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Hollande tra debolezza interna e ambizioni francesi

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Declino politico, economia “mediterraneizzata”, isolazionismo galoppante: questa rappresentazione della Francia nell’Unione Europea, poco tempo fa abbastanza esatta, non è più così corretta. Qualcosa si è mosso; le fondamenta del cambiamento sono labili, così come le sue prospettive. Più evidente è invece la (ritrovata) abilità politico-diplomatica francese. La presidenza del socialista François Hollande è stata finora poco brillante, spesso maldestra e paurosamente impopolare. Ma il presidente ha cercato fin dall’inizio di utilizzare lo scenario europeo come palcoscenico alternativo – alternativo alla deludente azione di governo in patria – per dar lustro alla propria allure politica.

Ciò è avvenuto nel solco dell’esperienza di François Mitterrand, unico predecessore socialista di Hollande, che fece dell’impegno a livello comunitario uno dei fattori decisivi della propria longevità politica: fu presidente dal 1981 al 1995. Anche grazie al contributo di uomini come Jacques Delors, Mitterrand riuscì a modellare la futura Unione – sarebbe nata nel 1992 a Maastricht – se non a immagine, almeno a somiglianza degli interessi politici francesi. Ossia con poteri sostanziali per il Consiglio (espressione degli Stati) ma marginali per il parlamento, senza alcuna istituzione politica sovranazionale. Così la Francia avrebbe imbrigliato la nuova Germania riunificata. Per qualche tempo il piano funzionò: il parlamento vide crescere i suoi poteri solo a poco a poco, e sempre per iniziativa tedesca; la Francia manteneva infatti intatta la sua diffidenza per il parlamentarismo. La costituzione europea, che avrebbe offerto una nuova architettura politica all’UE, veniva rottamata proprio dal voto del popolo francese in un referendum del 2005.Tutto ciò permetteva a Parigi, pur in un momento non roseo, di non essere eclissata da Berlino. Almeno fino allo scoppio della crisi nel 2008, che la struttura economica francese, sia pubblica che privata, ha patito in maniera crescente, facendo declinare l’influenza di Parigi a Bruxelles: le forze economiche hanno disfatto quello che la politica aveva fatto.

Ritroviamo quindi nell’attivismo di Hollande l’intenzione di avviare ancora una volta un’operazione europea con l’obiettivo di tutelare l’interesse nazionale. Nel maggio 2013, a un anno dalla sua elezione, il presidente lanciava l’auspicio di “un’unione politica continentale” (dai contenuti ancora vaghi). Poche settimane fa, in occasione della festa nazionale del 14 luglio, l’intenzione veniva finalmente precisata: “un governo dell’eurozona con poteri di bilancio, e con un parlamento specifico che ne assicuri il controllo democratico” (si tratterebbe dunque di creare anche un parlamento soltanto dell’eurozona, distinto dall’attuale parlamento europeo).

Che sorpresa: parlamentarismo e governo sovranazionale europeo, come detto, sono sempre stati concetti invisi a Parigi. La ragione della svolta è però semplice: la Francia si è resa conto che non è più in grado di controllare in alcun modo la Germania. Anzi, nelle riunioni del Consiglio il blocco di paesi filo-tedeschi (Olanda, Austria e Baltici, con l’aggiunta variabile degli Stati dell’Europa orientale o della Spagna) fa ormai il bello e il cattivo tempo.

Se la volontà di Hollande è certa, incerto è invece il cammino da percorrere. Malagevole già nel cortile di casa: i socialisti francesi sono ancora condizionati dal trauma del referendum del 2005 sulla costituzione europea, quando si divisero su un testo considerato “di destra”, per di più sostenuto dall’allora presidente conservatore Jacques Chirac, e ritrovarono un’unità di facciata in favore del Sì solo poco prima del voto. La netta vittoria del No (54,7%) sugellò lo shock del partito per gli anni a venire.

Bisogna poi aggiungere un problema di consenso: durante la campagna di Hollande le regole economiche europee venivano descritte come espressione dell’asse conservatore Merkel-Sarkozy. Si pensava che una volta sconfitto l’ex presidente, e con la prevista vittoria della sinistra l’anno dopo in Germania (che poi non ci fu), queste regole sarebbero state cambiate. Le cose non andarono così, e la sfiducia che ne scaturì presso l’opinione pubblica sia nei confronti di Hollande, sia nei confronti della “rigida” Germania, continua a complicare l’azione internazionale della Francia.

Senza contare la presenza del più grande partito antieuropeo del continente, il Front National. Il peso del partito di Marine Le Pen varia a seconda delle stime, ma si tratta comunque di una condizione di relativa forza. Se le prossime elezioni regionali, che spesso anticipano il risultato delle successive presidenziali – non a caso il governo sta cercando di ritardarle, a motivo della riforma amministrativa in corso – dovessero riservare una vittoria al FN (o comunque un buon risultato), la strategia europea di Hollande ne sarebbe del tutto compromessa.

Detto questo, ci si chiederà giustamente se la Francia ha la credibilità necessaria perché la sua proposta sia presa in considerazione: nel 2013 l’annuncio di Hollande fu accolto dal silenzio. Ma diversi fattori hanno modificato quella situazione di debolezza. Il primo è un passaggio all’apparenza burocratico ma fondamentale: Hollande ha assunto il controllo dell’organo di coordinamento interministeriale sulle questioni europee (SGAE). Prima se ne occupava il governo: le esigenze di spesa, di settore, di clientela dei diversi ministri incidevano sulla posizione francese a Bruxelles; ora invece è il presidente a decidere come i ministri devono allinearsi, e ciò migliora la capacità negoziale di Parigi.

Inoltre la Francia si è impossessata di un posto cardinale negli equilibri politici di Bruxelles: il fidato Pierre Moscovici, a lungo ministro nonché direttore di campagna di Hollande, è stato nominato all’Economia e alla Finanza nella nuova commissione Juncker. Se ne è visto subito l’effetto: Parigi ha spuntato un ulteriore rinvio al 2017 per riportare il suo deficit sotto il 3%, ricevendo pure i complimenti del temutissimo vicepresidente della commissione incaricato per l’euro, il lettone Valdis Dombrovskis, per l’impegno nelle riforme – sebbene sembri chiaro che nemmeno quella scadenza sarà rispettata.

E il trio composto da Hollande, Moscovici, e dal ministro dell’economia Michel Sapin, attivo nell’Eurogruppo, si è rivelato indispensabile nella risoluzione della recente crisi greca: il valore della loro mediazione è stato riconosciuto da diverse parti. Tuttavia, se l’incertezza mostrata in quell’occasione poteva far pensare a un appannamento della leadership tedesca, la successiva “rapidità” con cui la Germania si è resa punto di riferimento nella gestione della crisi migratoria – portandosi a rimorchio la Francia – è una prova di come Berlino non consentirà facilmente le iniziative diplomatiche di Parigi.

Il presidente francese vuole però battere il ferro finché è caldo, lo si vedrà nei prossimi mesi. Due gli obiettivi: sul piano internazionale, quello di ritrovare un ruolo politico dignitoso accanto alla potente Germania. Spingere l’Europa a quell'”unione dei trasferimenti” economici anelata dai mediterranei, offrendo in cambio ai nordeuropei un’istituzione democratica che ne prevenga gli abusi, sarebbe un risultato ideale: Parigi non reggerà per molto le attuali regole alla tedesca. Senza modifiche, nonostante i rinvii, sarà costretta a tagliare un giorno la sua ingente spesa pubblica.

Sul piano interno, quello di offrire all’opinione pubblica l’immagine di un’Europa in cui la Francia è protagonista e in cui gli interessi della nazione sono difesi – cioè il contrario di ciò che oggi pensano i francesi. I due principali avversari per le presidenziali del 2017, Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen, dovrebbero così modificare il proprio messaggio elettorale. E una riconciliazione con le varie anime della “grecizzante“ sinistra francese sarebbe più facile.

In Europa, per il momento, si attende; come se quelli di Hollande fossero soprattutto slogan da spendere nel gioco politico casalingo. Prima di ogni cambiamento istituzionale, stimano a Bruxelles e a Berlino, c’è da oltrepassare il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE.