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Il nuovo capo del Pentagono: cambiare per non cambiare

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Due settimane fa, quasi inaspettatamente, il Segretario della Difesa USA, Chuck Hagel, è stato spinto a dimettersi dal Presidente Barack Obama. Come più commentatori, anche democratici, hanno sottolineato, la forzata uscita di scena dell’ex-Senatore repubblicano del Nebraska è stata immeritata: Hagel era stato scelto personalmente da Obama e, nonostante un’audizione al Congresso non molto brillante e una leadership personale non entusiasmante, aveva svolto con perseveranza il difficile compito affidatogli – gestire la più grossa organizzazione al mondo in una fase particolarmente difficile di ridimensionamento, tra il ritiro dall’Iraq e i tagli automatici al bilancio del Pentagono.

Hagel ha probabilmente pagato sia le crescenti frizioni con la Casa Bianca che il bisogno di rinnovamento necessario all’indomani della disfatta elettorale subita dai Democratici nelle elezioni di medio-termine del 4 novembre. La modalità precipitosa della scelta è divenuta palese quando è apparso chiaro come il Presidente Obama non avesse già individuato un sostituto per Hagel e, soprattutto, quando uno dopo l’altro i “papabili” hanno pubblicamente affermato di non essere interessati alla posizione.

Ecco dunque la scelta di nominare Ashton Carter, che a questo punto arriva prima del previsto, giacché si temeva addirittura che la Casa Bianca non riuscisse a trovare un rimpiazzo fino alla fine dell’anno. Il nome di Carter era oramai, insieme a quello di Robert Work (attuale Vice Segretario della Difesa), tra i pochi rimasti disponibili.

Due elementi meritano particolare attenzione nel valutare questa transizione. In primo luogo, il contrasto tra Obama e Hagel è il frutto della crescente intromissione della Casa Bianca nella gestione interna del Pentagono. Proprio a novembre, durante un evento pubblico, i due precedenti Segretari alla Difesa dell’era Obama, il repubblicano Robert Gates e il democratico Leon Panetta, avevano espresso la propria frustrazione nei confronti del team Obama e, in particolare, la sua continua tendenza ad invadere gli spazi di autonomia del Pentagono. A differenza di questi predecessori, Ashton Carter è anzitutto un esponente dell’alta burocrazia, pur avendo credenziali tecniche di ottimo livello: istruzione in fisica e un passato tra Washington, D.C. e gli ambienti della difesa americana (incluso lo stesso Pentagono, nel quale è stato Sottosegretario per gli Armamenti, la Logistica e la Tecnologia) e Boston, Massachusetts, dove insegnava e faceva ricerca nel campo della sicurezza internazionale presso Harvard University (tra gli altri ruoli, è stato anche Presidente dell’Editorial Board della prestigiosa rivista accademica International Security, pubblicata proprio ad Harvard). Con questa nomina, il Presidente Obama ottiene dunque due importanti obiettivi. Da una parte, il candidato ha le competenze necessarie e provate per superare facilmente le audizioni parlamentari e sopire eventuali critiche. Dall’altra parte, proprio la figura burocratica (anziché politica) di Carter assicura Obama contro il rischio di nuovi scontri con i vertici del Pentagono.

Questa non è però necessariamente una buona notizia: il Presidente deve avere accesso a punti di vista contrastanti, per poter scegliere tra diverse opinioni e approcci. Con questa nomina, Obama sembra invece aver preferito dei meri esecutori per gli ultimi due anni della propria amministrazione. Non dimentichiamo infatti che Gates e Panetta prima, e Hagel più di recente, avevano avvertito la Casa Bianca sia dei rischi derivanti da un ritiro troppo frettoloso dall’Iraq che dell’ascesa dell’ISIS: è chiaro oggi che i loro avvertimenti non sono stati recepiti a dovere.

C’è però un secondo aspetto importante e che non va sottovalutato. Già durante il suo mandato a Sottosegretario della Difesa, Carter mostrò ottima competenza nella gestione del proprio portafoglio, quello relativo agli armamenti.

Poiché, nonostante le pressioni bipartisan, Obama e il Congresso non riusciranno verosimilmente a trovare una soluzione ai tagli automatici (il famigerato meccanismo del sequester) al bilancio del Pentagono, Carter può rappresentare la figura perfetta per ottenere risparmi ed efficienza e – in ultima analisi – rafforzare le capacità militari degli USA in quegli ambiti dove il sequester ha avuto effetti particolarmente negativi. Con il costo di armamenti e personale in costante ascesa, e un budget fisso, un burocrate competente e preparato rappresenta forse la soluzione migliore per affrontare alcuni delle principali sfide che affliggono il Pentagono oggi. Per un vero e proprio cambio di rotta quanto alle politiche di Difesa USA, invece, bisogna aspettare quasi certamente il 2016.