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Il Giappone e l’agognata ripresa economica: Cina e Usa indicano la via

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Sono molti i dubbi sulla capacità del Giappone di ridare slancio a un’economia sferzata da gravi contraddizioni endogene. C’è una crisi che si trascina da un ventennio mentre i governi sembrano sempre più deboli e rissosi, la popolazione invecchia, l’improcrastinabile riforma del welfare resta un miraggio. A tutto questo si aggiunge l’impatto di problemi esterni non meno gravi, come la crisi finanziaria internazionale e il triplice disastro – terremoto, tsunami, incidente nucleare – del marzo 2011. A questi dubbi si affiancano però due certezze: la Cina è e sarà il primo partner commerciale; gli Stati Uniti sono e saranno il principale partner politico-militare.

La cornice strategica è dunque ben delineata. Oltre il 20% del commercio nipponico è diretto in Cina e aumentano, nei due sensi, anche gli investimenti diretti. Il premier giapponese Noda Yoshihiko ha discusso, durante la sua visita a Pechino a fine dicembre, della necessità di incrementare le transazioni dirette Yuan-Yen, in modo da ridurre le spese e i rischi valutari. Per contrastare la volatilità del mercato finanziario globale,  ha concordato l’acquisto di bond cinesi senza passare attraverso Hong Kong. Si tratta, ha commentato una fonte cinese, dell’accordo più significativo che la Cina abbia sottoscritto con qualsiasi altro Paese, dato l’enorme livello del volume degli scambi commerciali tra le due maggiori economie asiatiche.

Non mancano seri motivi di contrasto, ma questi hanno un’origine essenzialmente politica. E’ il caso della denuncia presentata dal Giappone, insieme agli Stati Uniti,  il 13 marzo alla Organizzazione mondiale del commercio contro la Cina, chiamata in causa per avere imposto restrizioni alle esportazioni di metalli rari. Si tratta di restrizioni che hanno dopato a vantaggio cinese la concorrenza, ma che: sono nate infatti come “rappresaglia” di Pechino contro Tokyo e chi come Washington la sostiene, nel bel mezzo dell’incidente delle Senkaku, isole contese tra i due Paesi, nel settembre 2010.

L’altro punto fermo per il Giappone è l’alleanza con gli Stati Uniti, che ha una doppia valenza economica: spese militari e politica commerciale. Le prime sono sempre state consistenti anche perché in esse va incluso il cosiddetto  sympathy budget (il rimborso per l’ombrello offerto dagli americani). Per il 2012-13, dopo un periodo di pur limitate contrazioni, il bilancio della difesa è aumentato dello 0,6% (arrivando a 61 miliardi di dollari), A giustificare la scelta, in un periodo di incertezze finanziarie, sono le preoccupazioni per il build-up militare della Cina (che per la prima volta nel bilancio annuale ha superato i 100 miliardi di dollari). Nella stessa direzione spinge il pressing di Washington che chiede a Tokyo un maggiore coinvolgimento nel mantenimento degli “equilibri” regionali. Gli Stati Uniti premono poi sul Giappone affinché apra il suo mercato interno e aderisca in tempi rapidi alla Trans-Pacific Partnership (TPP). Malgrado la TPP abbia lo scopo di contenere l’esuberanza commerciale cinese, proprio il cauto avvicinamento del Giappone a quest’area di libero scambio rafforza e completa il cambiamento di prospettiva che porta ad una “convivenza costruttiva” con la Cina. Il complesso gioco di contrappesi tra questi due pilastri dell’economia giapponese – Usa e Cina – facilita infatti lo scavalcamento delle più conservatrici tendenze protezionistiche e nazionalistiche.

In questo contesto va  relegata in  secondo piano l’incessante scontro in Parlamento tra maggioranza e opposizione. Da parecchi mesi ormai la battaglia parlamentare si combatte intorno all’aumento dell’imposta sui consumi, che il governo vuole innalzare dal 5 al 10% entro il 2015. L’opposizione, rappresentata dal Partito liberaldemocratico (LDP) e dal Nuovo Komeito (che, grazie al suo peso nella Camera Alta, è in grado di porre il veto ad ogni legge), dice di no in modo strumentale. Ma nessuno dubita che questo passo vada compiuto: il deficit di bilancio, che supera il 200% del Prodotto interno, non consente alternative. Vanno proprio in questa direzione le ultime misure di austerità: taglio del 7,8% dei salari degli impiegati statali, con risparmio di 850 miliardi di yen; e “riduzione dei costi della politica”, ovvero decurtazione dello stipendio di ministri e promessa di riduzione del numero dei parlamentari.

D’altra parte, come era prevedibile, il terzo governo a guida democratica dopo la travolgente vittoria del DPJ del 2009 sta orientandosi verso un indefinito “centro” che nulla ha di socialista e ben poco anche di neoliberista. Così le convergenze con l’LDP sono tutt’altro che impossibili anche su temi di fondo. E’ il caso del quarto bilancio straordinario approvato il mese scorso (2,5 trilioni di yen) che deve servire a finanziare la ricostruzione post-disastro: esso riflette un tipo di rapporto tra imprenditoria e Stato che nella emergenza ritrova quella osmosi che fu alla base del boom giapponese. Facile sintonia anche sulla richiesta alla Banca centrale di impostare una politica inflazionistica (l’1% annuo sarebbe un ottimo livello se si pensa che ancora il mese scorso se ne è registrato uno deflazionistico dello 0,1%).

I presupposti per una simile politica ci sarebbero: basti dire che il Giappone ha malgrado il suo deficit di bilancio una solidità finanziaria che vale il possesso di oltre mille miliardi di dollari in titoli statunitensi del debito pubblico L’obiettivo è superare le pastoie dello yen forte: gli sforzi che fino a poco tempo fa si erano rivelati infruttuosi stanno ora, col finanziamento di imponenti emissioni di buoni del tesoro a lungo termine e altri stimoli monetari, portando lo yen oltre la soglia di 0,82  rispetto al dollaro. E’ una quota considerata utile a dare slancio alle esportazioni. Per stimolare gli investimenti industriali, inoltre, la Banca centrale continua a mantenere a livello zero il tasso di interesse e ha preparato uno schema di prestiti basato su un fondo di 5,5 trilioni di yen.

I dati, se ci si ferma al 2011, sono poco incoraggianti. Il deficit della bilancia commerciale a gennaio ha stabilito un nuovo record assoluto con 1,48 trilioni di yen, cioè il triplo rispetto al gennaio dell’anno precedente. Ma non poteva essere altrimenti, considerando che in seguito all’incidente nucleare di Fukushima è stato deciso di chiudere e sottoporre a test di sicurezza tutti i reattori, che coprivano il 30% del fabbisogno energetico nazionale. Il risultato è che le importazioni sono aumentate del 9,8 % nel 2011, con un balzo in avanti del 74% del gas e del 26% del carbone. Per il 2012 si prevede che il trend resterà costante, ma si spera in un sensibile aumento delle esportazioni che potrebbe riportare in attivo la bilancia commerciale.

L’economia giapponese in realtà si muove sul filo del rasoio. Come si legge nel comunicato emesso il 13 marzo a conclusione del Policy Board della Banca centrale, “deve confrontarsi con un problema strutturale a lungo termine rappresentato dalla tendenza al declino del tasso di crescita connesso col rapido invecchiamento della popolazione”. Il paese è quindi costantemente in bilico tra un ottimismo che fa pensare a una facile ripresa e il pessimismo che il disastro dell’11marzo ha diffuso tra la gente. Il turismo, ad esempio nel 2011 è crollato (meno 28%). L’agricoltura ha pure subito una contrazione delle esportazioni. Per l’industria manifatturiera lo shock iniziale, dovuto alle interruzioni nella catena dei trasporti e degli approvvigionamenti oltre che alla necessità i ridurre i consumi di energia elettrica, è stato forte  (320 grandi compagnie hanno fatto bancarotta a causa del terremoto). Permangono difficoltà nell’attrarre nel Tohoku, la regione più colpita dal terremoto, attività che non siano legate all’edilizia. Prova ne sia che nei giorni scorsi il governo ha sollecitato l’Agenzia per la ricostruzione ad aprire un nuovo ufficio per incrementare la ricerca di imprenditori (giapponesi e soprattutto internazionali) disposti ad aprire (o riaprire) impianti. La Banca centrale ha inoltre  allungato di un anno, fino al marzo 2013,  le facilitazioni speciali concesse a chi investe nella regione per accedere al credito.

Ma è anche vero che la fase critica è stata rapidamente superata. Quasi tutte le aziende hanno raggiunto i livelli produttivi di prima dell’11 marzo 2011. La ricostruzione rappresenta oggi il volano essenziale per ridare slancio agli investimenti e all’intera economia. Anzi, non pochi si spingono a sostenere che il Giappone è in grado di trasformare quella tragedia nazionale nell’occasione per rompere le catene dell’immobilismo e uscire da una lunga crisi economica.