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Il dilemma repubblicano sul fiscal cliff

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Le divergenze interne al Partito Repubblicano sulla politica fiscale sono soltanto il sintomo più evidente della crisi d’identità del GOP, culminata con la rielezione di Barack Obama. Certe sconfitte portano ordine e metodo, sono persino terapeutiche, altre, invece, non fanno che moltiplicare sfilacciamenti e confusione. Quella dei conservatori americani sembra appartenere alla seconda fattispecie, perché invece di generare una riflessione comune su tasse e tagli alla spesa pubblica, il dibattito post elettorale sul budget ha creato fronde e smarcamenti.

È sempre più complicato per il partito parlare con una voce sola, e l’inerzia dei negoziati con l’amministrazione Obama per evitare il “fiscal cliff” è naturalmente favorevole ai Democratici: Obama ha costruito l’impalcatura politica del suo secondo mandato sulle fondamenta dell’aumento delle tasse per i più ricchi, e sebbene i numeri al Congresso non permettano al presidente di giocare la partita in solitaria, la fazione repubblicana è in una posizione di debolezza.

Evitare un compromesso con gli avversari democratici in nome dell’ortodossia di partito rischia di fare apparire il GOP come una compagine irresponsabile fatta di ostruzionisti che esporrebbero l’America a una nuova recessione – questa è, in sostanza, la conseguenza del “fiscal cliff” – pur di impedire a Obama di ottenere una vittoria politica; accettare invece un accordo che preveda un aumento delle tasse significa porre le basi per uno scisma di fatto della componente più intransigente.

E questa tettonica a placche repubblicana sta già mostrando le sue faglie. Sull’innalzamento delle tasse il Partito Repubblicano si è trasformato in una creatura bicefala: da una parte c’è la visione incarnata da Grover Norquist, il lobbista a capo del gruppo Americans for Tax Reform e inventore del “giuramento anti tasse” che è stato per decenni la patente di ortodossia dei Repubblicani. Norquist che il 1° gennaio, giorno in cui la riduzione delle aliquote fiscali approvata originariamente durante la presidenza di George W. Bush arriverà a naturale scadenza e in cui, in assenza di un accordo sul budget, si procederà a quella indigesta miscela di tagli alla spesa a aumenti delle tasse che non piace a nessuno, sarà “l’inizio della vera battaglia”, e sostiene che la destra ha ancora a disposizioni armi da usare contro il presidente. Un compromesso con l’amministrazione che comprenda anche un rialzo del carico fiscale è un’opzione che Norquist e i suoi rifiutano a priori di considerare.

Diversi Repubblicani al Congresso si sono divincolati recentemente dalle idee del guru fiscale dei conservatori, e hanno sdoganato l’idea che trovare un accordo in questa delicata fase economica e politica non è un’eresia. Ecco la seconda testa del GOP, quella guidata dallo speaker della Camera John Boehner, il negoziatore che con una mano cerca di ottenere un accordo vantaggioso con l’avversario e con l’altra deve smussare gli spigoli del proprio partito.

La più recente proposta di Obama prevede tagli alla spesa pubblica non precisamente quantificati e innalzamento delle tasse per i redditi superiori ai $400 mila dollari – che dovrebbe portare nelle casse dello stato 1.200 miliardi di dollari in dieci anni. Nel piano democratico sono previsti anche tagli per 400 miliardi al programma Medicare, l’assistenza sanitaria per gli anziani, e altri risparmi dovuti a una revisione del metodo usato per calcolare l’inflazione nell’aumento annuale delle pensioni di Social Security.

Nel corso delle ultime settimane Boehner si è cautamente avvicinato allo schema obamiano, arrivando ad accettare aumenti delle tasse per gli americani che guadagnano più di un milione di dollari l’anno (per un totale di 1.000 miliardi di dollari in dieci anni). Ma in cambio vuole almeno una cifra corrispondente in tagli ai programmi di welfare e una riforma di Medicare, ad esempio un innalzamento del limite di età previsto per l’accesso al servizio (al momento è 65 anni).

Lo speaker, poi, ha messo sul tavolo dei negoziati anche il tetto del debito, perché non di solo “fiscal cliff” vive Washington. Il ricordo della logorante battaglia dell’estate 2011 per innalzare il debito massimo che lo stato federale può contrarre è ancora vivo, ma i dati dicono che a febbraio l’America andrà nuovamente a sbattere contro il limite di 16.400 miliardi di dollari e si preannuncia una battaglia altrettanto cruenta su un nuovo incremento. A meno che non si arrivi prima a un accordo onnicomprensivo.

Quella del tetto del debito è una delle poche leve che i Repubblicani hanno a disposizione, visto che Obama eviterebbe volentieri un altro braccio di ferro di fine inverno su una questione che, a differenza del “fiscal cliff”, ha una scadenza che non può essere in alcun modo posticipata: se si raggiunge il tetto gli uffici federali chiudono, i servizi vengono sospesi a partire da quelli non essenziali, e il paese precipita in una congestione istantanea.

Boehner offre alla Casa Bianca una tregua sul debito lunga un anno. Inserire il tetto del debito nel negoziato è una mossa astuta nell’ottica del raggiungimento di un accordo, ma ha un costo politico che Boehner ha già iniziato a pagare. L’ala destra del partito, già innervosita dalle aperture sulle tasse, vede smaterializzarsi un’arma con la quale sperava di infastidire Obama e non passa giorno senza che qualche voce all’interno del GOP si levi contro lo speaker, accusato di eccessiva arrendevolezza con il nemico. Il presidente del Club for Growth, Chris Chocola, spiega: “Prima Boehner ha offerto di alzare le tasse dopo avere promesso di non farlo, e ora offre di innalzare il tetto del debito. Alzare le tasse è contro la crescita e aumentare il debito è in favore della crescita del governo federale. È una posizione repubblicana questa?”. Contemporaneamente il direttore dell’Heritage Action Communications, Dan Holler, ha scritto che la proposta dello speaker “è chiaramente una resa dei principi conservatori”.

Se la disputa sul “fiscal cliff” sta logorando Washington, il Partito Repubblicano è esposto a un fratricidio fra la componente ortodossa e quella aperturista, fra i difensori dei principî conservatori e i promotori di una realpolitik fiscale che enumera il compromesso nella colonna delle virtù necessarie, non in quella dei vizi imperdonabili.