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Il Medio Oriente visto da Pechino

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Il ruolo della Cina in Medio Oriente è destinato a crescere: lo dicono i dati economici (sia di fonte cinese che occidentale), gli interessi strategici e anche le dichiarazioni di alcuni importanti esponenti governativi.

La Cina ha bisogno del Medio Oriente per soddisfare la sua fame di energia derivante da un’economia in continua crescita. Nel 2004 Pechino produceva il 54% del petrolio che consumava, importando la restante parte soprattutto dal Medio Oriente. Nel 2011 ha comprato nella regione 2,9 milioni di barili al giorno, cioè il 60% di tutto il petrolio importato. Secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’Energia, nel 2030 la Cina acquisterà il 75% della sua energia e la maggior parte verrà, ancora una volta, dal Medio Oriente.

La Cina importa il petrolio principalmente dall’Arabia Saudita, almeno 1,1 milioni di barili al giorno. E la collaborazione va oltre, tanto che l’azienda saudita Aramco ha accettato una joint venture con il Dragone per costruire nella provincia di Fujian una raffineria in grado di accogliere il greggio degli sceicchi. Sia per favorire l’Arabia Saudita, sia per non incappare nelle sanzioni americane, negli ultimi anni la Cina ha diminuito le importazioni dall’Iran: se nel 2011, infatti, ammontavano a 555 mila barili al giorno, nel 2012 sono scese a 439 mila, e si sono attestate sui 402 mila nel periodo che va da gennaio ad aprile 2013. Pechino è anche il migliore cliente dell’Iraq, da cui acquista oltre un milione di barili al giorno. Se c’è qualcuno che non rimpiange l’intervento militare statunitense in Iraq nel 2003, questi è proprio la Cina.

Se si considera, seguendo le previsioni dell’Agenzia internazionale dell’Energia, che nel 2035 la Cina importerà dal Medio Oriente 6,7 milioni di barili di petrolio al giorno (cioè il 54% delle sue importazioni di petrolio totali) contro i 2,9 del 2011, si capisce facilmente perché il ruolo del Dragone nel Medio Oriente è destinato a crescere. A questa circostanza si deve aggiungere che gli Stati Uniti, grazie alla scoperta di come sfruttare lo shale gas nel Nord America, diminuiranno le importazioni di petrolio dal Medio Oriente dagli 1,9 milioni di barili al giorno del 2011 ai 100 mila del 2035. È chiaro come una partita di queste dimensioni non riguardi solo l’economia.

Gli Stati Uniti, in un modo che non può che dispiacere ai paesi mediorientali, continuano a parlare di “indipendenza energetica” e di “taglio alla dipendenza” dal petrolio mediorientale. La Cina, invece, insiste sulla “interdipendenza energetica”, la “sicurezza energetica”, e la “partnership strategica” con i paesi arabi, un concetto certamente gradito agli Stati del Golfo, pronti ad accogliere un maggiore impegno cinese nella regione.

È vero dunque che la Cina ha bisogno del Medio Oriente e viceversa, così come gli Stati Uniti hanno interesse a svincolarsi dalla regione per concentrarsi sull’area del Pacifico; tuttavia, è ancora presto per parlare di leadership change. Washington, infatti, avrà sempre sufficienti interessi in Medio Oriente (a partire dal rapporto speciale con Israele) per non abbandonarlo, mentre Pechino, a causa della sua politica basata sulla non interferenza negli affari interni dei partner commerciali, farà fatica a guadagnarsi un ruolo politico di primo piano. Di sicuro, però, il Dragone ha bisogno che il Medio Oriente sia stabile per continuare a contare sul suo petrolio, e non può più permettersi, da grande potenza qual è, di affidare il mantenimento della stabilità nella regione al suo maggiore avversario strategico – gli Stati Uniti appunto.

Ecco perché non si possono ignorare le parole pronunciate dall’inviato speciale cinese per il Medio Oriente Wu Sike: “I problemi mediorientali sono troppo complessi per essere risolti da un solo soggetto, anche se si tratta di una superpotenza come l’America. Non è che gli Stati Uniti non vogliano risolverli, è che non possono”. E ancora: “Non c’è dubbio che gli Stati Uniti resteranno il principale attore del processo di pace (israelo-palestinese), ma il Medio Oriente ha urgente bisogno di una nuova forza”. In maggio la Cina ha invitato negli stessi giorni il leader palestinese Mahmoud Abbas (che ha avuto colloqui con il presidente e segretario del Partito comunista cinese Xi Jinping) a Pechino, e Benjamin Netanyahu (primo premier israeliano a visitare la Cina dal 2007) a Shanghai per incontrare il premier Li Keqiang. I quotidiani locali hanno elogiato i tentativi cinesi di “assumere ancora più responsabilità internazionale”, “senza essere solo un messaggero tra Palestina e Israele, ma esercitando sempre più influenza e offrendo soluzioni pratiche al processo di pace”. Secondo il China Daily “la quasi simultanea visita di Abbas e Netanyahu non ha precedenti nella storia cinese e indica i buoni rapporti che entrambi i paesi coltivano con la Cina e la grande importanza che le attribuiscono nel processo di pace del Medio Oriente”.

Il ruolo di mediatore è inedito per Pechino e non è facile chiarire quale sia la sua strategia. Di sicuro, però, sta puntando su Israele per portare la stabilità in una regione che, dalla Libia, all’Egitto, all’Iraq, alla Siria è a forte rischio implosione. Tel Aviv, inoltre, pur non avendo petrolio, potrebbe fornire a Pechino la tecnologia di cui ha bisogno per diminuire la propria (eccessiva) dipendenza dall’oro nero. Fino ad allora comunque, la Cina avrà tutto l’interesse, economico e politico, ad assumere un ruolo forte nello scacchiere mediorientale ma non ha esperienza della regione e deve crearsi anche una reputazione di attore affidabile. Forse anche per dimostrarsi una potenza più responsabile, la Cina ha diminuito le sue importazioni di petrolio dall’Iran, anche se resta il sospetto che il programma nucleare di Teheran sfrutti la tecnologia vendutagli proprio da Pechino. La Cina inoltre ha partecipato attivamente alla missione UNIFIL in Libano, con 182 ingegneri prima e con 343 militari poi. Ad ogni modo, la presenza militare cinese in Medio Oriente resta bassissima, soprattutto se paragonata a quella statunitense. La Cina è poi sempre piaciuta ai governi mediorientali perché non ha mai fatto dipendere gli scambi commerciali dalla politica o dal rispetto dei diritti umani. Nessun regime arabo, così come nessuno status quo è mai stato messo in discussione da Pechino, che pone sempre come priorità la gestione del dissenso interno alla Repubblica Popolare. Per conquistare un ruolo di primo piano in Medio Oriente, però, la Cina dovrebbe ora cominciare a “fare politica”, cosa che potrebbe alienargli qualche consenso arabo: è un rischio che dovrà correre, se vuole mantenere stabile la regione che alimenta la sua crescita economica, magari anche aumentando la sua influenza culturale nel Medio Oriente grazie all’esercizio del proprio “soft power” non soltanto economico.