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Il dilemma dei conservatori americani di fronte al fenomeno Trump

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Il Super Tuesday non ha segnato soltanto una vittoria importante nella corsa di Donald Trump verso la nomination repubblicana. La giornata che mette in palio il più alto numero di delegati nel corso delle primarie ha rappresentato anche il momento fatale in cui i conservatori americani si sono ufficialmente frammentati, le correnti si sono divise e sono scoppiate battaglie trasversali che già ribollivano nella pancia del partito dell’Elefante. Il fenomeno Trump è stato solo il catalizzatore di una reazione preparata da tempo.

Il belligerante momento del Partito Repubblicano può essere letto su due livelli. Da una parte, c’è il confuso dibattito dell’establishment attorno alle misure immediate e aiposizionamenti tattici da adottare per fermareTrump. Dall’altra, la formidabile ascesa dell’outsiderche conquista l’opinione pubblica un messaggio anti-establishment mette in questione la natura stessa del movimento conservatore, innescando una querelle ideologica più ampia sulla direzione strategica che dovrebbe prendere la destra americana.

Sul primo livello, i maggiorenti del Partito hanno fatto una manovra inedita, ovvero investire una figura autorevole e senza incarichi ufficiali, l’ex candidato presidenziale Mitt Romney (sconfitto da Obama nel 2012), di un compito delicato: esporre una proposta concreta che coordini il composito fronte anti-Trump, sotto lo slogan “Never Trump”. L’idea, esposta pubblicamente da Romney alla University of Utah, è quella di sottrarre più delegati possibili a Trump nel corso delle primarie: “Il che significa votare Marco Rubio in Florida, John Kasich in Ohio e Ted Cruz o chiunque altro abbia le maggiori possibilità di battere Trump in ogni singolo stato”, ha spiegato l’ex candidato alla Casa Bianca, suggerendo, tuttavia senza esplicitarlo, che l’obiettivo della manovra è arrivare alla cosiddetta “brokered convention”, ovvero un congresso del partito in cui nessuno dei candidati abbia raggiuntola maggioranza assoluta dei delegati. In quel caso, le promesse di voto dei delegati vengono sciolte e i candidati possono liberamente rinegoziare la loro fiducia.

L’establishment avrebbe in quel caso la possibilità di convergere su un nome solo e, in sostanza, di battere Trump con una manovra di palazzo. Via tecnicamente percorribile ma estremamente rischiosa, giudicata però l’unica da quella corrente di partito che considera Trump un “pericolo per la democrazia”, come ha detto anche il senatore John McCain. Questa iniziativa è sostenuta anche dallo Speaker della Camera, Paul Ryan, e da un gruppo di Senatori idealmente capitanati dal Senatore del Nebraska Ben Sasse, che è stato il primo membro dell’aula ad esporsi.

C’è però una fazione contraria alla guerra di trincea contro Trump – contraria oppure significativamente neutrale – anche all’interno del palazzo. Quando il Senatore Bob Corker del Tennessee dice che “gli americani dovrebbero essere più arrabbiati di quanto sono” non si tratta tecnicamente di unendorsement a Trump, ma è chiaroche non giudica immotivatala popolarità di Trump. Anche igrandi finanziatori e kingmaker dell’universo repubblicano non sembrano del tutto persuasi dalle parole d’ordine del fronte “Never Trump”. I fratelli David e Charles Koch, ricchissimi sponsor di cause conservatrici, si sono rifiutati di finanziare una nuova ondata di campagna elettorale contro Trump, e anche Rupert Murdoch, alla testa dell’impero mediatico dietro a Fox News, è convinto che sarebbe “folle” non unirsi a Trump se ottenesse la nomination. A conti fatti, poi, i SuperPac (i comitati politici indipendenti che raccolgono finanziamenti elettorali e investono nella campagna) che sostengono gliavversari di Trump hanno speso meno del 5% dei fondi a loro disposizione per aggredirlo, e nel dibattito di Fox News a Detroit(il 3 marzo) Rubio, Cruz e Kasich hanno promesso che sosterranno chiunque sarà il candidato repubblicano. I dogmi del partito “Never Trump” sono insomma piuttosto flessibili.

Chi ha preso invece una strada diversa e più intransigente sono i neoconservatori. La corrente dei falchi di ascendenza liberal che ha avuto il suo momento di massima influenza durante l’amministrazione di George W. Bush si è smarcata in modo inequivocabile da Trump. Decine di esperti di sicurezza nazionale neocon hanno firmato una lettera aperta in cui dichiarano che “lavoreranno con energia per impedire l’elezione di una persona così inadeguata al ruolo”. L’idea di sostenere Hillary Clinton come male minore non è per loro impensabile. Lo storico Robert Kagan (in passato tra i consiglieri di Romney e McCain) ha già detto che lo farà, e il fatto che Rubio, candidato prediletto dei neocon per via della sua politica estera aggressiva, abbia finito per giurare fedeltà al Partito Repubblicano anche se sarà rappresentato da Trump ha fatto venire più di un mal di pancia.

La fuga dei neocon introduce il secondo, e più profondo, livello del dibattito interno ai Repubblicani. Costoro non solo giudicano Trump un personaggio inadeguato per guidare il Paese, me lo ritengono un traditore dei principi del conservatorismo, almeno così come sono stati intesi dall’era di Ronald Reagan in poi. La sua prospettiva nazionalista, il protezionismo, la volontà di disimpegnare l’America dalla guida degli affari globali, la riluttanza ad abbracciare senza riserve la causa di Israele, la disponibilità a negoziare con dittatori e autocrati, lo rendono ideologicamente incompatibile con la versione repubblicana promossa dai neocon, influenzata all’origine dai presupposti internazionalisti del pensiero liberal. Un problema molto più profondo di una semplice frizione fra personalità.

Per contro, invece, sono i rappresentanti della “Old Right” ad essere ringalluzziti. Una tradizione repubblicana che precede la destra neocon promulgava parole d’ordine molto simili a quelle che Trump ripropone oggi – seppure avvolte in strati di retorica così vacua da rendere complicato decifrare una posizione politica specifica, figurarsi i suoi fondamenti filosofici. Ma la vecchia destra nazionalista e nativista, intimamente avversa a qualunque ideologia “globalista” e al capitalismo sbrigliato, in perenne flirt con le più bizzarre teorie del complotto, geneticamente ostile alla causa israeliana e spesso a braccetto con i gruppi che promuovono la supremazia bianca, vede Trump come il restauratore di una tradizione conservatrice che una volta era stata maggioritaria.

Pat Buchanan, che di questo brand conservatore è il rappresentante più noto, è convinto che Trump possa “cambiare il volto del partito” e restituire il destino dell’America “ai suoi legittimi proprietari”. Alla fine dei conti, Trump non è per nulla un germoglio politico senza radici.