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Il crescente ruolo dell’Iraq nel mercato energetico mondiale

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Il rilancio dell’industria petrolifera irachena, sottosviluppata fin dai primi anni Ottanta, non potrà che contribuire positivamente alla stabilità del paese e del mercato petrolifero mondiale. La guerra contro l’Iran, le due guerre del Golfo, l’embargo internazionale e la difficile ricostruzione non hanno permesso all’industria domestica di crescere secondo le sue potenzialità. Le riserve finora inesplorate e la sempre crescente domanda internazionale di greggio creeranno grandi opportunità non solo per il paese, ma anche per la stabilità del mercato internazionale soggetto alla crescente domanda energetica delle economie emergenti.

L’Iraq rappresenta già oggi il terzo esportatore mondiale di greggio ed è il quinto per riserve scoperte. Nel corso del 2011 gli introiti provenienti da petrolio e gas rappresentavano non solo la quasi totalità del budget governativo, ma addirittura i due terzi del prodotto interno lordo del paese – si pensi che in Arabia Saudita tali introiti rappresentano il 52% del PIL.

Nel giugno 2012, la produzione di greggio si è attestata intorno ai tre milioni di barili al giorno (mb/d), di cui poco meno di due e mezzo destinati all’export. Il paese pertanto non è ancora in grado di raggiungere il picco nella produzione che si registrava a fine anni Settanta, quando produceva in media tre milioni e mezzo di barili al giorno. Attualmente il grosso delle esportazioni passa attraverso i terminali portuali nel sud del paese, mentre la parte rimanente raggiunge il porto turco di Ceyhan sulle coste mediterranee attraverso l’oleodotto al nord. I quattro quinti della produzione provengono ancora dai due storici giacimenti di Kirkuk e Rumaila, rispettivamente nel nord e sud del paese. La fine del regime di Saddam Hussein ha portato un numero crescente di operatori stranieri nel paese. Oggi, società petrolifere internazionali controllano più dei due terzi della produzione del greggio. L’apertura sempre maggiore a gruppi stranieri ha permesso l’arrivo di know how ed expertise che erano decisamente carenti nel paese, necessarie per rilanciare l’industria domestica.

Tuttavia, l’assenza di investimenti infrastrutturali resta un limite importante e la gamma di prodotti petroliferi prodotti dalle raffinerie domestiche è limitata rispetto alle necessità del paese. La benzina rappresenta solo il 15% della produzione annua, mentre metà dei prodotti petroliferi è rappresentata da oli pesanti, privi di mercato. Questo obbliga il paese a importare circa otto milioni di litri di benzina al giorno e poco più di due mezzo di diesel, solo per coprire la domanda interna.

Nonostante la carenza di investimenti appropriati, l’Iraq ha acquisito un crescente peso nel mercato internazionale: il suo export si orienta sempre di più verso le economie emergenti, che oggi acquistano la metà del suo greggio, mentre i paesi occidentali si fermano al 25%.

C’è poi un ulteriore potenziale da sfruttare: oltre alla presenza di operatori stranieri, l’elevato numero di riserve scoperte ma inesplorate, e la facile geologia del territorio iracheno (la maggior parte dei siti sono onshore e situati in aree con bassa densità abitativa rispetto a quelli in altri paesi), lascia prevedere scenari di crescita assai positivi. Molti pozzi sono  vicini ai terminali portuali del sud o agli oleodotti del nord, e ciò contiene notevolmente i costi di estrazione. Stime al ribasso prevedono che nel 2020 il paese potrà produrre sei milioni di barili al giorno, partendo dagli attuali tre, con la possibilità di estrarne altri otto nel 2035. Tale aumento, soprattutto nel breve periodo, sarà guidato dai quattro principali giacimenti situati nel sud (Rumaila, West Qurna, Zubair e Manjnoon). Lo sviluppo dell’industria petrolifera andrà di pari passo con quello del gas, le cui riserve scoperte si stimano ad oltre tre trilioni di metri cubi. Se nel 2010 si sono estratti poco meno di dieci miliardi di metri cubi (mcb), nel 2035 la produzione di gas potrebbe raggiungere i novanta mcb.

Per raggiungere tali livelli produttivi e recuperare il tempo perduto in termini di mancate innovazioni infrastrutturali, serviranno 400 miliardi di dollari nei prossimi vent’anni. I maggiori investimenti infrastrutturali (in particolar modo nel mid-stream composto dalla raffinazione e trasporto) dovranno essere realizzati tra il 2015 e il 2020: si tratta di circa 20 miliardi annui. Oltre il 90% di questi investimenti dovrà essere finanziata direttamente dal governo iracheno, che poi beneficerà però delle crescenti royalties derivanti dalla produzione di greggio e gas, oltre che dalle altre ricadute positive che tali investimenti comporteranno sull’economia. In particolare, l’ammodernamento e la costruzione di nuove raffinerie permetterà al paese di ridurre la percentuale di oli pesanti, e aumentare quella di diesel e benzina che rappresentano una importante fetta delle importazioni. Si provvederà in questo modo anche a migliorare la bilancia commerciale.

La sempre crescente domanda di idrocarburi da parte delle economie asiatiche imporrà un rafforzamento del terminal marittimo di Fao, nel Golfo, e la creazione di una capillare capacità di stoccaggio del greggio nel paese. Ciò avverrà probabilmente a discapito del potenziamento degli oleodotti al nord che dovrebbero rifornire i mercati europei.  

Appare chiaro come nei prossimi due decenni l’Iraq diventerà uno dei principali produttori di petrolio a livello internazionale. In questo lasso di tempo, la crescita della sua produzione sarà probabilmente superiore a quella del Brasile e più del doppio di quella dell’Arabia Saudita. Se nel breve periodo questa produzione servirà soprattutto a coprire il fabbisogno energetico domestico, in primis per la generazione di energia elettrica, nel medio periodo la maggior quantità di gas estratto libererà quantità sempre maggiori di petrolio per l’export. Secondo questo trend, l’Iraq scavalcherà la Russia come secondo produttore mondiale di greggio. Se ciò accadesse, si porrebbero inevitabilmente delle questioni politiche e geopolitiche in seno all’OPEC, visto che negli anni passati Bagdad ha tenuto dei ritmi produttivi non solo ben al di sotto delle sue potenzialità, favorendo alcuni competitor ben meno importanti. Spostare gli equilibri all’OPEC avrebbe poi delle implicazioni – assai probabilmente positive – per l’intero mercato mondiale dell’energia.