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Il dossier russo sul tavolo di Obama

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Lo sguardo di Mosca si sofferma con diffidenza e speranza sui primi cento giorni del mandato di Obama. Il Presidente americano  ha infatti mostrato di considerare importante il recupero di un interlocutore necessario per il controllo delle aree di crisi, dall’Afghanistan all’Iran, ma anche per il raggiungimento di accordi trasparenti e verificabili in materia di armamenti nucleari.
Certo, Obama a sua volta deve fare i conti con le irrisolte contraddizioni russe. Il nazionalismo, che si era nascosto dietro una ideologia secolare – il comunismo –  riemerge come principale puntello simbolico del potere.  Di qui un primo ostacolo alla prospettiva per la Russia di occupare pienamente il posto che le spetterebbe in un sistema di cooperazione integrato, nonostante la mano tesa del presidente americano. La Russia, diceva Bismarck, non è mai cosi forte o così debole come sembra. Oggi il miracolo economico alimentato dal prezzo del petrolio si rivela una finzione, una nuova versione dei villaggi Potemkin. C’è stata una caduta del rublo, un ridimensionamento delle riserve valutarie, e soprattutto non c’è stato alcun decollo industriale, a differenza della Cina che è intanto diventata la terza economia mondiale. La ricostruzione della potenza imperiale russa con le sole armi dell’ energia e del nazionalismo mostra i suoi limiti.

Obama, non diversamente da Bush, non può permettere che lo spazio ex-sovietico torni russo. Deve tuttavia rassegnarsi ad un interlocutore che non realizza quella democrazia che sarebbe per gli occidentali la sola prova di una completa vittoria nella guerra fredda, e la sola garanzia di un vero superamento del passato. La democrazia, nel paese geograficamente più esteso al mondo, ha radici corte e fragili.

Anche da questo punto di vista, Obama ha già mostrato il pragmatismo che contraddistingue la sua azione: piuttosto che i diritti umani, ha posto in primo piano il disarmo nucleare, la sicurezza paneuropea, i rifornimenti per l’Afghanistan, le difese missilistiche. Vuole così ricostituire un rapporto che negli ultimi anni si era andato deteriorando ma che è troppo strategico per essere abbandonato a se stesso.

Obama non sceglie nessuna delle linee d’azione fin qui seguite in Occidente nei confronti della Russia. Non la strategia  intesa a ricacciare indietro il brutale nazionalismo della potenza risorgente. Non l’atteggiamento timoroso ed esitante delle vecchie potenze europee, la loro rassegnazione ad un pensiero debole e condizionato dalla sudditanza energetica. Non infine il risentimento di quei paesi europei che militarono nel Patto di Varsavia, la loro memoria ossessiva di sopraffazione e di soggezione; paesi che, di fronte alle incertezze dell’Europa, guardano in primo luogo all’America per sentirsi più sicuri.

Il presidente americano, già nell’incontro con Medvedev a margine del G20 di Londra in aprile, ha indicato chiaramente che non intende riproporre una contrapposizione geopolitica. Ha mostrato di tener in conto anche la suscettibilità dei russi, ad evitare che la sconfitta nella guerra fredda sia sentita come un’umiliazione e che come tale venga costruita ideologicamente dai signori di Mosca. D’altra parte, deve pur constatare che la democratizzazione avviata dalla caduta del muro si è arrestata, e che la trasformazione economica potrebbe forse portare ad una società liberale, ma con tempi troppo lunghi per avere una rilevanza politica e strategica immediata. Intanto, il potere e la tenuta delle nuove autocrazie suscita in esse la pretese di strappare all’Occidente il monopolio del processo di globalizzazione.

Obama vuole poi evitare che la fioritura democratica dei paesi confinanti, tanto esaltata dall’Occidente, appaia agli autocratici russi come un accerchiamento geopolitico ed ideologico. Non vorrebbe essere indulgente verso l’ambizione della Russia a concepire la propria  sicurezza ricreando le zone di influenza dell’Europa del concerto delle nazioni, nè chiude gli occhi dinanzi alla annessione appena mascherata di Abkhazia ed Ossezia. Ma certamente gli strumenti fin qui privilegiati dagli Stati Uniti, cioè l’allargamento della Nato e lo schieramento di sistemi intercettori in Polonia e Repubblica ceca, non avranno la priorità di ieri.

Si tratta di trovare un delicato punto di equilibrio: continuerà ad essere in ogni caso importante, per gli Stati Uniti, consolidare la sovranità di paesi in posizione critica ai margini della Russia, rafforzandone la struttura politica ed economica. Qui, il ruolo dell’UE (invece della sola NATO) potrebbe essere essenziale, se l’Europa sviluppasse una vera politica di partenariato – per consentire a tali paesi di superare l’attuale crisi economica senza lacerazioni traumatiche e senza determinare un nuovo scontro con la Russia. 
Quanto alla complicata partita energetica, la ricerca di  fonti energetiche alternative sembra alla Casa Bianca più efficace del tentativo di isolare i percorsi energetici dall’incombente presenza del Cremino. L’obiettivo più generale è infatti impedire  che i carburanti fossili  siano il motore delle forze autoritarie nel mondo.

L’Iran è un banco di prova cruciale delle relazioni bilaterali: ciò significa che se il Cremino collaborasse davvero, anche lo scudo antimissile potrebbe finire per essere considerato superfluo. Insomma, si passerebbe da un motivo di attrito a una sorta di linkage virtuoso.

Il distacco più radicale di Obama dal suo predecessore è segnato dal dialogo sul disarmo nucleare, con il ritorno ai riti estenuanti e pazienti nella definizione di equilibri bilaterali per gestire il possesso dell’arma assoluta, con il loro corteo di verifiche. La svolta, in effetti, va oltre il cerchio dei rapporti tra le due maggiori potenze nucleari. L’impegno alla riduzione dei loro arsenali rende più credibile la politica di non proliferazione e la funzione del  Trattato che la sancisce – il cui riesame è in agenda l’anno prossimo. Intanto, l’obiettivo più lontano e forse utopistico della abolizione totale della componente nucleare ha un  significato per i passi intermedi annunciati, dalla adesione degli Stati Uniti al Trattato sulla cessazione degli esperimenti nucleari alla conclusione del Trattato per il controllo del materiale fissile.

Obama vorrebbe smettere di combattere guerre che sono state ormai dichiarate vinte – a torto o a ragione. Non solo la guerra fredda, contro una Russia di nuovo apertamente antagonista. Ma anche l’intervento in Iraq e in Afghanistan. E’ possibile allora che una maggiore cooperazione nei settori che abbiamo sopra ricordato, dal controllo degli armamenti alla sicurezza europea alle politiche energetiche ed ambientali, faccia finalmente della Russia, se non ancora un partner a tutti gli effetti, almeno qualcosa di decisamente diverso dal nemico di ieri.