Le rivolte nel mondo arabo e la crisi libica hanno spaventato i mercati mondiali, causando un repentino aumento del prezzo del petrolio. La decisione di ENI e Repsol, i due gruppi petroliferi piĂš attivi in Libia, di fermare in parte le loro attivitĂ di estrazione nel paese, e i continui episodi di instabilitĂ nel resto della regione, hanno confermato i timori degli investitori e spinto agli attuali rincari.
Lâattuale prezzo oltre i 110 dollari risulta essere superiore di un quinto rispetto alle aspettative degli esperti. Tale situazione è per certi versi paragonabile a quella della prima guerra del Golfo nel 1991 o alla rivoluzione islamica in Iran nel 1979, ma con una differenza sostanziale: sia Iraq che Iran erano (e sono tuttora) fra i maggiori produttori mondiali di petrolio, mentre la Libia ha una quota della produzione mondiale di poco inferiore al 2%. In ogni caso, oggi come allora lâArabia Saudita ha dato la propria disponibilitĂ ad aumentare la produzione di greggio per stabilizzarne il prezzo sui mercati. Tale mossa è giustificata soprattutto dal timore che nel medio termine le industrie che fanno grande consumo di petrolio sviluppino tecnologie piĂš efficienti, finendo per ridurre globalmente la domanda di greggio.
Nonostante la disponibilitĂ saudita, gli investitori non sembrano particolarmente convinti, e il prezzo del petrolio ha infatti continuato a crescere nelle ultime settimane. Il problema è che gli analisti intravedono la possibilitĂ di unâestensione del contagio delle rivolte proprio alla stessa Arabia Saudita. Ă precisamente per scongiurare questa eventualitĂ che Riad ha deciso di investire oltre trenta miliardi di dollari per rilanciare la propria economia.
Anche a prescindere da possibili proteste nel breve termine, lâArabia Saudita non potrĂ comunque mantenere una produzione cosĂŹ elevata a tempo indefinito. Infatti, la necessitĂ di soddisfare la propria crescente domanda interna obbligherĂ molto probabilmente Riad a ridurre le esportazioni per sostenere lo sviluppo dellâindustria petrolchimica. Se fra il 2005 e il 2009 la popolazione saudita ha consumato in media circa 2,3 milioni di barili al giorno, permettendo al paese di esportare 8,3 milioni, la rapida crescita della domanda interna ha portato la compagnia nazionale petrolifera Aramco a prevedere che nel 2028 i consumi domestici si attesteranno oltre gli 8 milioni di barili al giorno.
Intanto, nè lâIraq â la cui principale raffineria è stata colpita da un attacco terroristico il 21 febbraio â nè lâIran â stante il suo persistente isolamento politico internazionale â sembrano in grado di poter aumentare in misura massiccia la loro produzione negli anni a venire.
I mancati investimenti in nuovi pozzi, la scarsitĂ di tecnologia e lâinstabilitĂ politica in Algeria, associata al montante fermento delle masse popolari nel Golfo, fanno prevedere che difficilmente in queste aree si avrĂ un aumento considerevole della produzione di greggio nei possimi mesi. I maggiori gruppi stranieri saranno restii ad investire a fronte dellâelevata incertezza politica.
Non considerando le riserve saudite, a livello mondiale si stima che vi siano siti di estrazione inesplorati in grado di garantire sei milioni di barili al giorno in aggiunta alla produzione attuale â un quantitavito decisamente elevato se lo si paragona ai dati del passato.
Lâincertezza sulla reale carenza di petrolio a livello internazionale è giustificata non solo dalla crescente domanda delle economie asiatiche, ma anche dalla funzione dellââoro neroâ come grande asset finanziario â e non solo carburante. Il sempre maggiore interesse dei fondi dâinvestimento per il petrolio ne ha aumentato esponenzialmente la speculazione, causando una notevole volatilitĂ nel prezzo del greggio e rallentando gli investimenti in nuovi siti di estrazione. La ricerca di nuovi pozzi, la manutenzione degli esistenti e lo sviluppo di nuove infrastrutture di trasporto richiedono infatti elevati capitali dâinvestimento.
Ne consegue che nessun gruppo energetico intende finanziare tali operazioni senza avere la certezza che il prezzo del greggio resti a livelli tali da permettere un rientro degli investimenti in un lasso temporale accettabile. Questo problema è chiaramente visibile in Europa: la corsa allo sviluppo dei gasdotti che dovrebbero collegare lâUnione Europa con lâAsia centrale si è bloccata nel corso degli ultimi due anni a causa del crollo nel prezzo del petrolio e conseguentemente di quello del gas (essendo questo indicizzato al prezzo del greggio).
Intanto, lâindustria petrolifera mondiale paga ancora i mancati investimenti che dovevano essere operati negli anni Ottanta e Novanta. Allora, un prezzo medio del barile inferiore ai trenta dollari indusse I gruppi energetici a non investire in nuovi giacimenti, cercando soltanto di coprire la domanda momentanea. Con il boom economico delle economie asiatiche emergenti, di colpo i gruppi energetici si sono trovati a dover recuperare il tempo perso, investendo rapidamente nello sviluppo di nuovi siti e infrastrutture di trasporto per il petrolio. La combinazione tra lâesplosione nella domanda e i mancati investimenti hanno cosĂŹ portato il prezzo del petrolio oltre i centocinquanta dollari al barile.
Su questo sfondo, la regione mediorientale resterĂ sempre centrale negli anni a venire, grazie a riserve di petrolio stimate in circa due terzi di quelle rimanenti a livello globale. Il dipartimento dellâenergia americano calcola infatti che Medio Oriente e Nord Africa saranno in grado di soddisfare il 43% della domanda mondiale di petrolio nel 2035 contro il 37% del 2007.
Un altro punto da tenere in considerazione è il possibile revival del ânazionalismo petroliferoâ in Medio Oriente. Circa il 75% delle risorse presenti nella regione sono gestite dai gruppi energetici statali, i quali operano sovente secondo logiche politiche piuttosto che di mercato. Questo aspetto è da sempre unâincognita per lâindustria mondiale, che oltre a non poter disporre di dati ufficiali circa il valore reale delle riserve nella regione, è costantemente soggetta alle problematiche politiche che affliggono lâarea.
Come è ben noto da tempo, sono dunque molte, e molto valide, le ragioni per sviluppare quanto prima tecnologie piÚ efficienti per ridurre i livelli di consumo, e cambiare gradualmente il mix energetico.