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Il nuovo Giappone: tentazioni asiatiche e sicurezze americane

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Non è chiaro se il premier giapponese Hatoyama Yukio pensasse davvero di potere fare dell’alleanza con gli USA una “partnership tra eguali”, sfruttando a suo favore la perdita di leadership attribuita agli americani a causa della crisi economica. È possibile che si trattasse solo di esercizi retorici, da parte di un leader abituato a trovarsi all’opposizione, e convinto che ottenere concessioni sulle basi a Okinawa fosse in ogni caso più facile che risolvere i gravi problemi economici e sociali del Paese. Non va dimenticato che il Giappone è in recessione, con 14 mesi consecutivi di ribasso dei prezzi al consumo e disoccupazione in crescita.

Qualunque sia la spiegazione delle sue scelte, Hatoyama ha sbagliato di grosso, visto che le sue dimissioni del 2 giugno sono arrivate per non avere saputo risolvere il rebus dello spostamento della base di Futenma. E tutto lascia pensare che il suo successore, Kan Naoto, terrà conto di questa lezione.

Certamente Hatoyama non voleva rimettere in discussione l’alleanza con gli USA. Aveva affermato in modo chiaro che essa è e resterà per lungo tempo l’insostituibile baluardo contro le minacce esterne. Né aveva mostrato cedimenti ideologici in chiave antiamericana. Nella interpretazione del ministro degli esteri Okada Katsuya, riconfermato l’8 giugno da Kan, l’ex Primo Ministro ha solo (ri)aperto un utile dibattito sul ruolo delle forze americane in Giappone.
Merita attenzione la coincidenza temporale con l’improvviso riaccendersi della tensione nell’area dopo l’attacco nordcoreano alla nave sudcoreana Cheonan. La deduzione che ne ha tratto Okada è semplice: sbaglia chi dà la pace per scontata, come gli okinawani e le frange pacifiste in Parlamento.

Ciò non significa che nulla si muova. La crescita del peso dell’Asia nel quadro globale delle relazioni internazionali impone qualche modifica alla “politica asiatica” di Tokyo. Magari non proprio fino a dire – come recita un suggestivo slogan – che questa politica cesserà di essere disegnata intorno all’alleanza strategica con Washington e che le priorità saranno rovesciate; ma certo il Giappone deve fare scelte difficili. In tal senso è significativo che, lo stesso giorno in cui è stato designato dal Partito democratico a succedere ad Hatoyama, Kan abbia affermato di volere spazzare ogni ombra nei rapporti con gli USA ma nel contempo di cercare un ulteriore approfondimento di quelli con la Cina. Come dire che la triangolazione USA-Cina-Giappone è destinata a pesare sempre di più sugli equilibri dell’area (e non solo) ma anche a complicarsi, a frastagliarsi.

Dunque, un pacato ripensamento andrà avanti, con ogni probabilità. E non sembra che debba essere ostacolato dagli Stati Uniti. Un primo segno lo si è già avuto il 6 giugno, con un colloquio telefonico tra Kan e Barack Obama. Se il primo ha detto che farà tutto ciò che è necessario per rispettare l’intesa del 28 maggio sulla basi militari (che peraltro gli dà tempo fino ad agosto per dare qualche soddisfazione agli okinawani), fonti ufficiali di Washington hanno sottolineato il tono “eccellente” della telefonata e la disponibilità del presidente ad una partnership paritetica. In particolare, si è sottolineata l’esigenza di “lavorare insieme su questioni che riguardano sia le due Nazioni sia la comunità mondiale, incluse le minacce provenienti da Corea del Nord e Iran”.

A Washington si deve anche essere consapevoli di un dato di fatto: in un Giappone che si sente in declino e che deve trovare strade per reagire, molti temono che il dialogo tra Cina e USA diventi fin troppo amichevole. A fine maggio l’agenzia Kyodo ha diffuso i risultati dell’annuale sondaggio Gallup su 200 opinion makers statunitensi, da cui risulta che il 56% degli intervistati ritiene che la Cina sia il più importante partner per gli USA, contro un misero 36% che punta ancora sul Giappone.

Certo, il Pacifico resta un mare che unisce Giappone e Stati Uniti invece di dividerli, come Obama ha tenuto a ribadire espressamente. All’Australia si guarda con sempre maggiore interesse, e l’utilità dell’APEC, che ha l’obiettivo di fare delle due sponde del Pacifico una macroarea di libero mercato, non si discute (a novembre Yokohama ne ospiterà il vertice). Un sia pur lento spostamento del baricentro della politica giapponese verso l’Asia appare però un dato che va al di là delle scelte più o meno avventate di Hatoyama. Il paragone con la special relationship tra Stati Uniti e Gran Bretagna (assai facilitata dalle molte affinità culturali e che comunque ora è messa in discussione a Londra) non regge. Dalla prospettiva di Tokyo, l’obiettivo prioritario è salvare il commercio giapponese, la cui penetrazione in Asia è messa in discussione da nuovi giganti e consolidate “tigri”. Sul piano della sicurezza si tratta di prendere atto che la Cina non rappresenta più una minaccia diretta (dando il giusto peso alle divergenze sullo sfruttamento delle risorse sottomarine). Quanto alla vera minaccia più immediata, quella che viene dalla Corea del Nord, ferma restando la cornice dei negoziati a sei il problema è meglio gestibile in un contesto di accresciuta cooperazione regionale, e dunque nella consapevolezza che è solo a Pechino la chiave di una evoluzione del regime nordcoreano.

Hatoyama aveva mostrato di credere che la via giusta fosse la East Asia Community, vista come qualcosa di simile all’Unione Europea con tanto di moneta unica. Doveva essere il logico sbocco dell’East Asia Summit, nato nel 2005 per favorire l’integrazione tra Giappone, Cina, Corea del Sud e paesi dell’ASEAN – con l’idea di allargarsi ad Australia e Nuova Zelanda. Quanto agli Stati Uniti, il loro ruolo era lasciato nell’incertezza, pur se era chiaro che la East Asia Community non poteva prescindere dall’alleanza Tokyo-Washington.

Non è scontato come si muoverà il nuovo Primo Ministro Kan, ma né l’idea della  comunità né il rispetto dell’accordo del 2006 sulle basi americane dovrebbero creargli problemi. La prima è un progetto a lunghissimo termine. Quanto a Okinawa, è vero che in campagna elettorale il JDP aveva promesso di rispettare la volontà della popolazione locale, ma c’era pur sempre una condizione: vale a dire che si trovasse una soluzione alternativa accettabile per tutti.  D’altra parte, se Hatoyama ha dovuto dimettersi è soprattutto per l’incompetenza dimostrata nel gestire tatticamente la questione, più che per un errore strategico complessivo.

Nondimeno, la breve parentesi del governo Hatoyama ha lasciato uno strascico negativo sulle relazioni con gli Stati Uniti. Gli americani si sentivano garantiti dal LDP. Il passaggio del potere ad un’altra mano ha creato serie preoccupazioni, alimentate poi da interessi di gruppi specifici, pronti ad amplificare ciò che dimostrava l’inaffidabilità dei nuovi governanti giapponesi.  Tutto in effetti dipende dalla “fiducia” e dalle misure che verranno adottate per ristabilirla a pieno. Se quella c’è – e sarà compito di Obama oltre che di Kan trovare il bandolo della matassa – una graduale evoluzione è certamente possibile. Allora, anche le ultime parole pronunciate al momento di dimettersi da Hatoyama – ovvero che la “sicurezza regionale” impone la presenza di basi americane a Okinawa, ma in un futuro non meglio definito il Giappone dovrà sapere provvedere da solo alla sua difesa – possono suonare non come un distacco ma come una offerta di maggiore partecipazione del Giappone, come vuole da tempo Washington, alla difesa collettiva della pace. Più difficile il “recupero” sulla politica verso l’Afghanistan, dato che nel momento in cui Obama chiedeva agli alleati maggiore impegno militare Tokyo chiudeva (a gennaio) la sua missione di sostegno nell’Oceano Indiano (per rifornire le truppe americane e ISAF di carburante). Ma qui entra in campo l’articolo 9 della Costituzione del 1947 (no alla guerra e no ad un esercito capace di farla), la cui revisione è tema ancora più spinoso della presenza americana sul suolo giapponese.