international analysis and commentary

Il primo turno delle presidenziali di Francia e il fattore astensionismo

369

Nella tornata elettorale del 22 aprile, che deciderà i due sfidanti per la presidenza della Repubblica francese, un partito potrebbe per la prima volta imporsi su tutti gli altri: quello dell’astensione. La scarsa predisposizione dell’elettorato a recarsi alle urne, unita a una fortissima mobilità delle intenzioni di voto, rende lo scenario del primo turno più imprevedibile che mai e apre interessanti prospettive di successo per i candidati che non appartengono alle due principali forze politiche.

Sono otto le candidature alternative a quelle dell’uscente Nicolas Sarkozy e del principale esponente dell’opposizione, il socialista François Hollande. Ma è la prima volta che ben tre di esse potrebbero superare la soglia del 10% dei voti. Partendo da destra, si tratta di Marine Le Pen, che ha ereditato due anni fa dal padre la guida del Front National; del centrista François Bayrou, che si presenta per la terza volta, reduce dall’ottimo 18% ottenuto alle scorse presidenziali; di Jean-Luc Mélenchon, campione del Front de Gauche, formazione da lui fondata in associazione con numerose forze di sinistra, incluso il Partito Comunista.

Secondo i sondaggi, la candidata dell’estrema destra dovrebbe ottenere un risultato molto migliore rispetto al 10% raccolto da Jean-Marie Le Pen in occasione del voto di cinque anni fa. Di lei, si dice che abbia saputo ripulire il Front National dagli aspetti più retrivi che lo caratterizzavano (come l’esasperata xenofobia, l’omofobia e i riferimenti al fascismo), e che per questo sia in grado di raccogliere un maggiore consenso nella società francese. In realtà, dal 1988 in poi, già suo padre era stato premiato dal voto di circa il 15% degli elettori, fino ad arrivare clamorosamente al ballottaggio alle presidenziali del 2002, quando fu poi sconfitto dal candidato della destra moderata Jacques Chirac. Dunque Marine Le Pen è in realtà impegnata nella riconquista dell’area elettorale che da due decenni è appannaggio dell’estrema destra, e che cinque anni fa aveva parzialmente preferito la candidatura di Nicolas Sarkozy.

L’impresa non sembra impossibile. L’elettorato francese è generalmente deluso dal quinquennato di Sarkozy; inoltre, nel paese è presente una domanda di cambiamento di intensità pari alla sfiducia nella classe politica attuale e alla paura per gli effetti della crisi. La congiuntura economica sfavorevole sta avendo pesanti contraccolpi sia sul tessuto produttivo (i candidati alla presidenza non hanno mancato di visitare le numerose fabbriche minacciate di chiusura o delocalizzazione), sia sui conti pubblici: soprattutto col protrarsi della crisi dell’eurozona, il livello di indebitamento della Francia fa pensare che nei prossimi anni sarà inevitabile un ridimensionamento della spesa pubblica. Ne consegue un peggioramento delle prospettive degli strati più poveri della popolazione, ma anche di una fascia non trascurabile della classe media, timorosa di perdere il benessere sociale di cui gode.

La ricetta proposta da Marine Le Pen è all’insegna del più classico nazionalismo. A suo parere, i modi in cui la Francia, da sola, potrà trovare la forza di rialzarsi, ci sono: uscire dall’Unione Europea – il “colabrodo” che ha scippato la sovranità al paese, origine di tutti i mali – farla finita con l’immigrazione, e innalzare forti barriere protezionistiche. È un ragionamento che va a controbattere quello proposto da Nicolas Sarkozy, il quale sottolinea la necessità di una Francia non sola, ma leader in Europa proprio a garanzia del futuro del paese. Nell’ambito di questa alternativa, bisogna tenere presente l’esistenza di un elettorato fortemente critico con le istituzioni comunitarie: si ricorderà che, nel 2005, un referendum ha bocciato la “Costituzione europea” con il 55% dei voti, ed è improbabile che nel frattempo l’apprezzamento per l’UE sia aumentato.

Quella del “No” all’Europa è una delle aree politiche in cui il Front National va a cercare i suoi voti. Il richiamo continuo alla perduta sovranità del popolo ha fatto sì che Marine Le Pen facesse suo uno dei più celebri slogan di Occupy Wall Street: “Siamo noi il 99% – non si stanca di ripetere – e la faremo pagare all’1% degli oligarchi di Bruxelles”.

In realtà, l’appello al popolo e la critica feroce all’Europa fanno parte delle armi oratorie preferite anche dall’altra figura “anti-sistema”, Jean-Luc Mélenchon. Il leader del Front de Gauche, appartenente al partito socialista fino al 2008 e anche lui alla sua prima candidatura, è stato protagonista di una vera e propria rimonta nei sondaggi (è stimato attorno al 14%). Ne fa le spese in particolare François Hollande.

L’esponente del PS sembra aver perso il fascino che lo ha fatto apprezzare dall’elettorato durante e subito dopo le primarie vinte in ottobre: il candidato socialista ha perso mordente, impegnato com’è da mesi nella campagna. Mélenchon riesce poi ad avvantaggiarsi della scelta, da parte del suo rivale a sinistra, di avvalersi di uno stile comunicativo sobrio e tranquillo che confermi il profilo da uomo di stato capace di governare l’intero paese.

Le grandi manifestazioni di piazza organizzate dal Front de Gauche – la prima e più simbolica in piazza della Bastiglia – sono invece pavesate da bandiere rosse e scandite da canti di rivolta. Il candidato dell’estrema sinistra promette infatti, in caso di vittoria, l’immediato avvio di una fase costituente che serva come base alla nascita di una nuova repubblica: essa avrà come pilastri i valori della Rivoluzione del 1789 e della Comune di Parigi. “Prendete il potere”, dice alla folla Mélenchon, “insieme condivideremo le ricchezze e aboliremo l’insicurezza sociale”. Non solo l’elettorato delle periferie e quello economicamente impaurito risultano più sensibili all’offerta politica dei due estremisti: anche tra i giovani sotto i ventiquattro anni, che qualche mese fa preferivano Hollande, vanno per la maggiore Mélenchon e soprattutto Marine Le Pen.

La figura del candidato centrista, nonostante il successo raccolto cinque anni fa, emerge con difficoltà all’interno di una campagna così polarizzata. François Bayrou, dopo aver guidato il suo partito (l’UDF) al di fuori dei confini del centrodestra cui tradizionalmente apparteneva, è oggi leader del Movimento Democratico, forza politica da lui creata come alternativa ai poli di destra e di sinistra. Secondo Bayrou, il paese potrà risolvere la sua crisi soltanto liberandosi dal peso dei due “clan” che nell’ultimo trentennio l’hanno governato: i gruppi di potere di cui sono espressione Sarkozy e Hollande, e non l’Europa (che al contrario è piena di esempi positivi), sono causa dei mali della Francia. Il candidato centrista vuole porsi in una posizione di rassembleur, con un discorso depurato il più possibile dai toni cinici e populisti, e chiama alle proprie responsabilità la cittadinanza nella sua interezza: le chiede quindi di essere solidale e unita sotto il segno della volontà e del buon senso.

Ma la cittadinanza appare tutt’altro che sicura del proprio voto. Gli studi demoscopici registrano un’alta mobilità elettorale in ampi settori della popolazione, e la propensione crescente a privilegiare l’immagine del candidato piuttosto che il programma e il progetto. Dunque, prevedere il comportamento degli elettori è più che mai difficile. L’astensione è stimata attorno al 30%: sarebbe un record storico per il primo turno di un’elezione presidenziale diretta. Questo dato spaventa molto Nicolas Sarkozy, che teme di non essere riuscito a rimobilitare il proprio elettorato deluso. Ma preoccupa anche François Hollande: gli altri picchi storici dell’astensionismo (2002 e 1969) hanno coinciso con sconfitte memorabili della sinistra, che in quelle occasioni non è riuscita a portare nessun candidato al ballottaggio. I sondaggi preelettorali, per quanto concordino nel designare Hollande favorito al secondo turno, hanno già sbagliato più volte. I vincitori e i vinti di questa tornata si conosceranno solo dopo la chiusura delle urne.