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Gli insediamenti boicottati: il vero snodo tra Israele e Palestina

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Mentre sugli schermi del mondo infuria la battaglia mediatica sui fatti sanguinosi della Gaza Flotilla e la commissione d’inchiesta che ne seguirà, i proximity talks tra Israele e Palestina stentano a decollare, nonostante Abu Mazen abbia ufficialmente dichiarato che gli eventi degli ultimi giorni non sospenderanno i negoziati in corso. L’ANP ha quindi optato per una reazione cauta  e diplomatica, appoggiando la richiesta di una commissione d’inchiesta ma allo stesso tempo ribadendo la necessità del proseguimento di negoziati. Questo dopo aver mandato, appena tre settimane fa, un segnale duro ai propri interlocutori israeliani riguardo agli insediamenti: essi non sono parte di Israele e con essi non si scende a patti.  

Sembrerebbe che la strategia dell’ANP diventi più complessa e punti a differenziare i dossier sui quali è vantaggioso dialogare pragmaticamente con Israele, senza cedere alla tentazione di appoggiare una linea soltanto simbolica e identitaria.

L’annuncio del boicottaggio dei prodotti degli insediamenti da parte palestinese alcune settimane fa si è rivelato una mossa innovativa per l’ANP, fino ad oggi poco avvezza a campagne di disobbedienza pacifica. Con questa iniziativa, Abbas e Fayyad hanno di fatto adottato una nuova strategia: puntare a dividere la società israeliana in vari gruppi con interessi non coincidenti, se non perfino conflittuali, applicando esattamente la stessa tattica che Israele ha sempre adottato nei confronti dei Palestinesi.

C’è anche un messaggio rivolto invece all’interno: quello della resistenza civile. Più volte l’ANP aveva affermato che dialogare con Israele non significava rinunciare a qualsiasi forma di resistenza e che il governo era sempre pronto a riprendere la lotta in caso di un fallimento dei negoziati. Ora l’ANP sa benissimo che, perfino qualora vi fosse consenso interno tra le fazioni palestinesi, una protratta stagione terroristica non è più riproponibile; ma ritiene anche che il diritto dei Palestinesi alla resistenza vada difeso a oltranza. La campagna di boicottaggio dei prodotti dei settlement assolve dunque alla doppia funzione di riproporre una militanza attiva contro l’occupazione e di lanciare un appello alla solidarietà nazionale.

Le modalità di questa azione sono probabilmente il sintomo che una nuova generazione di Palestinesi sta entrando in politica. La campagna porta-a-porta lanciata dall’ANP – e perseguita grazie a centinaia di giovani palestinesi – ha rappresentato un cambiamento radicale nella comunicazione con la società civile.

Le casalinghe, in particolare, sono state informate a domicilio da giovani studenti che l’acquisto di prodotti provenienti dagli insediamenti danneggia l’economia nazionale palestinese e comporta nel lungo periodo una perdita di coesione sociale – dunque anche di credibilità internazionale per il popolo palestinese. E’ stata inoltre distribuita una lunga lista di prodotti – diffusissimi nei piccoli alimentari palestinesi – che non certificano il luogo di produzione ma provengono in effetti dagli insediamenti.

Infine, l’ANP ha annunciato che qualsiasi forma di impiego o collaborazione lavorativa negli insediamenti sarà messa fuori legge a partire dal 2011. Tale normativa riguarderà circa 34.000 lavoratori, di cui 25.000  uomini e 9.000 donne. L’ANP ha così promesso di provvedere ad un impiego alternativo per questo consistente gruppo, che ricade tra le fasce economicamente più deboli della società palestinese. Secondo gli annunci, per coloro che non dovessero trovare un lavoro alternativo saranno disponibili sussidi sociali  sovvenzionati da fondi pubblici. Ma non sono in pochi a dubitare che l’ANP abbia  effettivamente i mezzi per assolvere a questo compito.

A 48 ore da tale annuncio, è seguito il varo di un’altra misura ugualmente orientata a rendere l’economia palestinese più indipendente da quella israeliana: il bando sull’utilizzo di servizi telefonici offerti dalle compagnie israeliane. La ragione formale sarebbe che tali compagnie non hanno mai richiesto una licenza ufficiale all’ANP per esercitare la loro attività sul territorio palestinese: il Ministro delle Telecomunicazioni Abu Dakka ha dunque affermato che l’ANP, in base all’art. 36 degli Accordi di Olso, avrebbe dovuto richiedere loro più di 100 milioni di tasse evase all’anno. Per la verità, il Ministro ha anche precisato che la misura non era intesa all’insegna del boicottaggio ma come il primo passo di una riorganizzazione del mercato interno.

La presenza del Ministro dell’Economia Abu Lindeh alla conferenza organizzata in giugno a Tel Aviv dalla Ebert Stiftung e dal Centro Peres per la Pace, con lo scopo di “comunicare” le ragioni del boicotaggio palestinese all’opinione pubblica israeliana, testimonia dello sforzo dell’ANP di distinguere tra “Israele legale” e “Israele-occupante.”

Resta comunque la sensazione che l’obiettivo generale sia di sganciare progressivamente  l’economia palestinese dalla sua continua sudditanza da quella israeliana, per un desiderio di ricompattamento interno in una società che sta diventando sempre più localistica. Gruppi e fazioni che non si riconoscono in un progetto nazionale unitario. Tali misure, in altri termini, non puntano solo a “verificare” e consolidare il consenso per l’ANP nella società palestinese, ma a ricostituire un tessuto sociale che si sta sgretolando,  in parte a causa del continuo posticipo delle elezioni. Questa situazione rende infatti molto fragile la credibilità della giovane  democrazia palestinese. E a ciò si aggiungono le oggettive difficoltà dovute ai checkpoint, che limitano drasticamente la mobilità all’interno della West Bank.

Per ovvie ragioni, la notizia del boicottaggio non è stata accolta positivamente in Israele. Il blocco dei prodotti nei settlement peserà sul bilancio israeliano in un momento di incertezza dettata  dai postumi della crisi economica internazionale. E peserà ancor più nell’ambito delle critiche arrivate dall’OCSE, a cui Israele ha appena aderito, per i bassi tassi di impiego della minoranza araba nel settore pubblico  ( pari al 6% ) e in generale per il forte tasso di disoccupazione dei neolaureati nella stessa comunità  ( pari a 15.000 nel 2009 ).

La campagna di boicotaggio è stata poi accolta dai deputati arabo-israeliani, che si sono impegnati formalmente a sostenerla attraverso la pubblicazione delle liste dei prodotti da bandire presso tutti i rivenditori arabi al dettaglio.

Le reazioni negative non si sono fatte attendere, con il presidente del Consiglio delle Comunità di Giudea e Samaria, Dani Dayan, che ha definito il boicottaggio da parte degli arabi-israeliani come un tradimento politico, essendo eterodiretto da una potenza straniera come l’ANP, e il Vice-Ministro degli Esteri Ayalon che ha sostenuto come si tratti di una misura rivolta contro tutto Israele e non solo contro gli insediamenti, in palese violazione degli accordi di Oslo. La reazione più pericolosa è però costituita dal progetto di legge, avanzato da 25 deputati della Knesset, che prevede che in ritorsione al boicottaggio venga detratta una parte dei fondi delle tasse palestinesi raccolta dallo stato ebraico per essere assegnata ai coloni a titolo di compensazione.

Tutto questo mentre sul tema cresce l’attenzione anche in Europa, a cominciare da una richiesta del parlamento inglese di marcare, nell’etichettatura dei prodotti distribuiti nel Regno Unito, l’origine esatta del luogo di produzione; l’iniziativa è stata seguita dal boicottaggio dei sindacati inglesi degli stessi prodotti a partire dal settembre 2009.  C’è stato poi l’annuncio della Corte di Giustizia europea, lo scorso febbraio, che i prodotti degli insediamenti non possano essere esenti da tassazioni doganali perché non rientrano nell’ambito degli accordi preferenziali in vigore tra Israele e la UE.

La vera battaglia, più che sulle acque di Gaza, si gioca allora tra la West Bank e Israele: quando i riflettori si saranno spenti sulla crisi della Gaza Flotilla e finchè la commissione d’inchiesta, israeliana o internazionale che sia, non pubblicherà un rapporto, l’unica certezza è che i rapporti tra Israele e Turchia saranno sottoposti a tensioni e una profonda revisione strategica.

I proximity talks, però, procederanno su un binario parallelo e piuttosto indipendente: i possibili progressi si giocheranno sul piano economico, ovvero sulla necessità convergente di Israele e ANP di migliorare le condizioni e il tenore di vita dei Palestinesi della West Bank,  senza costringere Abu Mazen a rinunciare del tutto alla difesa simbolica del “diritto alla resistenza”.