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Il quadro economico europeo e gli ostacoli per l’uscita dalla crisi

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L’Economic Outlook dell’OCSE, uscito a maggio 2013, parla piuttosto chiaro: la macroregione che non si sta riprendendo dalla crisi economica è l’area euro. Il dato sulla disoccupazione è particolarmente preoccupante: la previsione per il 2013 è di un tasso di disoccupazione del 12,1%, a fronte del 9,9% del 2010. Un confronto che si impone è quello con gli USA, dove invece la Casa Bianca annuncia ad agosto 2013 la discesa del tasso di disoccupazione al 7,4% (a confronto del 9,6 % del 2010), il più basso dal dicembre 2008: un tasso ancora elevato, ma indicativo di un andamento molto diverso da quello europeo. In particolare, dal 2011 i valori della disoccupazione nelle due regioni divergono progressivamente.

Al netto di differenze strutturali tra i due mercati del lavoro su cui qui non ci soffermiamo, è evidente che vi sia un diverso effetto della crisi e soprattutto delle scelte nella strategia per la ripresa: anche guardando all’andamento del PIL si nota come la divergenza dei percorsi inizi nel pieno della gestione della crisi. Dal 2011, gli USA entrano in una fase di rinnovata crescita, pur debole e con variazioni, mentre l’area euro vede tassi di variazione del PIL negativi a partire dal quarto trimestre 2011 (-0,3% circa tra l’ultimo trimestre 2012 e il primo 2013).

Questi dati suggeriscono che la divergenza sia frutto di scelte diverse nell’affrontare la crisi economica, unite ai fattori istituzionali propri dell’Unione Europea che limitano la possibilità di gestione degli squilibri interni. Partiamo da queste ultimi: Paul Krugman (New York Times, giugno 2013) illustra in modo eloquente le conseguenze di un’unione monetaria senza integrazione fiscale sulla capacità di gestire shock asimmetrici, attraverso un confronto tra crisi di natura simile in Spagna e in Florida. Entrambi gli Stati hanno visto il crescere e l’esplodere di una bolla immobiliare negli anni recenti, ma il decorso delle due crisi è stato molto diverso.

Perché? Perché la Florida è inserita in un meccanismo di redistribuzione delle risorse all’interno degli USA; il suo budget è in buona parte composto da fondi federali, il cui afflusso dipende dalle condizioni economiche interne: una situazione di crisi ha prodotto un maggiore afflusso di fondi e una riduzione delle imposte che la Florida paga al governo federale. Krugman stima a 40 miliardi di dollari i trasferimenti netti che di fatto sono affluiti in Florida nel momento di difficoltà (circa il 5% del suo PIL). Nulla di simile, come sappiamo, è avvenuto in Spagna, che è parte dell’unione monetaria, ma senza integrazione fiscale e, quindi, senza strumenti di redistribuzione interna.

Proprio il caso della Spagna può illustrare una seconda parte del problema, cioè la visione, prevalente in Europa, di una crisi dovuta ai “cattivi comportamenti” degli Stati debitori: gli elevati tassi di interesse sui titoli di Stato di questi paesi sarebbero prova di un loro eccessivo indebitamento. Sempre Krugman sottolinea come la Spagna non corrisponda affatto a quella che definisce la morality tale europea della crisi: all’alba della recessione non aveva un debito fuori controllo, ma bensì una bolla immobiliare – come, per l’appunto, la Florida – che sarebbe esplosa di lì a poco. Non solo: una bolla immobiliare finanziata da un eccesso di credito proveniente dalla Germania e dagli altri paesi creditori. Un altro aspetto che la morality tale non coglie è proprio la responsabilità condivisa della crisi europea e quindi il bisogno di condividere anche i costi dell’aggiustamento.

Le istituzioni internazionali sono ormai unanimi nell’ascrivere l’attuale recessione in Europa alle politiche di austerità. L’OCSE nel già citato Outlook, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e anche il Fondo Monetario Internazionale, che, oltre ad aver rivisto in negativo le previsioni sugli effetti recessivi del rigore di bilancio (nel World Economic Outlook del 2012), definisce tali politiche persino inadatte a riattivare l’afflusso di capitali: gli investitori non decidono l’allocazione dei propri capitali solo sulla base degli indicatori finanziari, ma anche delle prospettive di crescita, che nell’eurozona sono ridotte proprio a causa delle politiche restrittive.

Nel suo recente rapporto, l’Osservatorio Sociale Europeo sottolinea inoltre come l’insistenza dell’Unione sulle riduzioni salariali come strumento per ristabilire competitività (si veda ad esempio l’Euro Plus Act del 2011) si sia rivelata inutile. I salari, grazie all’indebolimento dei salari minimi, di quelli pubblici e della contrattazione collettiva, sono diminuiti in 18 paesi su 27; i divari interni all’Unione in termini di competitività non si sono però colmati, né le tendenze recessive nei paesi del Sud si sono invertite.

Cosa ha giustificato le politiche di austerità? La convinzione che gli elevati spread fossero segnali di pessime condizioni delle economie in questione: “La combinazione tra un alto livello di debito pubblico, un indebolimento della competitività e una crescita economica debole ha comportato un crescente scetticismo dei mercati finanziari nei confronti della sostenibilità dei bilanci di alcuni Stati membri dell’area euro” si legge in una pubblicazione della Commissione Europea dell’aprile 2012.

Paul De Grauwe e Yuemei Ji (www.voxeu.org, febbraio 2013) mostrano invece come la crescita enorme dei tassi di interesse sui titoli di stato dei paesi debitori dell’Unione sia stata guidata dal panico post-crisi greca e non dai “fondamentali” delle economie in causa. La dichiarazione, del settembre 2012, da parte della BCE di disponibilità illimitata all’acquisto di titoli dei Paesi membri è stata sufficiente a frenare la crescita degli spread. Questi invece non mostrano alcuna relazione con l’andamento del rapporto debito/PIL: quest’ultimo, infatti, continua a crescere in misura proporzionale all’intensità delle misure di austerità, primo fra tutti in Grecia, e a seguire in Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia.

Sul fronte americano, come abbiamo visto, la situazione è molto diversa. Le prospettive di crescita USA sono considerate buone, in particolare (Phillip Swagel, New York Times, giugno 2013) per la ripresa del settore energetico e dell’immobiliare, per la capacità di rendere più regolamentati e certi i mercati finanziari e i bilanci delle imprese, e per la rinnovata capacità di attrarre immigrazione qualificata. Il Country Report del FMI del luglio 2013 identifica una situazione di ripresa lenta, ma promettente. Quello che sia FMI che OCSE suggeriscono, per tutelare la crescita, è di moderare i tagli di spesa pubblica previsti, dal momento che il debito pubblico USA sembra stabilizzato e il gettito fiscale è stato più elevato del previsto.

Tra le ragioni della migliore situazione d’oltreoceano abbiamo qui sottolineato l’automatismo degli interventi di natura fiscale a favore degli Stati in difficoltà. L’Unione Europea, invece, ha vincolato il suo supporto all’implementazione di rigidi piani di austerità, che, come abbiamo visto, stanno comprimendo ulteriormente crescita e occupazione nei Paesi debitori. Ma anche la politica monetaria espansiva americana si è rivelata efficace come soluzione anticrisi; la BCE continua invece a essere timida nell’abbandonare il faro della lotta all’inflazione, nonostante si tratti di un pericolo per ora ben lontano dall’orizzonte europeo.

In conclusione, i dati attuali mostrano un’eurozona in seria difficoltà in termini di crescita, occupazione e – nonostante i tagli di bilancio – di indebitamento pubblico. Scelte di politica economica eccessivamente restrittive e meccanismi troppo deboli di integrazione non hanno tenuto conto delle difficoltà a cui uno stato, che non ha pieno controllo della sua moneta, va incontro in un momento di sfiducia dei mercati. Questa consapevolezza sembra ancora lontana dai policy maker europei: i tentativi di ristrutturare la governance finanziaria dell’Unione perseverano nel dare troppo peso al concetto di punizione e troppo poco a quello di mutua assistenza.