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Il complicato fattore Pakistan nella questione afgana

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Dall’insediamento dell’amministrazione Obama, Washington ha cominciato a pretendere da parte di Islamabad un’azione più efficace nel contrasto ai gruppi jihadisti e Talebani che mantengono i safe havens nei territori pakistani delle Federally Administered Tribal Areas (FATA) e nella North West Frontier Province (NWFP). Lo scorso dicembre, all’accademia militare di West Point, Obama sottolineava la centralità della partnership pakistana per la soluzione del conflitto afgano. All’inizio di maggio, anche Hillary Clinton ha ricordato che gli Stati Uniti “vogliono di più”, minacciando severe conseguenze nel caso fossero stati verificati i presunti legami tra i gruppi militanti operanti in Pakistan e il responsabile del (fallito) attentato di Times Square di pochi giorni prima, Faysal Shahzad.

Vista da Washington, appare preoccupante anche la recente iniziativa del capo dell’esercito pakistano, il Gen. Ashraf Kayani, il quale si sarebbe offerto come mediatore di un accordo che includa, nella futura sistemazione politica dell’Afghanistan, i Talebani della Rete di Haqqani (il gruppo che attualmente sostiene lo sforzo maggiore dell’insurgency). La mossa di Kayani è volta ad espandere l’influenza del Pakistan sul suo vicino occidentale, tramite la presenza di un gruppo che già in passato veniva utilizzato dall’esercito in funzione anti-indiana. Sembra però scontato che Washington si opponga a tale disegno, che, pur accelerando probabilmente la soluzione del conflitto, indebolirebbe il suo rapporto con Kabul e non assicurerebbe affatto l’obiettivo principale degli Stati Uniti: la distruzione dei safe havens di al Qaeda.

Insomma la pressione sul Pakistan aumenta e non è detto che Islamabad riesca a farvi fronte. Prima di esaudire le richieste statunitensi, e ammesso che davvero lo vogliano, i vertici pakistani devono infatti fare i conti con una grave crisi interna che ha prodotto forti tensioni e momenti di vero stallo istituzionale.

Il primo a farne le spese è stato il presidente Asif Ali Zardari, che ha potuto verificare il calo della sua influenza politica in seguito all’annullamento della National Reconciliation Ordinance da parte della Corte Suprema. Si trattava di un patto, siglato tra l’ex presidente Pervez Musharraf e la sua rivale di allora, Benazir Bhutto, che concedeva l’amnistia per i reati di corruzione permettendo il rientro in patria, tra gli altri, della Bhutto e appunto dello stesso Zardari. L’annullamento della Ordinance, disposto dalla Corte Suprema del Pakistan nel dicembre 2009, ha così portato alla riapertura di alcune vicende giudiziarie, che il presidente riesce ancora ad eludere solo facendosi scudo della carica istituzionale. Questo attacco politico al massimo esponente della Repubblica Islamica pakistana avrebbe un mandante preciso, rispondente al nome di Iftikhar Chaudhry, Capo della Corte Suprema. Lo sgarro di Zardari sarebbe stato quello di impedire il reinsediamento di Chaudhry e di altri giudici della Corte in seno al massimo organo giudiziario, dal quale si trovavano estromessi sin dal dicembre 2007, ovvero dai tempi del regime del Generale Musharraf. Una volta tornati al loro posto, nel marzo 2009, Chaudhry e gli altri non avrebbero tardato a consumare questa specie di vendetta istituzionale.

Zardari non è stato l’unico a subire una simile sorte. Diversi ministri ed esponenti di governo si ritrovano coinvolti in procedimenti giudiziari che rischiano di travolgere il Pakistan People’s Party (PPP), il partito di maggioranza adesso alle prese con una galoppante perdita di consenso. Della situazione traggono vantaggio i partiti di opposizione, con in testa la Pakistan Muslim League–Nawaz (PML-N), che guida il governo della provincia più ricca e popolosa del Pakistan, il Punjab. Allo stesso modo sembrerebbe rinforzarsi il più agile tra i partiti religiosi, il Jamiat-e-Ulami Islam di Fazlur Rehman. Questo partito di ispirazione deobandi, la stessa scuola coranica ai cui precetti aderiscono anche i Talebani, vanta un forte seguito tra le popolazioni pashtun del Baluchistan e della NWFP, i territori maggiormente interessati dalla presenza dei militanti islamici. A lungo andare, sfruttando la debolezza di Zardari e del PPP, le forze di opposizione potrebbero qualificarsi come la vera alternativa per la guida del paese.

L’inefficacia dell’azione di governo ha inevitabili riflessi anche sul versante della sicurezza. Non tende a diminuire infatti la spirale di violenza, di cui è vittima il paese e alla cui origine vi sono divisioni etniche mai sanate, scontri religiosi tra le numerose sette e la spregiudicatezza della galassia terrorista. Lo scorso 28 maggio, nella città di Lahore, capitale del Punjab, due violenti attacchi alle moschee di Gharhi Shahu e Model Town hanno causato la morte di 80 persone, tutte appartenenti alla minoranza Ahmadi, una setta dichiarata eretica da un decreto presidenziale del 1974. Ma il Punjab non è l’unica provincia ad essere colpita. Secondo il South Asia Terrorism Portal, soltanto nel 2009 le vittime del terrorismo sono state circa 12 mila a fronte dei 13 mila morti registrati complessivamente nel periodo 2003-2008. Un’intensificazione della frequenza e della gravità degli attacchi che fornisce il senso delle preoccupanti dimensioni del fenomeno. Paradossalmente, l’organizzazione che ha all’attivo il maggior numero di attacchi nei confronti dei civili è quella di più recente formazione: il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) di Baitullah Mehsud, militante originario del South Waziristan, una delle aree tribali. L’azione di tale gruppo mira a rovesciare il governo centrale pakistano, di cui contesta la politica filoamericana, ponendolo sotto il ricatto degli attacchi terroristici.

Appare significativa in questo senso l’apertura – o forse il cedimento – ai TTP da parte del Chief Minister del Punjab, Shabaz Sharif della PML-N (fratello dell’ex premier Nawaz). Shabaz ha pubblicamente dichiarato la contrarietà del suo partito alla politica statunitense nella regione, palesando al contempo un’inquietante comunanza di interessi con i Talebani. Il gesto di Shabaz fa leva sul risentimento antiamericano delle popolazioni del Pakistan occidentale e nasce dalla consapevolezza che il forte sostegno popolare di cui godono i militanti islamici, lungi dall’affievolirsi, potrebbe almeno in parte essere incanalato dalle formazioni politiche radicali. Neanche il governo centrale, del resto, rimane insensibile di fronte al problema, ed è noto a tutti che Zardari stia tentando di soddisfare le richieste americane evitando, al tempo stesso, di inimicarsi più del dovuto i 28 milioni di pashtun residenti in Pakistan.

L’incerta e oscillante posizione del presidente pakistano rimane dunque al centro delle tensioni tra Islamabad e Washington. Alla base del problema esiste, tra i due “alleati”, una macroscopica differenza di percezione in merito alla minaccia terroristica. Il governo pakistano, con molta disinvoltura, continua a definire “talebani non ostili” i gruppi che limitano la loro iniziativa al jihad afgano (le Brigate Gulbuddin e il Network di Haqqani). In altre parole, proprio quelli che Washington considera i “cattivi” non costituirebbero la priorità di Islamabad, perchè contrariamente ai TTP non rappresentano una minaccia per la sopravvivenza dello Stato. E’ però probabile che il punto di vista pakistano sia destinato a cambiare rapidamente, e non solo a causa delle pressioni americane: l’adesione, che sembra ormai appurata, dei TTP alla causa di al Qaeda e di Omar non si limiterebbe infatti a diminuire la forza d’urto delle truppe occidentali schierate nel sud dell’Afghanistan ma potrebbe colpire molto rapidamente anche il governo centrale pakistano.

L’irrisolutezza di Zardari ha spinto gli americani a privilegiare, fino ad ora, l’esercito di Kayani, quale interlocutore principale in materia di sicurezza: nei calcoli di Washington  c’è anche il fatto che proprio all’esercito fa capo l’ISI (Inter-Services Intelligence), la potente agenzia di intelligence che vanta numerosi legami con i gruppi terroristici pakistani. Del resto, la fine del regime di Musharraf è troppo recente per illudersi che i militari abbiano cessato di esercitare la loro influenza diretta nella vita del paese. Certamente conveniente nel breve periodo, la predilezione americana del dialogo con l’esercito, però, finirebbe alla lunga per aggravare la situazione sul versante indiano, vista la tradizionale avversione degli ambienti militari a qualsiasi ipotesi di dialogo con Nuova Delhi.

In conclusione, prima che la leadership di Zardari venga definitivamente compromessa e per evitare che si verifichi un dannoso scivolamento degli elettori verso quei partiti che si sono già apertamente opposti alla politica statunitense, Washington dovrebbe favorire il dialogo interno tra PML-N e PPP e promuovere la distensione tra i poteri istituzionali. Tutto questo potrebbe avere effetti stabilizzanti su un paese che, per il terzo anno consecutivo, guadagna la top ten del Failed States Index, la classifica degli Stati a rischio di fallimento redatta dal centro-studi Fund for Peace. In caso contrario, sembra lecito dubitare che un forte intervento nella lotta al terrorismo possa essere messo in atto, e sostenuto nel tempo, da un attore così debole.

Mentre molti continuano a pronunciarlo soltanto a metà quando usano l’espressione “AfPak”, il Pakistan riveste un’importanza strategica che travalica la soluzione del conflitto afghano, investendo l’intero contesto regionale. Dalla sua tenuta dipende, infatti, l’assetto dell’Asia Meridionale.