international analysis and commentary

Il clima europeo nell’era del G2

96

La corsa a Singapore del premier danese, Lars Rasmussen, durante il vertice APEC di metà novembre, non ha salvato Copenhagen (nonostante le dichiarazioni in senso contrario). E’ ormai opinione condivisa che dal vertice di dicembre non uscirà il framework per il “post-Kyoto” ma solo un accordo “politicamente vincolante” (in italiano: aria fritta). L’incontro al vertice tra Stati Uniti e Cina, a tre settimane da Copenhagen, ha semplicemente sancito e reso ovvio quello che non era difficile, prima, leggere in controluce: i due attuali protagonisti della scena mondiale non possono (Barack Obama) o non vogliono (Hu Jintao) impegnarsi a una riduzione misurabile e di breve termine delle rispettive emissioni. La ragione è semplice: gli americani devono anzitutto cavarsi dalla recessione, e questo è incompatibile col taglio dei consumi energetici e dunque dei gas serra. Quanto ai cinesi, al di là delle ragioni di equità addotte da Pechino e che pure hanno un certo fondamento, la crescita economica è per loro semplicemente prioritaria. Finché un’ampia quota della popolazione vivrà al di sotto o poco al di sopra della soglia di povertà, non accetteranno di mettere a repentaglio la propria emancipazione dall’indigenza.

Quello che colpisce in tutto questo è, appunto, il viaggio di Rasmussen: l’equivalente di un’umile offerta delle chiavi della città ai sovrani del G2. Paradossalmente, infatti, la sua cavalcata contro il tempo e contro le probabilità ha sancito solo l’irrilevanza europea. Per tre ragioni almeno. Primo: il compromesso da lui offerto, e dagli altri cortesemente accettato, prevede sostanzialmente lo sfondamento della linea dell’Ue. Rinunciare a fissare obiettivi legalmente vincolanti è ben più del superamento di quello che, fino al giorno prima, era ufficialmente lo scopo di Copenhagen: è il segno dello spiazzamento di Bruxelles, che si è comunque imbarcata nel tentativo di tagliare le proprie emissioni del 20 per cento al di sotto del 1990 entro il 2020, qualunque cosa succeda a dicembre. Il target Ue può essere rivisto, ma solo al rialzo: presumibilmente, dunque, l’Europa si troverà ancor più isolata e vedrà allargarsi il suo gap competitivo rispetto alle economie emergenti e agli Usa.

Secondo: ne esce sconfitta la hubris europea che pretende di poter controllare, per via politica, sistemi complessi come quello climatico, e parallelamente di imporre l’ambiente come variabile indipendente nel dibattito politico. Gli impegni presi dai grandi nel 2009, con i quali si assicura che la temperatura non aumenterà più di due gradi celsius, sono in effetti – come ha scritto Carlo Ripa di Meana – “scritti sull’acqua”. Da un lato, la scelta di abbassare radicalmente l’asticella di Copenhagen suona ironica verso chi, come l’Unione europea, ha addirittura adottato direttive che quantificano il contenimento della temperatura, come se l’unica reale causante delle variazioni climatiche fossero appunto le emissioni umane (con buona pace di tutto quel che sta tra cielo e terra). Dall’altro, l’ambiente – e questo è largamente effetto del modo in cui la recessione ha ruotato la percezione delle cose – è un tema che, per quanto importante, va messo in fila con gli altri: non gode di uno status privilegiato e, anzi, passa in secondo piano rispetto alla ripresa economica.

Terzo: non solo la sostanza, ma anche gli aspetti formali stridono con l’idea europea dei negoziati climatici. Bruxelles sperava, con l’arrivo del “buon” Obama alla Casa Bianca, di poter aprire finalmente un tavolo multilaterale, in cui i diversi Stati si spogliassero delle rispettive identità per abbracciare un comune programma di salvezza globale. Quello che emerge dal summit Apec di metà novembre è invece il contrario: quelle climatiche, così come quelle industriali e fiscali, sono politiche nazionali. Certo, le nazioni ne parlano tra loro, condividono obiettivi e strategie, cercano di allineare i propri interessi, ma la decisione deve fare i conti con le constituency e gli interessi nazionali: la partita vera non si gioca a Copenhagen, per Hu e Obama, ma a Pechino e Washington. Quello che si porta a Copenhagen sono di fatto i risultati già acquisiti a casa, ed è rispetto a essi che si misura il margine negoziale. Il processo infra-europeo, dove la Commissione non è forse primus, ma è (quasi) pari rispetto agli Stati membri, non è replicabile a livello internazionale.

Sul Corriere della sera del 6 novembre scorso, Emma Bonino e Marta Dassù hanno criticato l’ “insopportabile infantilismo” degli europei nel loro rapporto con gli americani: gli europei “chiedono protezione, sono abituati a delegare, muoiono dalla voglia di preservare rapporti bilaterali sempre definiti speciali”. La diagnosi si può applicare anche al caso climatico: l’Ue si comporta come quel bambino che vuole a tutti i costi che tutti giochino secondo le sue regole, e non si capacita che gli altri si divertano in altri modi, eventualmente senza di lui. Il giocattolo climatico si è rotto: o l’Europa se ne fa una ragione e si unisce a Washington e Pechino nel tentativo di sviluppare un percorso nuovo e originale, oppure finirà nell’angolo a piangere sui cocci della sua economia. In un mondo che potrà essere più caldo o più freddo, ma lo sarà senza che Bruxelles abbia toccato palla.