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Il Medio Oriente e la crescita dell’Asia: effetti-contagio e interessi in evoluzione

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Cambia, con rapidità forse maggiore del previsto, il modo in cui la crescita del peso specifico dell’Asia incrocia le dinamiche mediorientali. I drammatici avvenimenti delle ultime settimane indicano nuove linee di tendenza, con in primo piano i rapporti USA-Cina. Ultimi sviluppi: da un lato le sollecitazioni di Washington a Pechino perché partecipi fattivamente alla ricerca di una stabilizzazione della regione e dall’altro l’appoggio dei cinesi, per la prima volta espresso in modo così netto, alle scelte americane. Non si crea e neppure si preannuncia un’azione coordinata, ma si prospettano nuovi scenari, caratterizzati in particolare da una fluidità delle convergenze e delle alleanze che coinvolge, oltre alla Cina, anche il Giappone, l’India, la Corea del Sud. Ne deriva peraltro non solo una conferma della espansione degli interessi delle potenze asiatiche medie e grandi verso aree un tempo di esclusivo interesse americano ed europeo, ma anche una catena di contraccolpi che dal Medio Oriente si ripercuotono sul settore Asia-Pacifico.

Il “fattore Islam”, tracimando dal Medio Oriente verso l’Asia orientale, diventa un moltiplicatore per il peso diplomatico dell’Indonesia, già avviata ad assumere il ruolo di traino economico dell’area ASEAN. Accelera pertanto la sua scalata al rango di potenza regionale in grado di determinare gli equilibri strategici nel fondamentale settore dello stretto di Malacca. Le scelte di campo di Giakarta dopo l’insediamento alla presidenza di Joko “Jokowi” Widodo influiranno non poco sulla strada che prenderà la politica americana del Pivot to Asia come anche sull’espansione verso Sud-Ovest dell’influenza della Cina, oggi più che mai alla ricerca di punti di appoggio nei mari caldi. Questa d’altra parte, proprio mentre è impegnata ad accrescere la sua presenza in Medio Oriente per meglio proteggere la sua dipendenza energetica dalla regione (da cui acquista circa il 55% del petrolio e del gas di cui ha bisogno) vede montare un nazionalismo che rischia di assumere connotati anti-islamici. La priorità data alla lotta al terrorismo fatica infatti a limitarsi alla repressione delle frange oltranziste uigure; mira a estirpare complicità esterne e in Medio Oriente impone scelte fino a ieri impensabili. L’appoggio ai bombardamenti americani contro i miliziani dello “Stato Islamico” in Iraq è il più appariscente. Né è scontato che Pechino riesca ancora a lungo ad evitare di schierarsi nello scontro tra sciiti e sunniti; e se si è portati a vedere il terrorismo come una degenerazione soprattutto di questi ultimi anche la scelta di campo tra l’Iran sciita e l’Arabia saudita sunnita ne viene influenzata. 

Si inserisce in tale scelta anche lo sforzo per contenere la proliferazione nucleare che ruota intorno al dossier iraniano. La Cina, membro del gruppo 5+1, appoggia gli sforzi diplomatici per impedire che Teheran produca armi nucleari, convinta che da una tale eventualità deriverebbe una serie di perniciose conseguenze. I timori prima dell’Arabia Saudita, poi a catena di altri Stati rischierebbero di fare saltare il meccanismo della non proliferazione e il contagio non si fermerebbe al Medio Oriente, visto che già oggi in Giappone e Corea del Sud cresce di livello il dibattito sulla opportunità di dotarsi di quelle armi atomiche che, dalla Cina o dalla Corea dl Nord, sono viste come una minaccia concreta.

Il nazionalismo anticinese che orienta le mosse del governo giapponese di Abe Shinzo risente a sua volta di quanto avviene in Medio Oriente. Di questa regione, come dell’Africa, il Giappone ha bisogno per le stesse ragioni della Cina: energia e mercati. Deve recuperare un grosso ritardo rispetto all’Impero di Mezzo ma qui – a differenza che in Asia – non deve scontare l’handicap del suo passato imperialista. In questa fase poi dispone di un nuovo sistema di penetrazione, connesso alla decisione di modificare la tradizionale opzione “pacifista” concedendosi il diritto di esportare armi. Già firmato in joint venture con gli Stati Uniti il primo contratto del nuovo corso: destinatario il Qatar.

Quanto all’Afghanistan, da sempre punto di raccordo tra Medio ed Estremo Oriente, il disimpegno americano fa presagire nuove interferenze provenienti da Est, non solo da parte di Pakistan e India. In particolare un Afghanistan destabilizzato e destabilizzante renderebbe più arduo per Pechino dare concretezza al progettato “corridoio di terra” attraverso una catena di Paesi amici (e di oleodotti), antidoto al blocco dello stretto di Malacca paventato nel caso in cui le dispute sui territori contesi nel Mar Cinese meridionale degenerassero.

Tutto questo si inquadra nella capacità di attrazione che le tigri asiatiche hanno acquisito negli ultimi anni, ribaltando i rapporti di forza con quegli Stati mediorientali che qualche decennio fa sembravano disporre di un potenziale di crescita molto maggiore. Il New York Times ha fornito nei giorni scorsi dati significativi. Il prodotto lordo pro capite egiziano era nel 1965 il quadruplo di quello cinese; oggi il rapporto si è rovesciato, con l’Egitto che è a 1.500 dollari e la Cina a 3.500. Nel 1965 il prodotto interno pro capite di Iran e Corea del Sud era equivalente; oggi quello sudcoreano è di 24.000 dollari, e quello iraniano di 3.000. Sia vero o presunto il declino dell’impero americano, guardare verso Est sta diventando un imperativo per Paesi ammalati di crisi endemica e danneggiati dall’instabilità che attraversa la regione, dal Maghreb all’Iraq. A maggior ragione lo è per il blocco di Paesi, quelli del Golfo, che hanno enormi disponibilità finanziarie, perfetta complementarietà commerciale coi Paesi industrializzati dell’Asia orientale e magari crescenti dissapori con Washington. La complementarietà vale anche per Israele, che ha nei due colossi affamati di alta tecnologia, Cina e India, due partner di prima grandezza, con cui dialogare fingendo di non sentire le rampogne dell’alleato americano. 

La Cina, inevitabilmente, traina il cambiamento. Vista da Pechino la nuova crisi a Gaza non ha avuto effetti traumatici, sebbene abbia creato più preoccupazioni rispetto al passato. Da qualche anno i cinesi, con la nomina di un inviato ad hoc, hanno inteso quanto meno “mostrare la bandiera” all’interno del lavorio diplomatico mirante a trovare una soluzione al conflitto arabo-israeliano. Non ci sono stati effetti pratici (e neppure presumibilmente erano ricercati), se non quello di “ufficializzare” la posizione cinese, peraltro limitata a principi generici: diritto dei palestinesi ad avere uno Stato nei confini del 1967, diritto di Israele a vivere in pace e sicurezza. Ma ai governanti di Pechino non può non dispiacere una fiammata di violenza così grave e così “visibile”, perché obbliga ad esporsi e questo è proprio ciò che essi più temono. Il cauto doppio  binario in auge da oltre un ventennio rischia di fallire e con esso gli ottimi rapporti sia con Israele sia con gli arabi.

I fatti iracheni, con la nascita del cosiddetto Stato Islamico, le stragi delle minoranze e l’intervento militare americano, segnano uno spartiacque. La difesa della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Iraq ha cessato di essere una mera ripetizione del principio cardine della diplomazia cinese, la “non interferenza”. Diventa parte della lotta al terrorismo e della difesa della stabilità in Medio Oriente innalzati al rango di interessi strategici dell’Impero di Mezzo. La considerazione alla base della decisione americana di intervenire militarmente – non c’era altro da fare e solo gli Stati Uniti potevano farlo – è stata fatta propria anche dai cinesi. La differenza con l’atteggiamento di distacco assunto durante le crisi libica e di ostilità durante quella siriana non poteva essere più chiara. Poi, tirati per il colletto da Obama che li accusava di essere dei free rider, i cinesi hanno risposto rinfacciando agli Stati uniti di essere all’origine di tutti i guai dell’Iraq dal 2003 ad oggi. Ma ciò non toglie che il sì ai raid americani faccia scricchiolare la “non interferenza”. Inoltre tutta la strategia di penetrazione in Medio Oriente, basata sulla passività diplomatica e sul dialogo con chiunque avesse il potere o una parte di esso (come le milizie post-Gheddafi in Libia) sembra messa in discussione.