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I negoziati commerciali transatlantici: nuove politiche nell’era delle imprese globali

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I negoziati per l’accordo di libero scambio USA-UE hanno riaperto il dibattito sulla politica commerciale in Europa. La cosiddetta “eccezione culturale” sostenuta dalla Francia e 12 altri paesi dell’Unione ha attirato particolare attenzione, ma i problemi non finiscono certo qui: agricoltura, proprietà intellettuale, industria aerospaziale si preannunciano come altri tavoli di difficile negoziazione. Se ognuno di questi settori ha le sue peculiarità, gli oppositori all’accordo temono in generale che le imprese europee non riescano a far fronte alla concorrenza delle controparti americane senza le attuali barriere doganali o regolatorie. Questo timore è in realtà conseguenza, almeno in parte, di una concezione obsoleta della politica commerciale, come dimostrano alcuni dati fattuali ben difficilmente negabili.

Innanzitutto, pensare che le imprese americane siano più competitive di quelle europee in determinati settori produttivi presuppone che si possano considerare uguali tutte le imprese in quello stesso settore e continente. La teoria economica recente guarda invece come protagonisti del commercio alle imprese nella loro diversità: nulla osta naturalmente che esistano aziende più efficienti di altre nello stesso settore in entrambi i continenti [Fatto #1], cosicché liberalizzare il commercio in quel filone produttivo può avere un diverso impatto su imprese di diversa produttività. Ne consegue che all’interno di uno stesso settore e confine geografico, alcune aziende saranno in favore della liberalizzazione, mentre altre la opporranno. È stato questo il caso per esempio durante i negoziati per l’accordo di libero commercio tra UE e Corea del Sud: i produttori di automobili italiani si sono fortemente opposti all’accordo, al contrario dei corrispettivi tedeschi o francesi. Una politica commerciale che ha come punto di osservazione l’impresa può faticare dunque a definire il vantaggio comparato di un paese in un settore specifico.

Il problema è ancora più evidente se si considera l’esistenza di investimenti diretti da una casa madre nazionale in altre entità all’estero. Se queste sussidiarie sono specializzate nella produzione di beni intermedi necessari per la creazione di un bene finale su territorio nazionale, la casa madre ha interesse ad importare i beni intermedi dal paese straniero senza barriere o costi aggiuntivi. L’esistenza di commercio internazionale tra due parti dello stesso gruppo multinazionale [Fatto #2], o commercio infra-aziendale, complica l’analisi dei benefici della liberalizzazione ponendosi in contrapposizione agli interessi del produttore nazionale di beni intermedi, che vorrebbe invece proteggersi dalla concorrenza estera sullo stesso prodotto. Importare, dunque, non significa più necessariamente soffrire della concorrenza internazionale. Il fenomeno ha dimensioni rilevanti: il 30% delle esportazioni USA e il 48% delle importazioni avviene tra imprese che fanno parte dello stesso gruppo industriale (dati OCSE per il 2009), anche se le cifre variano sensibilmente a seconda del paese e settore produttivo. Il commercio infra-aziendale segue i flussi di investimento diretto all’estero (il fenomeno che dà origine ad imprese multinazionali), ed evidenzia la necessità di pensare alla liberalizzazione dell’investimento transfrontaliero come parte della politica commerciale. 

Naturalmente i beni intermedi necessari per la produzione nazionale possono essere prodotti all’estero non solo da sussidiarie di imprese nazionali, ma anche da entità indipendenti. I benefici sulla profittabilità delle case madri nazionali potrebbero non essere sufficienti per compensare la riduzione dei profitti dei produttori nazionali sottoposti a concorrenza internazionale e non coinvolti in flussi intra-aziendali. Neanche in questo caso, tuttavia, si potrebbe giustificare una politica commerciale protezionistica. Frammentare la produzione di un bene finale in più fasi e distribuirle in diversi paesi è diventata oggi una pratica comune [Fatto #3], grazie a costi di trasporto e coordinamento che vengono ridotti dall’informatizzazione e più in generale dal progresso tecnologico. Un’azienda inserita in una catena produttiva internazionale (“Global Supply Chain” o “Global Value Chain”) può ricevere input da un paese straniero e dover vendere il proprio prodotto ad un’altra azienda in un paese ancora differente per ulteriori lavorazioni. All’OCSE, Sébastien Miroudot e Alexandros Ragoussis, in una pubblicazione del 2009, hanno stimato che il 40% del valore dell’export globale nel 2005 fu attribuibile al valore aggiunto delle importazioni che erano state usate per produrlo. Nelle nazioni OCSE questa percentuale raggiunge il 31%, in rialzo dal 26% nel 1995. Per stimare la competitività di una nazione non si dovrebbe quindi guardare tanto alle sue esportazioni, quanto al loro valore aggiunto al netto del valore aggiunto creato dalle importazioni di beni intermedi che l’hanno costituito. Le conseguenze sulla “nuova” politica commerciale della pervasività delle catene internazionali del valore (GVCs) sono numerose. Si sgretola il mito mercantilista dell’export: solo una parte del valore finale dell’export può essere prodotto nel paese, quindi limitare l’import può essere dannoso per l’altro lato della bilancia commerciale, e diminuire la ricchezza netta del paese. Anche un minimo dazio imposto in ciascun “passaggio di frontiera” del bene intermedio nelle sue diverse evoluzioni potrebbe infatti risultare in un elevato aumento di prezzo del bene finale, deprimendo così domanda e margini per le aziende di ogni fase produttiva. Un paese che frenasse le importazioni di aziende coinvolte in GVCs, o che alzasse in misura equivalente il costo relativo dell’import svalutando la propria moneta, starebbe dunque imponendo una tassa sulle sue stesse esportazioni.

Anche la qualità dell’export ne soffrirebbe: poiché il produttore locale di beni intermedi protetti da dazio o eccezione regolatoria non sarebbe incentivato a provvedere un input di elevata qualità, l’impresa esportatrice potrebbe dover affrontare la concorrenza sul mercato internazionale con un prodotto meno competitivo. Olivier Cattaneo e i coautori di una ricerca pubblicata quest’anno dalla Banca Mondiale, si spingono fino a dire che “un’impresa non può diventare oggi un esportatore competitivo senza prima diventare un importatore efficiente” (p. 8).  Ne consegue che importare molto non può più essere considerato come segnale di un sicuro svantaggio competitivo di un paese, poiché importazioni ed esportazioni possono essere complementari e rinforzarsi reciprocamente.

 La nuova politica commerciale, inoltre, deve guardare al proprio vantaggio comparato in specifiche fasi della produzione, a prescindere da quello che sarà il bene finale. In altre parole, deve aiutare le imprese a massimizzare il proprio ruolo all’interno della catena del valore globale. Questo significa guardare non solo alla concorrenza “orizzontale” (derivante cioè da imprese che si occupano delle stesse fasi produttive), ma anche alla concorrenza “verticale”, cioè di imprese specializzate in fasi produttive a minor valore aggiunto che vogliono però migliorare la propria posizione nella catena. Se la ricerca e sviluppo, il marketing, la pianificazione strategica garantiscono all’impresa una fetta consistente del profitto della vendita del prodotto finale, si vuole mantenere queste fasi in territorio nazionale. Ecco perché la politica commerciale che guardi al “nuovo” vantaggio comparato non può che essere complementare oggi alla politica della formazione, dell’innovazione, dell’imprenditorialità, così da sviluppare le fasi produttive a più alto valore aggiunto.

In conclusione, parlare di politica commerciale richiede prendere in considerazione le evoluzioni importanti che il commercio internazionale ha subito negli ultimi vent’anni: eterogeneità di comportamento di imprese all’interno dello stesso settore, ascesa del commercio infra-aziendale, posizionamento all’interno di catene di valore globale, ruolo delle importazioni per favorire le esportazioni. Questo è tanto più vero se si discute degli scambi tra economie avanzate quali gli USA e l’UE. Volenterosi policy makers cercansi.