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Il Brasile tra sogni e realtà

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Sono passati alcuni anni da quando il presidente della FIFA Sepp Blatter pronunciò a Zurigo una frase che all’epoca fece esplodere di gioia un’intera nazione: “E… il Mondiale va al Brasile!”. Oltre al presidente Lula che, visibilmente emozionato, si alzò in piedi dalla sedia per applaudire la scelta, lo stesso fecero i calciatori Romario, Ronaldo e lo scrittore Paulo Coelho che erano con lui mentre a Copacabana cominciava una festa degna del Carnevale, con migliaia di brasiliani, molti scesi appositamente dalle vicine favelas di Cantagalo e Pavaozinho.

Oggi la situazione è molto cambiata: Ronaldo, che pure fa parte del COL, il Comitato organizzatore locale del Mondiale, dice di “provare vergogna per i ritardi”; Romario da oltre un anno critica ferocemente sia gli sprechi del mega-evento sia la corruzione in seno alla FIFA; Coelho ha rifiutato l’invito di Blatter per presenziare alla partita della Seleçao contro la Croazia adducendo di “non poter stare dentro uno stadio mentre fuori ci saranno migliaia di persone a chiedere giustamente un paese migliore”. Dal canto loro gli abitanti delle favelas Cantagalo e Pavaozinho sono di nuovo scesi a Copacabana, lo scorso febbraio, ma stavolta non per festeggiare bensì per scontrarsi con la polizia, colpevole a detta loro di aver ucciso un ballerino originario di quella zona carioca.

Insomma, mai come quest’anno che la ospita il Brasile sembra essere così freddo nei confronti della Coppa: poche le bandiere in giro, soprattutto a San Paolo, mentre a detta delle statistiche appena poco più del 50% della gente sarebbe a favore della massima kermesse calcistica.

Come spiegare un tale cambiamento nei confronti del futebol, amato più di qualsiasi altra cosa dai brasiliani, almeno nell’immaginario collettivo planetario?

Cominciamo col dire che, sino al giugno del 2013, né la stampa internazionale né, tantomeno, i politici locali si erano accorti di questo disamore verso i Mondiali: era la vigilia della Coppa delle Confederazioni (il torneo preparatorio dei Mondiali che si gioca un anno prima) quando milioni di manifestanti scesero in strada per chiedere più investimenti per scuola, sanità e trasporti pubblici e meno sprechi per gli stadi. Aggiungiamoci che il 2014 è un anno decisivo per il Brasile del futuro non solo per la Coppa ma perché il prossimo 5 ottobre oltre 100 milioni di elettori dovranno decidere se a governare il Brasile continuerà ad essere Dilma Rousseff (che si ricandida) o invece, dopo 12 anni di leadership del PT – il Partito dei Lavoratori – se ci sarà un cambiamento politico.

A rigor di logica i due eventi – Mondiali ed elezioni – che coincidono da 24 anni ogni quadriennio, non sono collegati nel senso di favorire i governi al potere, come invece sostengono molti analisti. Per rendersene conto basta guardare al passato democratico del paese.

Nel 1994 e nel 2002 la nazionale brasiliana vinse la Coppa ma, in entrambi i casi, ci fu discontinuità presidenziale, con l’ingresso a Planalto – il palazzo presidenziale – di figure come il socialdemocratico Fernando Henrique Cardoso (PSDB) e Lula del PT. Nel 1998, 2006 e 2010 invece la Seleçao perse (cioè non vinse i Mondiali, dunque una sconfitta per gli esigenti brasiliani) ma fu la continuità politica a prevalere comunque. Insomma, gli abitanti del gigante sudamericano amano sì il calcio, ma non si fanno guidare dalle emozioni ad esso legate per decidere se cambiare o meno presidente e politiche di governo.

Stavolta c’è però una grande differenza rispetto al passato: i Mondiali si disputano proprio in Brasile, e qualsiasi cosa dovesse andare male dal punto di vista organizzativo potrebbe influire sul voto – da eventuali rinvii a giudizio per sovra-fatturazione nelle opere pubbliche di politici, ai disagi legati al mega-evento che coinvolgano più di quanto non sia già accaduto la popolazione (gli sfollati da Mondiale sono stati migliaia come denunciato anche dall’ONU), fino alla violenza spesso eccessiva della polizia militare nelle favelas.

Certo, una cosa sono i desiderata di certa stampa politicizzata o di qualche settore politico particolare, e altra è la volontà della maggioranza; nonostante le più che lecite proteste, ancora oggi la grande favorita per il voto del 5 ottobre rimane Dilma Rousseff, Aecio Neves, già governatore di Minas Gerais (del partito socialdemocratico PSDB) ed Eduardo Campos, che ha guidato il Pernanbuco sino a pochi mesi fa (socialista del PSB) sono gli unici candidati in grado di impensierirla. Ad oggi, nonostante il calo di 10 punti percentuali rispetto a febbraio quando raggiunse il suo massimo gradimento, la Rousseff vincerebbe secondo tutti i sondaggi – restando da decidere soltanto se direttamente al primo oppure al secondo turno. Inoltre, se dovessero accadere disastri imprevedibili al Mondiale che vedano coinvolta lei e la compagine politica che la appoggia, PMDB compreso (il Partito del Movimento democratico tradizionalmente appoggia sempre chi poi vince le elezioni, e ha appena siglato l’ennesimo accordo elettorale con il PT), sino al prossimo 15 settembre in teoria c’è sempre una via d’uscita: la possibilità per Joao Santana Filho – l’uomo comunicazione del PT, il deus ex machina strategico del Partito dei Lavoratori – di sostituire Dilma con lo stesso Lula.

In ogni caso, passato il mese di fuoco del Mondiale – con la finale di Rio il 13 luglio – e anche se solo il 60% delle opere pubbliche promesse nel 2007 sarà stato completato, è indubbio che il paese ad ottobre sarà migliore di quanto non sarebbe stato se non avesse organizzato la kermesse. Con il Mondiale il parco aeroporti del paese è infatti cresciuto del 36% mentre, quello sportivo è stato rinnovato per la prima volta dagli anni Settanta con tecnologie di ultima generazione. Il paese ha aumentato del 20% la sua struttura ricettiva, grazie ai 70 hotel costruiti ex novo nelle 12 città sede. In tutto sono state aperte 5mila stanze in hotel di standard internazionale che serviranno ad ospitare i tanti turisti – quest’anno ne sono attesi 4milioni – mentre nelle principali città brasiliane è stata elevata del 50% la capacità di trasmissione di dati via Internet grazie a investimenti privati nelle TLC connesse al Mondiale.

Oltre che per la presidenza, in Brasile il 5 ottobre si voterà anche per scegliere i governatori degli stati che in un paese con sistema federale sono ovviamente molto importanti. E se, salvo stravolgimenti, Dilma dovrebbe riconfermarsi, a San Paolo lo stesso dovrebbe riuscire a fare il socialdemocratico Gerlaldo Alckmin, respingendo così il “sogno” di Alexandre Padilha di riportare sotto l’ala petista il cuore economico e finanziario del Brasile.