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Il fattore americano nelle dispute tra Cina e Filippine

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Un braccio di ferro è in corso da oltre un mese tra Cina e Filippine nei pressi dello Scarborough Shoal, un insieme di piccoli scogli nel Mar Cinese meridionale rivendicati da entrambi i paesi. L’episodio evidenzia la difficile posizione di Manila, che intrattiene un vitale e florido flusso di scambi commerciali con Pechino ma non intende farsi ricattare e umiliare – anche con l’appoggio essenziale degli Stati Uniti. Da parte sua, a Washington c’è preoccupazione ma si vede l’escalation di tensione tra i due paesi come una possibilità da sfruttare per accrescere la propria influenza (e presenza militare) nel Sudest asiatico, che è dichiaratamente un obiettivo fondamentale della politica estera dell’amministrazione Obama.

L’8 aprile scorso la Gregorio Pilar, la più grande nave da guerra della marina filippina (una vecchia nave, usata dagli americani nella Seconda guerra mondiale e poi ceduta a Manila) ha sorpreso otto pescherecci cinesi nei pressi del Scarborough Shoal. Le imbarcazioni sono state fermate con l’intento di arrestare i pescatori, ma l’intervento di due navi da pattuglia cinesi ha bloccato l’operazione. Si sono indurite le prese di posizione diplomatiche e anche le forze dispiegate, soprattutto da Pechino: al 15 maggio la Cina aveva già inviato nei pressi dello scoglio tre grandi navi, sette pescherecci e una ventina di barche per il trasporto merci. Le Filippine, invece, manterrebbero nell’area solo due pescherecci dopo aver ritirato la nave militare per allentare la tensione.

Il Quotidiano del Popolo, megafono del Partito comunista cinese, ha scritto addirittura che “se le Filippine non torneranno indietro, sarà difficile evitare lo scoppio di una guerra”. La questione non riguarda ovviamente ciò che si trova sopra l’acqua, un piccolo ammasso di rocce che Pechino chiama Huangyan, quello che c’è sotto: oltre ad essere acque ottime per la pesca e per la presenza di coralli, la zona potrebbe anche essere ricca di petrolio e gas naturale, visto che secondo le stime il Mar Cinese meridionale contiene 30 miliardi di tonnellate di petrolio e 16 mila miliardi di metri cubi di gas. Gli “scogli della discordia” si trovano a circa 124 miglia nautiche dalla principale isola delle Filippine (Luzon), e rientrano nell’area economica esclusiva del paese secondo la Convenzione ONU sul diritto del mare (Unclos). Pechino, da parte sua, sostiene che “le isole Huangyan furono scoperte durante la dinastia Yuan (1271-1368)”. Ma al di là delle rivendizaioni storiche, la Cina ha deciso di lanciare una sorta di guerra economica sottotraccia: il blocco di oltre milla casse di banane nei porti cinesi è un episodio rilevante per le Filippine, visto che l’esportazione delle banane fa entrare nelle casse filippine 720 milioni di dollari all’anno e la Cina è, dopo il Giappone, l’importatore principale.

Pechino ha anche chiesto ai cinesi di non recarsi nelle Filippine se non è strettamente necessario: di conseguenza, diverse agenzie turistiche cinesi hanno sospeso i viaggi nelle Filippine e gli scali aerei sono stati drasticamente ridotti. Tutti segnali di avvertimento da parte di Pechino, che cerca di far pesare l’importanza di scambi commerciali che valgono alle Filippine 30 miliardi di dollari all’anno e a cui Manila sa di non poter rinunciare.

D’altra parte, anche le Filippine vorrebbero sfruttare le enormi risorse che si trovano nel Mar Cinese meridionale, e a Manila non resta che stringere ancora di più i rapporti con gli Stati Uniti: a fine aprile sono state così condotte esercitazioni militari congiunte con l’impiego di circa 7.000 unità delle forze armate vicino a Palawan, nel Mar Cinese meridionale, dove si trovano altre isole contese. Alla fine dell’anno scorso è stato festeggiato l’anniversario della firma del trattato di reciproca difesa, e nell’occasione il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha ribadito la serietà dell’impegno americano.

Il 30 aprile, la Clinton e il segretario della Difesa Leon Panetta si sono incontrati con i loro corrispettivi filippini, Alberto del Rosario e Voltaire Gazmin, segretario della Difesa, discutendo della cessione di un’altra vecchia nave e di alcuni caccia F-16. Ma la decisione cruciale riguarda il possibile utilizzo da parte delle forze americane della basi filippine: una questione delicata poiché l’ultima base americana nella ex-colonia fu chiusa nel 1992. D’altro canto, il legame di sicurezza è molto stretto, e Washington ha versato negli ultimi dieci anni a Manila 512 milioni di dollari in aiuti militari, e 30 milioni solo nel 2012.

Pechino osserva dunque con ovvia preoccupazione l’evolvere di queste relazioni bilaterali alla luce delle frizioni in corso con Manila: l’assertività cinese rischia davvero di risultare controproducente.