international analysis and commentary

I dubbi di Israele, intervista a Shlomo Avineri

96

“Israele è l’unica democrazia nella regione, e vorrebbe restarlo”. È una battuta che circola a Washington, per spiegare la preoccupazione con cui Tel Aviv ha vissuto le proteste arabe, la caduta di Hosni Mubarak in particolare. Ne discutiamo con Shlomo Avineri, direttore generale del ministero degli Esteri israeliano ai tempi di Rabin, oggi professore alla Hebrew University di Gerusalemme.

“Non è così difficile capire perché vediamo la cosa in termini diversi da come la vede almeno una parte dell’Europa. Per voi europei, la caduta di Mubarak può in teoria aprire una fase democratica. Per noi israeliani significa la caduta del regime arabo con cui eravamo in pace dal 1979.  E il comportamento di Obama non ha aiutato. Posto che fino al gennaio scorso la regione era dominata da regimi autocratici, il segnale è stato che quelli filo-occidentali non possono più fidarsi degli Stati Uniti”.

Ma questo vale anche per l’alleato-chiave degli Stati Uniti nella regione, l’Arabia Saudita?

Vale anche per Riad. Il fatto che truppe saudite siano entrate in Bahrein senza concertarsi con Washington è un segnale abbastanza chiaro. L’Arabia Saudita ritiene di dovere difendere da sola i propri interessi.

Il contagio non sta fermandosi, d’altra parte. La crisi in Siria segna un salto di qualità e potrebbe influire sulla situazione in Libano, ai vostri confini. Anche se la situazione della Siria è molto diversa, naturalmente, da quella dell’Egitto. Difficile che l’esercito, a differenza di quanto accaduto in Egitto, si schieri con la protesta: i vertici dell’elite militare, e certamente le forze speciali, fanno anch’essi parte della minoranza alawita.

L’instabilità in Siria avrà certamente un impatto sul Libano e probabilmente sull’Iraq, visto l’esistenza della minoranza curda. Gli Stati Uniti hanno ammonito il regime ma non credo servirà a molto. La realtà è che l’America è totalmente impreparata a gestire queste crisi. Obama sta improvvisando, lo ha fatto anche nel caso della Libia del resto.

Come evolverà la situazione in Libia? Secondo Oded Eran, ex-ambasciatore israeliano all’UE, Sarkozy rischia di rompersi il collo, come nel 1956 a Suez.

Non è chiaro, visto che la Libia è ancora fondata su equilibri tribali, non su istituzioni statali. Mi sembra possibile una spartizione di fatto del paese, fra Tripolitania e Cirenaica. Se ne parla poco: ma esiste una tendenza alla revisione dei vecchi confini degli Stati post-coloniali. La divisione in due del Sudan è stato solo un primo esempio.

Il problema, anche per la sicurezza di Israele, è che elezioni democratiche in questi paesi possono portare al potere forze islamiche. È successo con le elezioni palestinesi del 2006. Ed è il famoso “paradosso algerino”, che potrebbe ripresentarsi in Egitto.

È molto più semplice abbattere un regime autocratico, specie quando, come in Egitto, non decide di sparare sul suo popolo, che costruire un processo democratico. I risultati del referendum sulla revisione della Costituzione sono preoccupanti: avremo elezioni a breve termine e questo significa che saranno favoriti i Fratelli musulmani, l’unica forza organizzata, assieme all’esercito. Questa situazione – elezioni democratiche ma in assenza di partiti democratici – ricorda un po’ quella della Russia dopo il 1991. È invece diversa da quella della Polonia o dell’Ungheria dopo il 1989, perché in quei casi esisteva una tradizione democratica.

Israele si sente indebolita dalla perdita del suo alleato storico, l’Egitto. E resta il problema iraniano: che effetto sta avendo il domino arabo sul regime iraniano?

Il regime in Iran è più stabile di quello che pensiamo perché è un regime realmente rivoluzionario, fondato su una ideologia, non su un’autocrazia personale o semplicemente su una dittatura militare. Non voglio escludere cambiamenti in Iran; ma se avverranno, saranno prodotti dall’alto non dal basso. L’Onda verde è stata brutalmente soppressa. E vedremo cosa farà l’Iran di fronte alla crisi interna della Siria.

Che impatto sta avendo la protesta araba nei territori palestinesi?

Per ora la West Bank regge, anche perché il premier Salam Fayyad sta costruendo le basi di uno sviluppo economico e di un certo pluralismo sociale. La violenza palestinese non è riuscita a produrre uno Stato; Fayyad prova a costruire almeno alcune delle basi di una società civile. Sono fra quelli che ritengono importante la creazione di legami economici fra Israele e la West Bank. Qualcosa si sta facendo, anche se non se ne parla. Non credo, anche per questa ragione, che ci sarà un’altra guerra.

Come vede il ruolo della Turchia? Israele ha perso anche i vecchi legami con Ankara. E oggi la Turchia aspira a diventare un punto di riferimento per l’evoluzione dei regimi della regione.

Non credo che la Turchia possa diventare un modello per i sistemi politici arabi. In Turchia, il movimento islamico si combina allo Stato-nazione. Nei paesi arabi, prevale la debolezza dello Stato nazionale. In Turchia, inoltre, l’AKP di Erdoğan gestisce un sistema forgiato da molti decenni di secolarismo aggressivo.

La realtà è che i paesi della regione sono molto diversi fra loro. L’Egitto per esempio ha una tradizione di non violenza, che non hanno né la Siria né la Libia. E questo contribuisce a spiegare perché le cose stanno andando in modo così diverso nei tre paesi.

Quanto alla politica estera, la Turchia ha enunciato la sua dottrina di “zero problemi” con i vicini. Adesso è però coinvolta, attraverso la NATO, nel conflitto in Libia. E sentirà comunque le ripercussioni della crisi in Siria.  Per Israele è diventata un attore poco affidabile.