international analysis and commentary

Il quadro mediorientale visto dall’Arabia Saudita e dal Golfo

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Le rivolte arabe del 2011 hanno ridefinito il ruolo regionale dell’Arabia Saudita e dei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG).

Nell’ultimo ventennio le monarchie del CCG hanno consolidato uno spazio sub-regionale, economicamente dipendente dalle cospicue esportazioni di petrolio e  politicamente non inclusivo. Sul piano regionale, inoltre, la dottrina strategica della monarchia saudita si è a lungo articolata sull’obiettivo di rendere il complesso territoriale del CCG impermeabile alle dinamiche esterne: l’utilizzo massiccio delle proprie risorse finanziarie ha consentito di realizzare in parte questo disegno pur in assenza di una diretta interferenza politica nei paesi vicini.

Anche di fronte alle rivoluzioni del 2011, la strategia iniziale dell’Arabia Saudita e del CCG è stata quella di preservare il vecchio status quo regionale. Tuttavia, la rapida caduta di Ben Ali in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto hanno presto mostrato l’inconsistenza di questa opzione. L’effetto domino delle insurrezioni ha, d’altra parte, raggiunto gli stessi paesi del Golfo, con fenomeni di protesta in Bahrein e perfino in Arabia Saudita: le manifestazione anti-regime hanno qui assunto una portata confessionale, declinandosi come dissenso della popolazione sciita (in Bahrein maggioritaria) contro il potere politico sunnita.

In un secondo momento, tuttavia, gli effetti politici delle insurrezioni del 2011 hanno fatto emergere nuovi scenari, potenzialmente in grado di dare nuovo vigore all’ambizione egemonica del Regno di Abdallah. Due fattori – uno strutturale e l’altro ideologico – sono stati determinanti. Il primo è la possibile caduta del regime alawita (sciita) di Bashar al-Assad in Siria. Se questo avvenisse, si romperebbe quell’asse di alleanza che lega l’Iran, l’Iraq, la Siria e Hezbollah sulla base della comune identità sciita del potere statale o del gruppo dominante. La conseguenza di questa dinamica sarebbe il rafforzamento del potere sunnita nel mondo arabo e la marginalizzazione (quantomeno politica) dell’Iran, principale minaccia per la stabilità del Golfo.

Il secondo fattore è, invece, rappresentato da una progressiva islamizzazione del contesto politico regionale: le prime elezioni post-rivoluzionarie in Tunisia e in Egitto hanno visto trionfare i partiti islamisti; l’aspirazione islamizzazzante del governo provvisorio in Libia fa prevedere un maggiore peso della religione nei fondamenti dello Stato libico; la natura confessionale della rivoluzione siriana manifesta anch’essa una forte carica religiosa con riflessi nella futura struttura del potere.

Il rafforzamento dell’Islam politico sunnita in ambito regionale sancirebbe, inoltre, la fine del ‘panarabismo’ come movimento laico e nazionalista che ha colorato la maggioranza dei regimi arabi e che è certo poco conforme alla natura del potere di Abdallah. I sauditi hanno infatti costruito la loro legittimità politica sul Wahabismo, una corrente intellettuale fondata su una lettura particolarmente tradizionale dell’Islam. E la casa di al-Saud fa del proselitismo religioso una delle principali missioni dello Stato, finanziando gruppi e partiti islamisti nella regione e nel mondo.

Dalla fine del colonialismo, era stata propria la dialettica tra panislamismo e panarabismo a frenare la potenziale affermazione dell’Arabia Saudita come egemone regionale. La svolta identitaria che sta accompagnando le transizioni politiche nei regimi arabi sta, invece, indirizzando la regione verso una maggiore omogeneità dominata dal fattore confessionale.

Si deve anche considerare che, mentre le insurrezioni arabe hanno rovesciato ormai quasi tutti i poteri repubblicani (con l’eccezione del regime di Assad in Siria, la cui sopravvivenza politica, tuttavia, è assai precaria), nessuna concreta prospettiva di cambio di regime c’è stata nelle monarchie, tutte basate proprio sull’identità islamica e sunnita del potere. Vi è l’importante eccezione del Bahrein, dove l’intervento di un contingente del CCG è stato determinante nell’inibire la rivolta. E’ però ugualmente degno di nota che sia in Giordania sia in Marocco le piazze hanno chiesto diritti politici ed eguaglianza ma mai esplicitamente l’abdicazione del re. In entrambi i contesti – anzi – le aperture politiche e le concessioni economiche alla popolazione hanno avuto l’effetto di far rientrare la protesta in tempi piuttosto brevi.

In questo quadro la proposta del CCG di estendere la membership alla Giordania e al Marocco ha, forse, l’obiettivo di rispolverare la vecchia dicotomia tra jumhuriat (repubbliche) e malakat (monarchie) per sancire retoricamente e concretamente il trionfo del modello politico di queste ultime. L’opzione, anche se per ora solo accennata, di includere nell’organizzazione regionale del Golfo anche l’Egitto – paese in cui i Fratelli Musulmani e i Salafiti hanno appena conquistato il 75% circa dei seggi nell’Assemblea del Popolo) – sembra avallare sempre più un progetto di omogeneizzazione regionale di marca islamica. E’ un contesto in cui l’Arabia Saudita potrebbe avere titolo per proporsi come potenza egemone.