisogna infatti riconoscere che il radicale stravolgimento dell’idea di sviluppo propugnata dalla Iron Lady, incentrata sull’autorealizzazione dell’individuo, era comunque ricondotta nell’alveo di un’autorità regolatrice generale (sebbene non interventista). Non a caso, si cita spesso l’esempio della privatizzazione di Network Rail, l’infrastruttura ferroviaria britannica, che avvenne già sotto il governo Major, in quanto la stessa Thatcher vi si oppose sempre fermamente. Non si può quindi far risalire la causa della “decadenza” politica britannica ad una destrutturazione dello Stato avvenuta negli anni ’80.

Il settennato di John Major a Downing Street può essere ricordato soprattutto per una stretta disciplina economica dovuta all’uscita della Sterlina dallo SME, e per una blanda opposizione all’opzione federalista presente in nuce all’interno del Trattato di Maastricht. Assai maggiore è stata la carica innovatrice espressa inizialmente dalla vittoria di Blair sull’onda della nuova filosofia della “Cool Britannia”: per un certo periodo, la promessa è sembrata realizzarsi e moltissimi europei hanno visto in Londra la città più all’avanguardia del continente, dove inseguire sogni di ricchezza e successo.

È però indubbio che tale fenomeno di rinnovamento sia rimasto soprattutto appannaggio delle realtà urbane più grandi; inoltre Blair non ha certo dimostrato di volersi emancipare dal nuovo corso “neoliberista” degli ultimi vent’anni, lasciando che la City si imponesse come la piazza finanziaria principale d’Europa, ma trascurando molte altre attività strategiche (come la rete dei trasporti). Non si dimentichi, poi, l’asse di ferro con Bush jr. (contrapposto al fronte franco-tedesco) in occasione della Seconda guerra del Golfo, che ha inciso profondamente sui progetti politici comunitari dei primi anni Duemila.

Esaurito il ciclo Blair, con un governo Brown sostanzialmente privo di smalto, la palla è ritornata in mano ai Tories con l’innovativo volto di David Cameron: questo leader quarantenne ha trascinato il partito ad una vittoria che è però monca, perchè bisognosa del supporto dei Liberaldemocratici di Clegg per la maggioranza a Westminster. Cameron ha basato la sua campagna elettorale sulla necessità di una nuova “Big Society”: la “società civile” composta da cittadini volenterosi avrebbe dovuto contribuire al rinnovamento, grazie anche all’attribuzione di maggiori poteri alle comunità locali, incoraggiando le persone ad impegnarsi attivamente nella società, sostenendo la trasparenza nella gestione della cosa pubblica (in risposta alla crescente corruzione) e supportando le opere di carità e le imprese sociali.

Il cambio di potere del 2010 è stato preceduto, nel 2008, dalla vittoria del conservatore (e poliedrico) Boris Johnson alle elezioni per il sindaco di Londra su Ken Livingstone (detto “Il rosso” per una linea particolarmente orientata a sinistra secondo i canoni britannici).. Cameron e Johnson, entrambi usciti dall’esclusivo college di Eton, sono diventati l’emblema di un Partito conservatore che ha saputo proporsi in modo nuovo a un’opinione pubblica che già dal 2007, prima che nel resto d’Europa, ha dovuto fare i conti con la crisi sistemica in atto – quando questa si è manifestata a partire dal nucleo finanziario anglosassone.

È possibile quindi affermare che il conservatorismo innovativo espresso da Cameron possa risultare decisivo per la risoluzione della crisi in atto? Al momento i segnali sono ambivalenti: da una parte sono state annunciate novità interessanti nella gestione della cosa pubblica, mentre Londra si sta preparando in grande stile per le Olimpiadi della prossima estate e il sindaco Johnson punta sui progetti della “mobilità sostenibile”

Dall’altro lato, però, il Primo Ministro appare titubante nel fronteggiare una crisi che presto imporrà scelte di fondo: mentre ad oggi la scelta britannica di non entrare nell’euro appare avveduta, è anche vero che il rapporto con l’Europa è ineludibile. La Gran Bretagna non ha più la forza per poter continuare nel già ribattezzato “sobrio isolamento”. La realtà è infatti quella di un tasso di disoccupazione in crescita, di un deficit particolarmente elevato e di consistenti risorse spese per salvare alcune banche vicine al fallimento. Anche alla luce delle gravi pressioni economiche a cui sono sottoposti molti paesi mediterranei, Londra sarà costretta a fare i conti con un asse franco-tedesco attraverso il quale Berlino sembra oggi dettare le regole. Al tempo stesso, l’Europa a guida (franco-)tedesca non può permettersi di fare a meno del Regno Unito – anche se la sua capacità di proporre soluzioni innovative non è quella dei tempi della signora Thatcher.