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Il Kurzarbeit in Germania

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Il 2009 è un anno d’anniversari per la Germania: il sessantesimo dalla creazione della Repubblica Federale tedesca e il ventesimo dalla caduta del Muro.

Due ricorrenze importanti che rischiano di essere oscurate dall’incombente crisi economica. Solo per citare qualche esempio dello scenario che si prospetta, il settore automobilistico prevede un crollo della domanda dell’otto per cento. Se si considera che circa un settimo dei posti di lavoro in Germania dipende dalla produzione automobilistica, i conti sono presto fatti: oltre 100mila posti di lavoro sono in pericolo. Con il crollo degli ordini, aziende come Daimler, Volkswagen, Bmw, Porsche, Opel, Continental, il produttore di camion Man, e molte altre aziende hanno deciso, per ora, di allungare le vacanze di Natale. 

In soccorso alle imprese, il Governo ha introdotto nel pacchetto anticrisi varato nel novembre scorso, una versione rivista dell’istituto della Settimana Corta, il Kurzarbeit. In sostanza, le imprese in difficoltà pagano ai dipendenti solamente il tempo effettivamente lavorato. Il 60 per cento della parte restante è a carico dello Stato. In alcuni casi straordinari, lo Stato può coprire l’intero stipendio, (Kurzarbeit Null). Il ricorso al Kurzarbeit, nella sua formulazione originaria, non può durare più di 6 mesi. Ma a partire dal 1 gennaio di quest’anno, il Governo ha predisposto un allungamento del periodo fino a 18 mesi. L’Istituto si applica a tutte le imprese che ne fanno richiesta, previa autorizzazione dell’Agenzia Federale del Lavoro.

Il Kurzarbeit è stato utilizzato di rado. Considerata una misura d’emergenza da adottare in periodi di grave crisi come nel 1993, soddisfa datori di lavoro e sindacati perché riduce immediatamente il peso finanziario per l’impresa e garantisce il posto di lavoro. In realtà, gli imprenditori vorrebbero ulteriormente irrobustire l’istituto, incrementando i fondi da destinare ai primi 30 gruppi industriali dell’indice DAX, sempre se impegnati a non licenziare. In particolare, la BDI, associazione degli industriali tedeschi, ha richiesto al Governo di farsi carico anche di una parte dei contributi sociali. Molteplici sono le aziende pronte a ricorrere alla Kurzarbeit. La Daimler metterà in settimana corta due terzi dei 28 mila lavoratori dello stabilimento di Sendelfingen, vicino a Stuttgart. Di pari passo, la Bosch ha annunciato che 3500 lavoratori saranno in settimana corta per almeno sei mesi.

L’istituto della Kurzarbeit è in linea con la strategia della Cancelliera Merkel di privilegiare aiuti pubblici mirati. Niente soldi a pioggia ma integrazioni alle imprese in difficoltà. Non sussidi alla produzione, che potrebbero incoraggiare – a lungo andare – dislocazioni produttive, ma soldi erogati direttamente ai lavoratori. Un modo indiretto per mantenere il potere d’acquisto.

Sembra l’uovo di Colombo e già se ne parla in altri paesi – anche se il modello è difficilmente esportabile. Si adatta bene al sistema produttivo tedesco, che è stato profondamente ristrutturato nel corso dell’ultimo decennio, con un forte recupero di produttività. In questo contesto, si spera che sia sostenibile la logica del “lavorare meno ma lavorare tutti”. Certo è che questo modello non può essere considerato una risposta duratura alla crisi in atto. L’adozione della settimana corta incrementa, infatti, i costi per unità di prodotto e, nel lungo periodo, se non affiancata da una riduzione dei salari, può tradursi in una perdita di competitività.

Ancora una volta, la Germania trae beneficio dalle riforme messe in atto negli anni passati, che hanno consentito di migliorare la competitività esterna. Nei tempi di vacche magre, si può permettere un temporaneo aumento dei costi, per evitare un incremento della disoccupazione e, contrastare, così, la crisi di fiducia.

Ma, perfino in Germania, neppure l’uovo di Colombo sembra bastare. Sebbene l’ampliamento del Kurzarbeit sia stato accolto positivamente dal mondo dell’industria, il 64 per cento dei tedeschi reputa la risposta del Governo alla crisi inadeguata e considera la strategia Merkel timida e, talvolta, ondivaga. Nonostante ciò, la popolarità della Cancelliera resta altissima. Continua a guadagnare punti rispetto al suo sfidante Steinmeier. Gli ultimi sondaggi la pongono al 54 per cento contro il 32 per cento dell’attuale Ministro degli Esteri. “La Merkel si comporta esattamente come i tedeschi desiderano: non s’impone e chiede poco” ha dichiarato Josef Joffe, editore del settimanale Die Zeit. Per un popolo diffidente e poco incline ai cambiamenti bruschi, l’approccio cauto e graduale della Cancelliera è estremamente rassicurante. Tanto rassicurante, da guadagnarsi l’appellativo di Mutti (mamma) dai tedeschi.

La storia insegna, inoltre, che in tempi di crisi i tedeschi hanno sempre privilegiato la stabilità, rieleggendo il Cancelliere in carica. La Merkel dovrebbe, pertanto, avviarsi verso un secondo mandato – come sembra indicare anche la recente batosta elettorale subita in Assia dalla SPD.

Tuttavia, mai come in queste elezioni, l’esito finale sarà legato all’evoluzione e la gestione della crisi, definita dal presidente dell’Istituto di previsioni IFO, professor Sinn, la peggiore dal dopoguerra. Per il 2009, si prevede che le imprese taglieranno circa 600mila posti di lavoro, facendo salire ad oltre tre milioni e mezzo il numero dei disoccupati. Il mercato del lavoro rischia, quindi, di diventare il vero campo di battaglia elettorale.