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Gli aiuti internazionali e le rivolte arabe: il caso Egitto e i dubbi diffusi

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La ventata di cambiamento che sta spazzando il Medio Oriente non sembra aver contagiato quanti, in Occidente, sono disposti ad aiutare le transizioni in corso, visto che si tende tuttora ad offrire vecchie ricette economiche che hanno un sapore anacronistico.

Sottolineando il nesso tra riforme politiche, democratizzazione e sviluppo economico, il presidente Obama, in un discorso pronunciato il 19 maggio, ha annunciato l’offerta a Egitto e Tunisia di un pacchetto per la ricostruzione economica. Per aiutare la crescita del nuovo Egitto, il presidente ha anche annunciato la cancellazione di un miliardo di dollari di debito. Un primo passo concreto di questo progetto si è compiuto al G8 di Deauville, il 26-27 maggio, quando la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno presentato un piano contenente le misure necessarie per stabilizzare e modernizzare le economie di entrambi i paesi.

Com’era prevedibile, l’iniziativa di Obama è stata descritta da molti osservatori come un vero e proprio Piano Marshall per il Nord Africa. È però importante sottolineare che attualmente non ci sono le stesse condizioni economiche e politiche del 1945 europeo: gli Stati Uniti non sono in conflitto aperto con alcuno dei paesi musulmani, e i danni delle rivolte arabe – o quelli della “guerra al terrorismo” – non possono essere paragonati alla devastazione del secondo dopoguerra. Inoltre, l’economia americana vive una fase di maggior fragilità e difficilmente potrà giocare lo stesso ruolo avuto in passato.

Se si cambia prospettiva, e si analizzano gli umori di quanti dovrebbero ricevere questi aiuti, si trovano poi numerose voci preoccupate per i possibili effetti negativi di questi finanziamenti esterni.

Le organizzazioni attive nella società civile sono spesso diffidenti dei donatori, visto che alcuni di questi sono gli stessi soggetti che fino a qualche mese fa avevano sostenuto i regimi al potere. Secondo quanto ha spiegato al britannico Guardian Kinda Mohamadieh, dell’Arab Ngos Network for Development, un consorzio di oltre una decina di gruppi attivi anche in Egitto e Tunisia, i benefici di eventuali prestiti alla regione sono assai discutibili. Esiste infatti il rischio che, per ricevere denaro che sarebbe certamente utile nell’immediato, i governi provvisori che guidano questi paesi leghino i loro successori a impegni di lungo termine, con vantaggi comunque non garantiti.

Nel caso specifico dell’Egitto, numerosi economisti, analisti e intellettuali hanno a lungo criticato i fondi USAID donati dalla Casa Bianca al regime di Mubarak. Fondi che erano finalizzati a rendere il governo in qualche misura dipendente da Washington, piuttosto che a migliorare il tenore di vita dei cittadini ordinari. Dal 1975 (con un forte aumento nel 1979 a seguito della firma del trattato di pace con Israele) l’Egitto ha ricevuto un flusso continuo e consistente di fondi americani, diventando il secondo paese al mondo per quantità di aiuti (secondo solo allo stesso Israele).

Alcuni dossier svelati da WikiLeaks hanno in parte confermato che il presidente Mubarak e l’esercito vedevano l’assistenza militare come la pietra angolare della relazione bilaterale. È essenziale il fatto che gli aiuti erano concessi all’Egitto indipendentemente dai progressi nel rispetto dei diritti umani, e dunque favorivano la tenuta del regime nella sua dimensione autoritaria. A beneficiarne erano poi, ovviamente, i contractor americani nel settore della difesa.

In termini di aiuti propriamente economici invece, USAID dichiara che dal 1975 l’Egitto ha ricevuto quasi 30 miliardi di dollari. Questi fondi sarebbero stati usati per realizzare programmi concentrati soprattutto sulla creazione di posti di lavoro, la riduzione della povertà, il miglioramento del sistema educativo e sanitario e la promozione di una forma di governo democratico. Tuttavia, le ONG locali hanno più volte denunciato che non si sono registrati importanti miglioramenti in questi ambiti – critiche che si sono intensificate con l’arrivo di Obama alla Casa Banca, visto che il nuovo presidente ha bloccato i finanziamenti alle ONG non ufficialmente riconosciute dal governo, cioè le uniche che cercavano a fatica di agire negli interessi della popolazione.

Secondo quanto dichiarato lo scorso luglio da Project on Middle East Democracy, una ONG statunitense, la Casa Bianca sembra ora intenzionata a rivedere il modo in cui distribuire gli aiuti all’Egitto, riducendo quelli militari a favore di quelli economici. È comunque evidente che gli egiziani non sono cambiati nel post-Mubarak almeno su un punto: la loro opposizione all’interferenza straniera. Nel corso degli ultimi trent’anni, questa è stata la motivazione che ha nutrito l’anti-americanismo politico di molti settori della società.

Il governo transitorio ha già accusato la Casa Bianca di avere scavalcato le autorità ufficiali, presentando proposte direttamente a organizzazioni locali. Secondo quanto rivelato da alcuni quotidiani, a luglio un rappresentante del Fondo Monetario Internazionale avrebbe anche cancellato una visita in Egitto, dopo che la giunta militare ha rifiutato un’offerta di prestito.

A preoccupare i gruppi più marcatamente laici è anche il sospetto, sebbene non ancora confermato, che gli Stati Uniti sarebbero interessati a collaborare con le forze islamiste. Intanto, Fahmy Howeidy, un importante opinionista islamista, ha ammonito di non fidarsi della Casa Bianca, ricordando che quanto fanno gli americani nella regione non ha nulla a che vedere con il sostegno alla democrazia. Anche un editoriale pubblicato l’aprile scorso su Al-Akhbar, giornale di proprietà statale, dava un parere negativo sugli aiuti, accusando USAID di trattare l’Egitto come un paese umiliato.

Sembra quindi che il nuovo Egitto, nel complesso, non voglia cadere nel circolo della dipendenza economica: dopo avere ricevuto per anni fondi che di fatto non hanno mai visto direttamente, gli egiziani sembrano ora pronti a farne a meno. Si tratterà di verificare quali sono le esigenze più urgenti per rendere sostenibili i bilanci dello Stato in una fase molto dura per l’intera economica internazionale; ma certamente l’atteggiamento di fondo è assai scettico sulle classiche ricette occidentali.