international analysis and commentary

Habemus papam

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Habemus papam. Anzi, ne abbiamo due, più una signora cardinale. E’ stato detto molto sulla conferma di Manuel Barroso alla Commissione. Al contrario di molti osservatori, ritengo che Herman Van Rompuy abbia il profilo giusto per la carica e possa risultare una buona scelta. Ho sempre trovato disonesta la campagna ispirata dagli inglesi per un candidato “di alto profilo”, che avrebbe “fermato il traffico” nelle capitali che contano. Nessun leader europeo, meno che mai i leader britannici, ha mai dato alcun segno di voler giocare un ruolo di spalla rispetto a una figura europea sulla scena mondiale. Quella campagna non è stata altro che un tentativo disperato di promuovere il nome di Tony Blair: non perché si trattasse di un “grosso” nome, ma perché era visto come un’opportunità di ricollocare il Regno Unito al centro dell’Europa. Gli inglesi farebbero ora bene a spiegare ai propri cittadini che Blair non ha perso perché era un nome di peso, ma perché è Tony Blair: un uomo politico che ad un certo momento è stato la personalità più popolare in Europa ed è poi riuscito a sprecare quel capitale rimangiandosi la promessa di portare il suo paese nell’euro, diventando il maggiore sostenitore di G.W.Bush in Iraq, e poi non riuscendo ad avere alcun impatto nel ruolo di inviato speciale per il Medio Oriente.

Il basso profilo di Van Rompuy corrisponde invece perfettamente al ruolo descritto nel Trattato di Lisbona – del resto, una job description che fu a suo tempo voluta fortemente proprio dal Primo Ministro inglese, cioè Tony Blair. Resta da vedere come il belga saprà lavorare con Barroso.

Quanto alla baronessa Ashton, la mia reazione alla sua nomina è più cauta. Non perché sia inglese: se c’è un settore in cui il Regno Unito ha molto da contribuire, questo è certamente la politica estera; il Foreign Office è probabilmente il migliore servizio diplomatico d’Europa e abbiamo tutti da guadagnare dal suo ruolo nel costruire il “servizio comune” secondo i dettati di Lisbona. Inoltre, i diplomatici inglesi sono di gran lunga l’istituzione più “pro-europea” del paese, essendo gli eredi di una struttura concepita per gestire un impero e che ora soffre ovviamente nel trovarsi relegata a sostenere quanto viene deciso a Washington. D’altra parte, il Foreign Office ha una salutare tendenza ad apprezzare gli interessi comuni tra l’Europa e gli USA. Per mia esperienza diretta, i migliori negoziatori per l’Europa con cui si possa lavorare sono proprio gl inglesi: se hanno la possibilità di sventolare la bandiera europea non soffrono di complessi di inferiorità, ma non condividono con i francesi l’ossessione di mostrare la propria virilità politica dicendo “no” a qualunque idea che venga da Washington.

Detto ciò, il vero problema della Baronessa Ashton è la sua mancanza di esperienza. A parte provenire dal Regno Unito e dal Partito Laburista, il suo merito principale sembra il fatto di essere una donna: non un dato di cui l’Europa – o le donne – possano gloriarsi.

Un’ultima considerazione sulla candidatura fallita di Massimo D’Alema. Come alcuni altri, avevo il timore che sarebbe comunque andato a Bruxelles lasciando il cuore a Roma, cioè continuando a pensare al futuro del suo partito. In ogni caso, ora il guaio è che è stato sconfitto per le ragioni sbagliate: non perché fosse un comunista (accusa grottesca) o perché non parlasse inglese (accusa falsa). Gli è stata rifiutata la nomina perché italiano. E questo non sarebbe accaduto qualche anno fa. L’immagine internazionale di alcune figure italiane, come Mario Monti o Mario Draghi, resiste; ma è diventato sempre più difficile per il paese nel suo complesso essere riconosciuto come un attore di primo piano. Se ciò dipenda dall’immagine internazionale di Silvio Berlusconi, oppure se il problema sia più profondo, è un quesito che rimane aperto.

Questa analisi è tratta dal testo in inglese disponibile sul sito dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI):  www.ispionline.it