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I nuovi assetti europei con le elezioni 2014

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“Questa volta sarà differente”: non è davvero scelta casualmente la frase con la quale Bruxelles lancia la campagna di comunicazione che introduce ai cittadini di tutto il continente le ottave elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. D’altro canto, mai come ora, i cittadini europei sono consapevoli – indipendentemente dalla connotazione positiva o negativa data a questa presa di coscienza – dell’importanza e dell’influenza dell’Europa nella loro vita quotidiana.

Dunque è ora percepibile un’arena politica sovranazionale, in cui si confrontano e si scontrano programmi e proposte e in cui gli interessi degli abitanti del continente vengono rappresentati non più solo da una prospettiva nazionale, ma anche secondo diverse linee di frattura: divisioni demografiche, economiche, sociali, ideali, contrappongono le forze politiche europee indipendentemente dalle linee di frontiera tra gli stati membri dell’UE.

Numerosi studi si sono incaricati di analizzare le importanti novità in corso – la più evidente delle quali è probabilmente la presenza di candidati visibili, e transnazionali, per la presidenza della Commissione alla testa dei grandi raggruppamenti politici europei che parteciperanno al voto di maggio. È questo uno degli oggetti di Faces on Divides (che si può tradurre liberamente con “dare dei volti alle linee di frattura”), ricerca del Jacques Delors Institute – Notre Europe, che evidenzia la crescita del ruolo politico e valuta i futuri equilibri di potere del Parlamento Europeo.

La nuova eurocamera dovrà esprimersi su questioni basilari come le scelte economiche dell’UE, la politica estera e quasi tutti i provvedimenti legislativi comunitari: dai voti parlamentari, secondo lo studio di Notre Europe, emergeranno chiaramente le fratture che dividono la politica continentale. I deputati infatti non sceglieranno solo il presidente della Commissione che si insedierà a partire dall’autunno. Dovranno anche pronunciarsi su tutti gli altri componenti di quest’organo: alcuni di essi, come il finlandese Olli Rehn, a capo degli affari economici, o la lussemburghese Viviane Reding, che si occupa di giustizia, sono già abbastanza conosciuti almeno in alcune capitali del continente.

Non solo la frammentazione caratteristica ormai della maggior parte dei sistemi politici nazionali, ma anche e soprattutto la regola proporzionale alla base delle elezioni europee, impediranno a qualunque raggruppamento di avere una maggioranza sufficiente ad imporsi sugli altri. Alla base delle scelte del Parlamento ci sarà perciò, com’è stato finora, la formazione di maggioranze a geometria variabile, frutto di accordi e consenso di portata e durata quasi impossibili da pronosticare.

Yves Bertoncini e Thierry Chopin, autori della ricerca che ha coinvolto venti think tank di tutti i paesi-membri della UE, si lanciano a questo proposito nella previsione di una Commissione che sarà formata da dodici membri socialisti, undici popolari e quattro liberali. In effetti, la necessità di formare una grande coalizione tra le principali forze, bilanciata sulle posizioni centriste per isolare sia la sinistra radicale e i verdi, sia la destra nazional-populista, dovrebbe per forza di cose portare a una soluzione di questo genere per quello che è considerato l'”esecutivo” della UE.

Tuttavia, sui singoli provvedimenti gli eurodeputati, potrebbero comportarsi in maniera differente: l’analisi dei voti della legislatura appena conclusa vede nel 40% dei casi un consenso praticamente unanime, dall’estrema destra all’estrema sinistra, su tematiche come gli organismi geneticamente modificati (no) o la tassa sulle transazioni finanziarie (sì). Un consenso da grande coalizione (popolare-liberale-socialista) si è verificato nel 30% circa dei casi – particolare importante, si è trattato del nocciolo duro della politica europea: unione bancaria, bilancio dell’Unione, politica agricola. Infine, nelle restanti votazioni, che hanno interessato tematiche economiche, sociali o ambientali, tra cui il trattato di libero scambio con gli Stati Uniti (TTIP), l’estensione dei permessi di maternità o la tassazione di attività inquinanti, si è assistito alla formazione di coalizioni avverse di centrodestra e centrosinistra.

Il Parlamento Europeo non sarà governato da una forza egemone, anzi: per quanto difficile possa essere la stima sui risultati di 28 paesi, si prevede un pareggio in termini di seggi tra le due formazioni principali. Sia i popolari – in calo – che i socialisti – in crescita – dovrebbero assicurarsi poco più di 200 deputati a testa, sugli oltre 750 totali. I liberali si giocherebbero con la sinistra “radicale” il terzo posto. Tale risultato non farebbe che confermare le dinamiche finora illustrate. Ma, come nota Notre Europe, all’interno dei singoli gruppi i cambiamenti sarebbero molti. Per quanto riguarda i popolari, il peso della CDU di Angela Merkel aumenterebbe ancora, a discapito del centrodestra inglese e di quello italiano, i e dell’UMP francese, che viene da un ottimo risultato nel 2009 e ora rischia di perdere voti a vantaggio del Front National. Nel campo socialista la leadership del gruppo, per lungo tempo appannaggio soprattutto della componente tedesca (da cui proviene Martin Schulz, candidato alla Presidenza della Commissione) appoggiata da quella spagnola, è ora in gioco tra non socialisti: i laburisti inglesi e i democratici italiani.

Come tutti si aspettano, le forze euroscettiche o antisistema guadagneranno forza nel nuovo Parlamento; le loro divisioni però non permetteranno la creazione di un gruppo unito, cosa che dovrebbe diminuire la loro potenziale efficacia pratica, benché non la possibilità di acquisire visibilità. Infine, tra le oscillazioni nella capacità di influenza dei singoli paesi, bisogna registrare il caso negativo della Francia: sia i partiti appartenenti al campo socialista, che a quello liberale, che a quello popolare si attendono risultati negativi dalle urne. Ne deriverà una perdita di peso specifico degli eurodeputati di provenienza francese nei gruppi principali a Bruxelles.

Forse però, e non solo per la tendenza che vede sempre meno rilevante la provenienza nazionale nelle scelte di voto degli europarlamentari, un punto di vista del genere ha ormai poca rilevanza. Uno studio a cura dei centri di ricerca Chatham House, Espas e Fride, Empowering Europe’s Future: Governance, Power and Options for the EU in a Changing World a cura di Giovanni Grevi, Daniel Keohane, Bernice Lee e Patricia Lewis, evidenzia come un’Unione in cui le differenze nazionali abbiano un peso fondamentale non ha alcuna speranza di essere un attore rilevante della politica internazionale da qui al 2030. Se invece le potenzialità aggregate della UE – superiori alla somma dei suoi membri – fossero sfruttate appieno, la situazione sarebbe diversa: l‘Unione potrebbe allora diventare uno dei punti di riferimento, insieme a USA e Cina, del mondo tripolare previsto nella ricerca.

Le risorse tecnologiche, economiche e militari possedute da ciascuno dei tre poli saranno determinanti per affrontare i grandi, sempre più imprevedibili e rapidi cambiamenti a livello mondiale come il riscaldamento globale, la crescita dell’insicurezza dovuta alla facilità di accesso all’alta tecnologia da parte di associazioni criminali, la potenza dell’incontrollabile economia finanziaria.

L’esperienza nel gestire un’integrazione tra entità e livelli di potere tanto differenti, simili a quelli che si ritroveranno nel mondo dei prossimi decenni, sarebbe il valore aggiunto che posizionerebbe l’Unione Europea in maniera ideale nel quadro di un mondo sempre più interconnesso, regionalizzato e competitivo. Secondo questa analisi, il quindicennio che si apre con le prossime elezioni europee è di importanza capitale nella costruzione delle basi geopolitiche dell’Europa del XXI secolo. La condizione che renderebbe possibile il successo è una coerente unità politica: su questo sembra esservi un crescente consenso tra gli analisti, ma un contesto assai più complicato e incerto se si guarda alle forze politiche e all’opinione pubblica.