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Il problema di Hormuz e le nuove pipeline del Golfo

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Le crescenti frizioni tra la comunità internazionale e la Repubblica islamica iraniana, hanno spinto Teheran più volte negli ultimi mesi a minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz, la principale arteria marittima dell’area. Il timore di una possibile escalation delle tensioni ha spinto le monarchie del Golfo a mettere a punto diversi progetti infrastrutturali in grado di aggirare un eventuale blocco.

Lo scorso luglio, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita hanno ufficialmente inaugurato due pipeline terrestri che bypasseranno lo Stretto di Hormuz, la Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (ADCOP) e l’Iraqi Pipeline in Saudi Arabia (IPSA). I governi di Riyād e Abu Dhabi hanno sottolineato come le due infrastrutture non siano una risposta diretta alle minacce di Teheran ma come i tratti di opere strategicamente utili allo sviluppo industriale e tecnologico dei paesi arabi del Golfo.

L’ADCOP è una pipeline di 380km che congiungerà Habshan, a nord-est di Abu Dhabi, con il terminal di Fujairah, porto che si affaccia sul Mar Arabico al confine con l’Oman. L’oleodotto avrà una capacità massima di 1,8 milioni di barili al giorno (bpd) e consentirà il trasporto del 70% del greggio degli EAU verso i porti dell’Oceano Indiano, senza attraversare lo Stretto. Proprio nell’emirato di Fujairah, il governo di Abu Dhabi sta concentrando i maggiori investimenti energetici al fine di potenziare la propria politica nazionale di messa in sicurezza delle rotte e delle strutture petrolifere. È infatti in costruzione un nuovo terminal per le esportazioni di GPL (gas propano liquido) e aumenterà progressivamente il numero delle cisterne e dei depositi lungo le coste, in modo da far divenire Fujairah il principale hub per il deposito ed il rifornimento del greggio mondiale (attualmente è il secondo dopo Singapore).

L’IPSA, invece, è un gasdotto – ora convertito al trasporto di greggio – costruito durante la guerra Iran-Iraq all’inizio degli anni Ottanta e chiuso dopo l’invasione irachena del Kuwait nel 1991. I 1.200km di oleodotto possono trasportare fino a due milioni di barili al giorno di greggio dai confini dell’Iraq fino al terminal di Mu’ajjiz (vicino a Yanbu), sul Mar Rosso. Sempre a Yanbu, il principale polo energetico-industriale del paese, giungono altre due condutture alternative al corridoio di Hormuz: costruite trent’anni fa nell’ambito del sistema Petroline con l’obiettivo di collegare da est ad ovest il territorio saudita, una è la pipeline di gas naturale liquido sita a Shedgum, vicino ad al-Jubail, e l’altra la East-West Petroline che parte da Abqaiq, nell’Eastern Province. Queste due condutture parallele saranno capaci di trasportare a pieno regime oltre cinque milioni di barili al giorno.  

La capacità complessiva di ADCOP e IPSA è al momento di 3,5 milioni di barili ma dovrebbe quasi raddoppiare nell’arco di pochi anni. I due nuovi oleodotti abbatteranno i costi di spedizione e dei tempi di trasporto, e ridurranno in modo sensibile il traffico nello Stretto – attualmente attestatosi al 20% del petrolio mondiale e a circa il 40% del commercio internazionale via mare. Oltre ad assicurare forniture continue di greggio nel caso di possibili azioni di disturbo iraniane nel corridoio di Hormuz, queste infrastrutture avranno anche lo scopo di proteggere i due membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo da eventuali aumenti dei premi  assicurativi dovuti a crisi militari. 

Grazie ai progetti in fase di realizzazione, Riyād ed Abu Dhabi potrebbero dunque ridimensionare in misura drastica il potere politico-economico di Teheran sui mercati petroliferi e gassiferi. E ciò, naturalmente varrebbe anche per i flussi di idrocarburi diretti verso oriente, alle economie ad alto tasso di crescita come Cina e India.