international analysis and commentary

Gli eurobond visti da Berlino

182

L’autunno rischia di portare con sé un cambio di stagione particolarmente sgradevole per la signora Merkel e il suo esecutivo. A creare continui problemi è la risposta del “direttorio” franco-tedesco alla crisi debitoria dei paesi periferici dell’eurozona. Sul tavolo delle trattative non ci sono soltanto decisioni già prese e poi tornate nuovamente in discussione, ma anche proposte strutturali per consentire un rifinanziamento del debito pubblico a costi più contenuti e per controllare più rigidamente le politiche di bilancio degli Stati membri. In una parola: gli eurobond.

Un vocabolo che tuttavia continua a non piacere alla cancelliera, spintasi finora ad approvare con il presidente francese un non meglio specificato “governo economico europeo” e una generica “tassa sulle transazioni finanziarie”. Eppure, anche in Germania, il dibattito sulle euroobbligazioni tiene ormai banco.

Ad avviarlo è stato il presidente dei socialdemocratici Sigmar Gabriel, in un’intervista estiva concessa all’emittente televisiva ARD: “Abbiamo bisogno di bond comunitari per circa il 50-60% del rapporto debito/PIL in modo da ridurre il peso degli interessi dei paesi più esposti – ha spiegato – d’altro canto gli Stati che vorranno servirsi degli eurobond dovranno rinunciare alla propria sovranità in materia fiscale e dovranno sottoporsi ad un maggiore controllo da parte dell’UE” ha aggiunto l’ex-ministro dell’Ambiente del governo di grande coalizione. Non dissimile la posizione dei Verdi, che sottolineano l’esiguità dei costi di tale soluzione rispetto a nuovi bailout più o meno condizionati. Dietro l’indulgenza di parte dell’establishment politico tedesco – ma anche di una parte del business – non c’è comunque l’offerta di un sacrificio disinteressato. Si richiede infatti una contropartita: garanzie tedesche sul debito in cambio di una eterodirezione teutonica della politica economica degli Stati membri.

Viceversa, negli ambienti della CDU la parola eurobond è soltanto sussurrata. Lo stesso ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ha ammesso che di condivisione del debito si potrà parlare, quando vi sarà stata anche una convergenza delle politiche di bilancio. I democristiani ne parlano dunque al futuro, ma sembrano in realtà disposti a muoversi più rapidamente, qualora il trend ribassista sui bond dovesse proseguire. Molti economisti, però, frenano gli entusiasmi dei fautori del bond europeo. L’altolà arriva dall’Ifo-Institut di Monaco di Baviera e dall’Institut der deutschen Wirtschaft di Colonia, due istituti di ricerca economica di stampo liberale. L’unica via d’uscita dalla crisi sono politiche di consolidamento credibili agli occhi dei mercati, spiegano. Il rischio degli eurobond, per Berlino, è di dover far fronte ad un sensibile aumento degli interessi corrisposti per i Bund, i quali, complice anche la crisi, sono rimasti a livelli relativamente bassi, comprimendo la spesa per interessi tedesca. Gli eurobond ritarderebbero insomma il pareggio di bilancio tedesco, previsto per il 2014.

Intanto Atene è sempre in bilico, con le sue obbligazioni ormai quasi derubricate a carta straccia e l’ossigeno del primo pacchetto di aiuti destinato ad esaurirsi entro dicembre. Il secondo paracadute, che questa volta vedrà impegnato l’EFSF in un’operazione di buy-back dei bond greci e le banche private in un parziale rollover del debito, stenta a decollare. Dopo i vertici dell’11 marzo e del 21 luglio del Consiglio europeo, infatti, alcuni parlamenti nazionali sono ora chiamati a ratificare le modifiche allo statuto del fondo salva-Stati. Tra le novità principali, un aumento delle garanzie degli Stati membri (da 440 a 780 miliardi) e il potere di rastrellare sul mercato secondario i titoli pubblici. Solo in questo modo la tanto decantata indipendenza della BCE, sulla quale ha insistito ancora di recente il presidente tedesco Christian Wulff, potrà essere effettivamente salvaguardata. Al di là degli interrogativi posti dalla richiesta insistente di un collateral da parte della Finlandia, il nodo principale resta quello tedesco. Come anticipavamo ad inizio luglio, il momento della verità è fissato per il 23 settembre prossimo. In quella data toccherà al Bundestag e al Bundesrat esprimersi sulle modifiche. Fin d’ora molti deputati della maggioranza, ultimo fra i quali il presidente della commissione Interni Wolfgang Bosbach (CDU), hanno annunciato voto contrario. Le perplessità riguardano l’ipotesi che il parlamento tedesco sia aggirato, ovvero non sia messo nelle condizioni di votare ogni singola operazione di salvataggio eseguita dal fondo. Per ora i deputati “frondisti” che chiedono un maggior coinvolgimento dei parlamenti nazionali e norme europee per un’insolvenza ordinata dei paesi membri, sarebbero circa una ventina. Un numero sufficiente per far dipendere il via libera finale dai voti dell’opposizione. Una condizione assai difficile, evidentemente, per la Signora Merkel.