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Il fattore islamista nell’Africa che cambia

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Un fattore-chiave che sta caratterizzando l’Africa di oggi e di domani è quello islamista, nelle sue svariate declinazioni. È di rilevanza tale da configurare un vero nuovo paradigma per l’intero continente – assieme al ruolo economico crescente, e in alcuni casi perfino preponderante, che la Cina sta svolgendo. Gli svariati gruppi e movimenti islamisti hanno in comune l’interpretazione militante dell’Islam e il ricorso a strumenti a cavallo tra la guerriglia e il terrorismo con obiettivi che spesso includono un vero e proprio controllo territoriale e politico stabile.

A conferma che i dossier antiterrorismo detteranno gran parte dell’agenda futura dei governi africani è la fotografia attuale della rete del terrore che fa a capo a Abu Bakr al-Baghdadi, l’astro nascente di Al-Qaeda: è un’organizzazione che si basa principalmente su quattro roccaforti, di cui due in Medioriente (per operare in quattro paesi: Iraq, Siria, Pakistan e Afghanistan) e due, appunto, in Africa. E che ha nel continente ambiziosi progetti d’espansione.

Le basi di “Al-Qaeda nel Maghreb Islamico” (AQMI) nel sud dell’Algeria e quelle degli al-Shabaab in Somalia (oltre ad altre sigle minori) sono di fatto le punte di diamante di una minaccia composita: quella che nell’anno appena passato ha sconvolto il Mali, ha minacciato da vicino la Repubblica Centrafricana, tenuto in scacco il governo nigeriano, ha colpito al cuore la società kenyota, e sta destabilizzando oggi Libia e Niger. Forze poliformi che operano spesso in franchising e che sono in grado di influenzare l’intera regione del Sahel e oltre.

Altre criticità – si pensi alla situazione egiziana – restituiscono un quadro dove le forze islamiste, o per diretta minaccia e contrapposizione armata ai governi, o come opposizione politica, costituiscono la principale forma di antagonismo alle transizioni democratiche di un gran numero di nazioni. Alcune delle quali – come Nigeria ed Egitto – sono anche tra le principali economie del Continente.

In Egitto, dalla caduta di Mubarak si sono svolti ben tre referendum costituzionali. L’ultimo, quello di gennaio 2013, ha abrogato la precedente Carta redatta essenzialmente per impulso dei Fratelli musulmani. Questi ultimi sono ormai estromessi completamente non solo dal potere ma dalla stessa vita pubblica, essendo stati dichiarati per decreto “organizzazione terroristica”, mentre il deposto presidente Morsi affronta un processo dall’esito poco promettente.

Ma il principale significato politico del referendum non è stato quello di cambiare la precedente costituzione, pur estremamente connotata, scritta dalla Fratellanza; trattandosi di una consultazione almeno in parte libera (al netto delle intimidazioni e delle repressioni nei confronti degli attivisti pro Morsi e anche dei liberali laici) è stato un voto che doveva sancire l’approvazione dell’opinione pubblica egiziana per l’intervento golpista dei militari. Ora, se è vero che i sì alla nuova Carta hanno vinto con la schiacciante maggioranza del 98%, è altrettanto vero che la scarsissima affluenza alle urne (38%) dimostra come l’Egitto rimanga tragicamente in bilico tra due fazioni antagoniste.

Con Arabia Saudita (sponsor dei militari) e Qatar (sponsor della Fratellanza) in veste di osservatori molto interessati, e con la situazione economica sul baratro di una crisi di sistema, il governo ad interim di Mansour organizzerà le prossime elezioni – il probabile teatro della resa dei conti – basandosi proprio sulla nuova costituzione che ha ampliato i già vasti poteri dei militari del generale Al-Sisi, presunto candidato imbattibile per la presidenza.

L’altro gigante africano, per economia e demografia, è la Nigeria. Qui la minaccia del gruppo Boko Haram è aumentata nel corso dell’ultimo anno (è di poche settimane fa l’ultimo eccidio di oltre cento cristiani nello Stato di Borno) come rappresaglia per le azioni aeree delle forze regolari al confine camerunense.

Nonostante Boko Haram abbia contro anche la maggioranza dei musulmani moderati, questa setta, composta da elementi giovanissimi, ha in qualche modo anticipato il trend che uno studio delle Nazioni Unite ha appena messo sul tavolo del Consiglio di Sicurezza: ovvero il ricambio generazionale nelle file della galassia dell’estremismo, che vede oggi i trenta-quarantenni sostituire al comando delle cellule i combattenti più anziani. Un ricambio che porta con sé anche nuovi approcci, e nuove latitudini nel disegno delle sigle islamiste. L’Africa è oggi un teatro privilegiato per il jihad.

Il presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha tentato nello scorso maggio un’offensiva militare via terra, ma a gennaio di quest’anno, alla luce degli scarsi risultati, ha azzerato le principali cariche militari. Sinora nessuna controffensiva è risultata efficace e anzi la setta, specie al confine col Camerun, dimostra di avere anche forza di radicamento. Ecco perché l’intervento dell’esercito nigeriano un anno fa in Mali durante l’operazione Serval ha avuto il doppio obiettivo di fermare il dilagare degli islamisti nel Sahel e colpire quelle cellule di Boko Haram che avevano raggiunto Gao e Kidal in soccorso dei loro fratelli jihadisti.

Capace di diffondersi comunque laddove viene contrastato, il fondamentalismo jihadista attecchisce ancora più rapidamente con i fenomeni di dissoluzione dello Stato. I due casi più clamorosi nascono, ironia della sorte, da dissoluzioni eterodirette: l’Iraq e la Libia. Il caso iracheno si inserisce naturalmente in un quadrante geopolitico diverso, ma basta qui ricordare che Al-Qaeda non era presente prima del conflitto che ha segnato la fine del regime di Saddam Hussein. La Libia, a tre anni dalla fine di Muammar Gheddafi, presenta gravi sintomi proprio sul versante integralismo.

Qui non è solo l’ascesa della filiale qaedista a preoccupare, ma il fatto che le istanze di autonomismo emergenti nella società libica (è il caso della Cirenaica, regione ricca di giacimenti, e del Fezzan sahariano) possano eventualmente fondersi con l’ideologia dei gruppi islamisti, creando roccaforti che poco hanno a che vedere con l’attuale ingerenza tribale o criminale nella gestione dei pozzi o dei commerci. La Libia insomma rischia di affrontare una partizione dove un segmento dello Stato, incardinato sulla legge islamica, diventi entità territoriale autonoma e autosufficiente.

La minaccia è tale che le autorità del Niger, preoccupate per l’ascesa dei gruppi qaedisti nella regione di confine con la Libia, hanno apertamente fatto appello agli USA (che nel paese hanno installato una base di droni per il pattugliamento di tutto il Sahel) e alla Francia (che qui vanta importanti interessi energetici). È un tentativo di affrontare la situazione come accaduto in Mali, ma stavolta in termini preventivi, putando su addestramento, logistica ed eventualmente contingenti stranieri.

Con i pozzi della Cirenaica fermi, le fazioni in costante lotta tra loro, e un enorme problema di sicurezza che investe tanto la popolazione civile quanto le rappresentanze diplomatiche straniere, la Libia a tre anni dalla rivoluzione è un paese altamente instabile e a rischio di divisione. Purtroppo, se una cosa si è confermata del vecchio regime, è la condizione disumana dei migranti sub-sahariani detenuti nelle prigioni e il cui destino non interessa ai paesi d’origine, alla Libia medesima e all’Europa men che meno.

Il Kenya infine; sull’attentato del settembre scorso al centro commerciale di Nairobi, molto abbiamo saputo in termini di cronaca ma molto meno di analisi o inchiesta successiva. Non è certo mutata, da allora, la politica di Nairobi verso la Somalia mentre nella regione di Mombasa, i fedeli cristiani accedono ai luoghi di culto protetti da metal detector e i gruppi islamici si scontrano frequentemente con le forze di polizia. Quando il Kenya affronterà l’argomento in termini non solo di repressione ma di confronto e dibattito politico interno – e probabilmente di power sharing tra confessioni diverse – forse sarà in grado di scongiurare analogie nigeriane.

In estrema sintesi, l’Africa non va guardata come uno scenario esotico nel quale tutto rimane identico, bensì il teatro di contraddizioni moderne e nuovi paradigmi, tanto simbolici quanto concreti: la fine del ciclo Mandela, la Cina quale Dominus neocoloniale, i focolai qaedisti con aspirazioni a farsi Stato, le grandi transizioni mancate delle primavere arabe, la tragedia quotidiana dei flussi migratori.

Ecco, a oggi, i temi principali per iniziare ad orientarsi nello studio del Continente.